Live report

#LiveReport: Cosmo, primordiali silohuette d’autore al Monk

Primordiale agg. [dal lat. tardo primordialis]. – Selvaggio, primitivo; uno di quei mattini che dànno immagine delle albe primitive nell’infanzia della Terra (D’Annunzio); Matelda… è la natura umana primordialmente libera, felice (Pascoli).

Non pensavo a Pascoli e nemmeno a D’Annunzio mentre ballavo al concerto di Cosmo, mercoledì al Monk. Il primordiale è stato, però, il fil rouge della serata, dove ogni elemento contribuiva a costruire un’atmosfera istintuale, ancestrale, ma mai infantile.

Solo lui, Marco Jacopo Bianchi (in arte Cosmo), con due batteristi (uno con hit-hat e rullante e l’altro con timpano e raid), entrambi muniti di drum machine. Marco, invece, se ne sta in mezzo a loro con tastiera e synth. Le luci erano sparate da dietro, così da vedere solo le silhouette dei tre sul palco. Un velo di Maya che non vuole nascondere ma lasciar spazio alla musica, che prende alla pancia e alle gambe.

Ne esce una musica, di nuovo, primitiva, potente come sa esserlo solo certa elettronica. Bassi da far spostare persone – e infatti ci spostavano. Sulle basi dell’ex produttore di Ivrea, scorrevano parole di testi generazionali e mai banali. Quella di Cosmo è dance elettronica cantautorale. Impossibile? Ascoltare dal vivo per credere.

Arrivo presto, voglio stare sotto palco perché avevo sentito della particolarità dello spettacolo con le luci. “Ne escono belle foto“, ho pensato. Ero in seconda fila a sinistra del palco, ho finito il concerto nell’esatto centro della sala, toccando praticamente tutti i punti cardinali del Monk, a causa della danza di massa che non si è fermata un attimo, come la musica del resto.

Lui si lancia sulle prime file e si fa portare in giro sopra le teste. Lo fanno anche i batteristi, uno mi capita sopra e quando mi rendo conto che dietro di me nessuno l’avrebbe preso, lo recupero prima che cada rovinosamente a terra, di nuca. Balliamo un po’ mentre lo tengo in braccio, ci abbracciamo, mi ringrazia e torna in postazione.

Marco scende più volte in mezzo al pubblico a cantare, si fa strattonare, tirare i capelli, prende gomitate. Intorno a lui si forma un alone di gente che fa di tutto per toccarlo o avvicinarsi e cantare con lui. Cosmo non ha i tratti somatici del divo, eppure il suo pubblico gli regala questo status e lui ci sta dentro comodo, basta che sia in mezzo a loro, per stargli un po’ vicino.

Il pubblico inizialmente sembra molto giovane, liceali o poco più. Ogni tanto, però, sbuca qualche faccia decisamente più attempata, ma non meno entusiasta per lo spettacolo. Si poga e si balla e si spinge e si chiede scusa ma tanto a nessuno importa, si sta lì tutti insieme apposta, sudati, giovani, meno giovani, qualche vecchio, qualche viso noto.

Incrocio, infatti, Edoardo Ferrario, l’ormai celebre comico romano, soddisfatto anche lui dello show dell’ex produttore piemontese. “Ha anche i tempi comici, bravo davvero Cosmo, era la prima volta che lo sentivo” mi dice Ferrario, riferendosi a una delle gag riuscite ad arte dal cantautore di Ivrea.

Alla fine chiude con “L’ultima festa” e fa salire tutti quelli che ci riescono sul palco a ballare e cantare con lui. Poi fa scendere di nuovo tutti e canta un’ultima canzone, da solo sul palco, spegnendo le luci dietro di lui e chiedendo di accendere solo le torce dei telefoni. Momento che ha del nostalgico, ma si continua a ballare. “Ci vediamo tra un bel po’, grazie ragazzi“. Grazie a te, Cosmo.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)
(Foto: © Simone Zivillica)

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