Live report

#LiveReport: Sold out per il release party di Mèsa a Le Mura

I release party sono divertenti e rilassanti, perché non c’è la ressa della folla che gli artisti si portano dietro quando sono già discretamente conosciuti. Ieri sera, però, a Le Mura arrivo quaranta minuti in anticipo per la presentazione del primo Ep di Mèsa, che abbiamo intervistato QUI solo pochi giorni fa.

Di quei quaranta minuti, almeno trenta li passo in fila fuori dalla porta d’ingresso di Via di Porta Labicana, in mezzo a un cordone di gente che taglia in due la strada e che si apre a ogni passaggio d’auto.

Non ti vedo tesa“, le dico incontrandola poco prima che salisse sul palco insieme alla sua band. “Dici? Sto morendo“. La tensione, insomma, c’era, ma una volta imbracciata la sua acustica dalla tracolla a strisce verdi fluo, è cominciato lo spettacolo che i tanti amici, colleghi musicisti e fan si aspettavano.

Quella tensione non la tradisce una volta dietro al microfono. Scherza con gli amici in prima fila, sorride qua e là, dedica una o due canzoni, si muove e cerca di coinvolgere la band nei suoi sketch, che però le rimandano volentieri il compito.

Mèsa è un po’ Carmen Consoli nei pezzi in minore (quelli “presi a male”, come li chiama lei) con una buona dose di rock in più sotto, ma con la stessa poesia nelle parole. Mèsa è un po’ più Kurt Cobain nei pezzi in maggiore (quelli “presi a bene”, come li chiama lei) che infatti è un suo punto di riferimento, lo ricorda in come si muove sul palco, nei capelli che porta.

Sa essere cattiva con la chitarra e dolce con la voce perfettamente centrata. È il caso di dire la frase che ogni cantante vorrebbe sentirsi dire: “era dal vivo ma sembrava di ascoltare il disco”. C’era il coinvolgimento del concerto punk rock e la pulizia della poesia cantautorale, perfetto. Mèsa è generazionale senza essere limitata alla sua generazione, caratteristica di pochi.

Infine, la band. Parto dalla batteria, che è il mondo che conosco meglio, per aprire un discorso più ampio. Sono solito dire che i batteristi degli anni ’60 e ‘80 sono tra le persone e tra i musicisti più fortunati al mondo, perché anche se mediocri si trovavano a suonare in rock band che hanno scritto la storia della musica.

Per convincere che sapevano suonare, ogni tanto gli facevano fare un assolo da scuola media ed erano in pace con la coscienza. È una cosa che vale anche per le band hipster-indie della scena attuale, soprattutto quelle più in voga. Ci si aspetterebbe quindi la stessa sensazione in concerti come quello di ieri di Mèsa. Invece no.

Il batterista, Alessandro Palermo, ha dato un’interpretazione ai brani di Federica estremamente particolareggiata, rendendo difficile categorizzare la sua musica da una parte o dall’altra.

Virtuoso ma sempre al suo posto, una performance di grande spessore. Il chitarrista Enrico Bertocci, fido compagno di avventure di Federica, s’inventa assoli che accompagnano i brani senza distrarre, ma che entrano in testa, sono semplici e puliti ma hanno l’anima dell’iconico, danno “una faccia al pezzo”.

Eugenio Carreri, infine, se ne sta sulle sue quattro corde sereno e divertito, e quando serve fa a cambio con Mèsa e prende la sua acustica, dandole il suo basso.

Un’alba promettente quella di Mèsa e dei suoi, ora comincia l’attesa per il primo album.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)

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