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#Intervista: Lavatore, “la scrittura è urgenza di raccontarsi”

#Intervista: Lavatore, “scrivo per ridare al mondo quello che ricevo”

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Cecilia Lavatore

Si intitola “Citofonare Morabito – Le voci di Corviale” (Rogas Edizioni) il primo romanzo di Cecilia Lavatore, giovane docente di Lettere romana che arriva in libreria con un esordio già molto amato da pubblico e addetti ai lavori.

Cecilia mi ha raccontato un sacco di cose sul suo percorso artistico, professionale e umano scandito da insegnamento, reading, performance, poetry slam, teatro.

La scrittura la vivo e la percepisco come un ‘bisogno’” mi ha detto. “Ne deriva, infatti, un sollievo perché mi permette di restituire al mondo quello che dal mondo ricevo“.

La sento un po’ come una missione, al pari della missione della docenza“.


Mi racconti da dove nasce la storia letteraria di Cecilia? 

Ho sempre amato leggere, fin da piccolissima divoravo le pagine di romanzi, racconti e poesie.

Questa è una passione trasmessa specialmente da mio padre, insieme a quella per viaggi.

In fondo leggere e viaggiare sono interessi simili: hanno in comune la scoperta di realtà altre dalla nostra. 

Grazie all’incoraggiamento dei miei insegnanti e amici, durante gli anni di scuola, ho iniziato a raccontare storie anche io sia tratte dalla mia esperienza personale sia frutto dell’osservazione degli altri.

Da adolescente, nel pieno delle mie inquietudini giovanili, ho capito che la scrittura poteva salvarmi, ho capito che la parola scritta poteva essere un potente veicolo di espressione, alternativo ad altri più immediati ma più difficoltosi per me.

Ho molte energie e le incanalo nella creatività, nella creazione dei miei personaggi.

Queste energie andrebbero altrimenti sprecate, resterebbero sospese da qualche parte e sarebbe un vero peccato. Per questo la scrittura la vivo e la percepisco come un “bisogno”.

In sostanza, con i miei testi do respiro a sentimenti, voci e vicende che hanno una certa “urgenza” di raccontarsi. 

Sono una prof di Lettere e spesso sono molto stanca quando mi metto sulla tastiera, ma è un sacrificio per il quale vale sempre la pena di spendersi.

Ne deriva, infatti, un sollievo perché mi permette di restituire al mondo quello che dal mondo ricevo. “Rimetto in pari il mio conto”.

La sento un po’ come una missione, al pari della missione della docenza. 

Parlami dei libri che ti hanno fatta crescere: cosa ti piace leggere, soprattutto? 

Questa è una domanda molto difficile! Leggo veramente tanti generi diversi e sono molti i libri che mi hanno segnata.

Mi affido ai consigli di chi stimo per scegliere i titoli, ne leggo anche più di uno contemporaneamente e sono un po’ fatalista sui miei “incontri” con gli autori.

Ossia, credo che arrivino quando è destino che io mi avvicini a una certa opera, in allineamento con il mio percorso di vita.

Comunque, se proprio devo trovare un genere che preferisco è quello biografico e mi entusiasmano molto i romanzi di formazione.

“Citofonare Morabito, le voci di Corviale” è il tuo primo romanzo. Di cosa si tratta e come hai lavorato sulla stesura del testo?

Il mio primo romanzo è in realtà la sceneggiatura di una docu-fiction.

32 voci si raccontano ai microfoni di un’esordiente troupe cinematografica che scende dentro le storie di ognuno degli intervistati.

Il regista e il suo assistente finiscono per andare lontano nello scavo dei personaggi proprio perché in realtà non sanno dove stanno andando… 

Del resto, la struttura distopica del Corviale disorienta e lascia un senso di incompiutezza.

La stessa sospensione nella quale sono incastrate le storie raccontate, spaccati di esistenza appesi a delle domande, a degli interrogativi aperti.

Le voci degli intervistati riassumono i loro percorsi scegliendo, come nel cinema, i momenti che nella loro memoria sono rimasti più impressi e sono considerati i più significativi. 

Ogni intervista ci porta dentro una finestra.

E come dice Anna, una delle giovanissime protagoniste, “con un colpo d’occhio te fai 10 interni, perché hanno pensato bene de facce ‘sta tutti molto vicini qua al Corviale”.

Così, racconto dopo racconto, il disegno del quartiere è ancora una volta incompiuto ma fortemente sincero e diretto.

I personaggi sono in parte ispirati a storie vere da me raccolte nella zona e in parte tratti da esperienze ascoltate nella mia carriera di insegnante e nel mio vissuto di viaggiatrice. 

La stesura è stata molto rapida e intensa. 

Chi è Gianluca, la “voce” del libro?

Gianluca Di Leo è un personaggio di fantasia, l’ho inventato ad arte per legare tra di loro le interviste, è in realtà una proiezione del lettore.

Il giovane regista gira per gli spazi del Serpentone in cerca di testimoni di una “città invisibile”, della quale Corviale è metafora e sintesi.

Ecco, Gianluca siamo un po’ tutti noi che ogni giorno frughiamo nelle vite degli altri. 

Attraverso i social, con gli obiettivi di migliaia di telecamere puntati sui nostri respiri virtuali, siamo curiosi di sapere di quali vicende, successi e insuccessi sono fatte le esistenze altrui.

Siamo alla ricerca di confronti, alle volte di solidarietà, altre ancora di emozioni comuni. 

Gli occhi del regista diventano, allora, i nostri… e ci portano a spasso con lui per i margini della Capitale che sono anche i nostri margini, i confini che ci separano dai corpi reali e virtuali degli altri.

Sono strade che diventano anche vie interiori, metafore di percorsi e incontri, alla ricerca di un significato condiviso che è il valore indiscusso della vita, nonostante la complessità della condizione umana.

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Secondo te c’è un problema di genere all’interno della letteratura italiana? 

Certo. C’è ancora una questione di genere molto presente negli ambienti culturali.

 La definirei “questione”, piuttosto che “problema”, per restare ottimista e possibilista.

Un esempio significativo: al momento di cercare una casa editrice in moltissimi mi consigliarono di rivolgermi alle collane “al femminile”.

Come se per essere pubblicata dovessi appoggiarmi necessariamente alla mia identità di genere, come se non potessi presentarmi in quanto “individuo autore”.

Mi dici un’autrice che per te è da sempre una musa ispiratrice e un’altra invece che reputi un talento emergente?

Sicuramente dal passato amo molto l’opera Virginia Woolf: una grande ispirazione durante i miei studi letterari.

La Woolf è stata una scrittrice di originalissimo talento e una donna dal potente ingegno. Un modello indiscusso di autrice e di libera pensatrice. 

Spostandoci nell’età contemporanea, l’autrice di “Acciaio”, Silvia Avallone, è ora il mio punto di riferimento principale.

Acciaio” è il romanzo che avrei voluto scrivere e ho come obiettivo quello di raggiungere quei livelli di profondità narrativa.

Il suo stile e i contenuti di quella storia sono semplicemente una “bomba”.

Mi piace anche molto Nicoletta Di Pietrantonio con “L’arminuta”, un altro ottimo romanzo contemporaneo.

Lessi tempo fa che lei si sveglia alle 5 del mattino per scrivere prima di andare a lavorare nel suo studio dentistico. Penso sia un esempio prezioso.

Quale è secondo te il pubblico-tipo di Cecilia Lavatore?

Il mio pubblico è eterogeneo. In questo ultimo anno ho interpretato i miei testi nei reading, nei Poetry Slam, ad eventi letterari e sul mio Podcast, oltre ad averli pubblicati sui vari social.

Attraverso questi diversi canali di comunicazione, ho raccolto entusiasmo e gesti di affetto.

La sensazione è che ci si affezioni ai miei personaggi al di là dell’età anagrafica o dell’estrazione sociale a cui si appartiene. 

Qualcuno mi ha definito già mainstream. A me non dispiace.

L’importante è arrivare alla sensibilità delle persone e farle riflettere.

In alcuni casi uso il dialetto e questo mi aiuta a conservare l’autenticità ai personaggi e renderli vivi e accessibili potenzialmente a un vasto pubblico.

Ognuno prenda quello che può a seconda dei suoi strumenti di comprensione e analisi.

Non credo nella letteratura d’élite, o almeno, non è quella che voglio veicolare.

C’è una cosa che una scrittrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Non mi sento di poter dire cosa è giusto e cosa è sbagliato in questo lavoro. Sono ancora agli esordi…

Posso dire che per quanto riguarda la mia crescita artistica e professionale finora ho compreso giorno per giorno come muovermi, soprattutto con la perseveranza e la determinazione.

Tuttavia, sento di dover imparare ancora moltissimo, soprattutto ascoltando e osservando chi stimo. 

In generale, credo che occorra riconoscersi i meriti se ci sono, godersi la soddisfazione di aver prodotto qualcosa che piace e che ci rispecchia, però mai essere superbi o arroganti.

Bisogna scrivere il più possibile ma con spontaneità, senza ostinarsi quando l’idea non c’è, ma cogliere l’attimo quando, invece, arriva una buona storia.  

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

Abbastanza, ho avuto più tempo per riflettere e per capire che davvero volevo diventare una scrittrice professionista.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Presentazioni del libro, reading, perfomance con diversi amici scrittori e attori.

Stiamo organizzando la trasposizione teatrale del mio romanzo in scena a ottobre prossimo.

Inoltre, ho firmato il secondo contratto editoriale per il prossimo lavoro che ho già terminato.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Le mie interpretazioni di alcuni dei monologhi più belli del romanzo. 

Mi descriveresti il lavoro artistico di Cecilia con un’immagine e con 3 parole? 

Dance, dance, dance. (Otherwise we are lost)”.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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