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Altroquando Folkstudio: appunti dalla terza serata

La terza serata del FolkStudio 2.0 all’Altroquando di Roma si è consumata domenica scorsa tra le solite birre artigianali, le solite locandine di film storici, i soliti turisti persi per le vie del centro. I soliti simpaticoni vestiti da botti di birra, quelli con gli occhiali a forma di trifoglio e anche una ragazza con i capelli verdi, una parrucca a caschetto che tanto ricorda della Sara Tommasi nazionale. Queste ultime losche figure non sono poi così tanto solite, però c’erano e andava raccontato. C’erano perché un paio di giorni prima era niente di meno che San Patrizio che, si sa, a Roma centro è una festività religiosa molto sentita, dietro e davanti i banconi dei tanti pub che abitano i sampietrini delle viottole capitoline.

Folklore a parte, occorre parlare di musica, anzi di folk. Prima di scendere al consueto piano di sotto che porta alla memoria l’originale folkstudio in Trastevere, mi fermo alla libreria del piano di sopra. Di solito gli appunti li prendo sulle note del telefono, ma sto in prima fila e sembra che stia sempre su Facebook o Instagram a controllare i miei pochi like. Opto, perciò, per la spesa di sudati 7,90 Euro per un taccuino da mettere nel taschino della giacca. Più professionale, comodo e fa molto più fico. Infatti i partecipanti e i loro fan più stretti mi guardano tutti insospettiti e impauriti.

L’effetto è quello voluto, la sostanza è che così lascio il telefono in tasca, dove deve stare, le cose che scrivo poi sono le stesse e sono sempre clementi, o quasi. Già, perché sono della scuola “se devi parlare male di una cosa, non parlarne affatto”. Io aggiungo un “o quasi” per mantenere un certo grado di libertà. La scuola opposta a quella di Monina, per capirsi, che se deve fare un complimento, allora meglio che non ne scriva, di quello lì.

Per venire al folk, anzi al folkstudio. Suonano, come sempre, in quattro. Ma domenica erano cinque. Sì, perché è voluto tornare sul luogo del delitto anche Stefano Palmieri, finalista della scorsa edizione del concorso, che ha ben rappresentato il livello cui questa competizione ambisce. Ottima padronanza della chitarra, canzoni che sono un po’ hit estive e un po’ poesie generazionali, su un timbro curato e originale. Un cantautore, insomma.

Inizia la gara e tocca per primo a Dadàmo. Mi rendo conto che è lo stesso ragazzo che ho dovuto cacciare dal tavolino in prima fila prenotato a mio nome. Non un grande modo per star simpatico ai cantanti, mettici poi il taccuino e siamo a cavallo. Comunque, Dadàmo è bravo che dirgli bravo è poco. Il classico che non ti aspetti, senza pretese da divo né pose da star, né il classico abbigliamento indie-friendly con jeans nero skinny, maglia slabbrata e barba lunga e curata. Si presenta facendo una cosa bella e giusta. Racconta le storie da cui ha tirato fuori le sue due canzoni in gara, “Mille Colori e “Shimbalaiê. Non c’è spazio qui per parlare dei testi, ma ce ne sarà quando pubblicherà un nuovo Ep, perché lo farà e sarà bello ascoltarlo e parlarne. Voce pulitissima e precisa, con falsetti che reggono sempre bene e vibrati messi nei punti giusti. Tutto giusto.

Da Ragusa, Sicilia, in siciliano, sale sul palco Leonardo Gallato. Mette tutta l’esperienza della laurea in filologia dentro i testi delle sue poesie portate in musica. C’è molto Capossela nella sua scrittura e molto Modugno nel suo canto, mentre sulla chitarra gli accordi suonano come il vecchio folk blues di americana ispirazione. Il dialetto stretto certo non lo aiuta nell’immediatezza, così come la lentezza dei suoi pezzi. Ma tutto è voluto, e quando c’è scelta c’è sempre coraggio.

Terzo, è la volta di Filippo Pandolfi da Livorno, che giustamente ringrazia l’amico che l’ha ospitato qui a Roma. Forse il toscano soffre ancora un po’ il palco, gli ci vuole qualche istante per sciogliersi ma poi i suoi pezzi coinvolgono sia lui che il pubblico. Suonano immediati e semplici, molto radiofonici. Infine tocca a Ernest Lostorpio, un nome che non è tutto un programma, ma è tutto un non-programma. Si presenta come la negazione del bello, del canto, dell’ortodosso, a partire dal nome, appunto. Si inserisce in una tradizione nuova che vede il teatro-canzone di Mannarino, di Lucio Corsi e di Margherita Vicario prendere ispirazione dai classici del genere, Celentano e Gaber. Molto esplicito e dissacrante, ironico, sarcastico, istrionico, fastidioso al punto giusto e divertente. Alla fine, però, suona e canta anche bene, quindi non gli è poi riuscito di essere storpio fino in fondo.

Margherita odia il momento delle premiazioni, quello dove devi dire chi ha vinto e chi ha perso. Margherita è la Schirmacher, capoccia e braccio dell’Altroquando Folkstudio insieme al sommo Gianni Togni, che domenica ci ha lasciato un messaggio vocale tenerissimo perché non è potuto venire. Margherita però deve fare pace con il suo ruolo e annuncia i risultati che, dice, sono diametralmente opposti tra giuria del pubblico e giuria artistica. La prima mette ai primi due posti Pandolfi e Lostorpio, mentre la seconda ci piazza Dadàmo e Gallato. Io, come al solito sono nel mezzo, e ho dato 4 punti su 5 a Dadàmo e Lostorpio. Alla fine vince meritatamente Dadàmo, candidandosi alle vette del concorso.

Siamo già a tre qualificati con gli Augenblitz, Julia e appunto Dadàmo. Domenica 26 marzo sarà il turno di Iacuzio, Bocchetti, Illario e Sabrina Esaurita, seconda donna in gara per una sfida sempre più intensa.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)
(Foto: © Giovanna Grassi e Simone Zivillica)

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