Live report

#LiveReport: Giorgio Poi presenta il suo dolce “Fa Niente”

Giorgio Poi al Quirinetta sembra un gioco di parole, e forse un po’ lo è. La prima e unica data romana del suo tour “Fa niente” si è consumata venerdì scorso in un consueto sold out. “Fa niente” è anche il nome del suo primo album da solista, che ha presentato proprio venerdì al Quirinetta. Di Giorgio, della sua laurea in chitarra jazz a Londra, dei suoi Vadoinmessico e del suo tour internazionale ne abbiamo già parlato proprio con lui in un’intervista di Margherita Schirmacher, qualche giorno prima del release party.

Era la prima volta per me al Quirinetta, reo confesso, quindi mi perdo più volte tra le stanze dai muri antichi e anticati, le poltroncine da teatro anni ’50, le decine di absidi che sono tutti palchetti. Per una delle rampe di scale incontro Mèsa, cantautrice romana classe ’91 di cui ho già parlato QUI e che ho già interrogato in un’intervista prima della presentazione del suo Ep.

giorgio-poi-quirinetta-fa-niente-DSCF1807– Che cover fai stasera?

– Eh non posso dirtelo.

Ma lo so già, canterà “Shut up and kiss me” di Angel Olsen, che le viene bene quasi l’avesse scritta lei.

In sala grande, l’atmosfera è quella di una grande rimpatriata di tutto il mondo indie della scena romana. C’è Niccolò Contessa de I Cani, sponsor di Giorgio Poi, fermato da tutti per una parola o una foto. C’è qualcuno dei ThePills, altra attrazione speciale per i tanti fan. C’è Rosso Petrolio e c’è Dadàmo, fresco dalla vittoria della sua tappa all’Altroquando Folkstudio.

La platea è tra le più eterogenee che mi sia capitato di vedere. Ci sono signore e signori vicini alla mezza età, ci sono ragazzini urlanti e laureandi stressati, ragazze sorridenti e ragazzi con lo sguardo impegnato. Si divertono tutti. Cantano tutti. Le cantano tutte, soprattutto.

Mi accorgo che una ragazza mi guarda storto quando si accorge che canto solo il ritornello di “Tubature”, la canzone più famosa del disco. La stupisco, però, quando Giorgio s’inventa due cover, una più bella dell’altra. La prima è “Aurora” de I Cani, che canto con una certa dimestichezza. Con la seconda mi conquista definitivamente: “Il mare d’inverno” di Loredana Bertè ha tirato fuori tutta la mia poca voce e non mi sono perso una parola, per lo stupore dei miei malcapitati vicini.

Proprio le due cover mi regalano la cifra artistica di Giorgio Poi e dei suoi due alfieri al basso, tastiera, batteria, tabla e percussioni. Da una parte, novità e piena centratura nello stile contemporaneo del generazionale e dello sperimentale, dall’altra una solida base di tradizione cantautorale, ben studiata e amministrata. Il tutto, messo insieme in una confezione ad altissimo tenore tecnico, ma comunque d’immediata percezione. Il batterista è di livello assoluto e si sente in ogni canzone, nessuna lasciata banalmente scorrere su un groove classico.

Il drum set è condito con percussioni di ogni tipo e di diverse provenienze, da pezzi d’origine cubana ad altri di provenienza sudamericana, fino a quelli prettamente africani. In più, alla sinistra del charleston, si tiene una tabla da cui partono tutti i temple che fanno da tappeto melodico agli assoli di Giorgio: chitarra elettrica in braccio, accucciato sulla pedaliera. Il bassista si diverte come un matto e non è raro che si metta alla tastiera per qualche battuta di un pezzo.

Giorgio Poi parte dalla Bertè, da Dalla e pure da Battisti, di cui ricorda anche la voce, sempre alta e con largo ma sapiente uso dei falsetti. I suoi pezzi sono un’allitterazione della musica contemporanea, hanno origini lontane sia nei suoni – nei tanti e lunghi spazi strumentali della tradizione rock anni ’70 – che nei testi, ma sono perfettamente collocati nell’epoca in cui vivono.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)
(Foto: © Simone Zivillica)

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