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Panta, una band romana agli Abbey Road Studios: Episodio 1

Panta, una band romana agli Abbey Road Studios di Londra: Episodio 1

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I Panta a Londra (Foto: Chiara Ceccaioni)

Comincia oggi il racconto in 3 puntate dell’avventura dei Panta a Londra!

In esclusiva vi facciamo entrare con la band romana capitanata da Giulio Pantalei negli studi di registrazione più famosi del mondo, dove i Panta hanno inciso il nuovo disco che si preparano a pubblicare.

Giulio ci ha regalato questo bellissimo diario di bordo dell’esperienza appena conclusa in Inghilterra da parte del suo gruppo e assieme a voi riviviamo tutte le emozioni che hanno portato i Panta in alcuni dei templi più sacri della musica rock mondiale.


Intro: Welcome back, Panta, band!

Per come ci concepiamo i Panta sono una band, un collettivo, una famiglia.

Atterriamo a Londra venerdì 1 aprile e ci sembra ancora un incredibile April Fool’s, semplicemente non possiamo crederci.

Il motivo per cui questo viaggio andava fatto insieme:

Un sogno che fai da solo rimane solo un sogno; un sogno fatto insieme agli altri diventa realtà”.

Citiamo subito John, dobbiamo moltissimo a lui nell’essere arrivati fin qui. Nume tutelare. Per la tradizione romana i genii sono sempre essenziali e si salutano sulla soglia di ingresso, you know.

In questo culto laico gli studi di Abbey Road sono il tempio sacro, il nostro Pantheon:

  • Beatles
  • Pink Floyd
  • Bowie
  • Who
  • Radiohead
  • Oasis
  • U2
  • Queen
  • Police
  • Muse
  • Morricone
  • le colonne sonore con cui siamo cresciuti (Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars)

Insomma, gran parte del nostro mondo musicale è nata lì. Serve un breve antefatto però.   

Emozioni fortissime

A novembre 2019 Paolo Violi, che è il producer con cui stiamo lavorando lì, mi propone di andare a registrare un brano all’Abbey Road Institute (il “vivaio” degli Studios).

L’ancor più incredibile conclusione di una settimana già di per sé straordinaria, cominciata accompagnando Carlo Verdone a Oxford e proseguita conoscendo il giorno dopo gli Arctic Monkeys dalle parti di St. Pancras con una storia abbastanza mirabolante.

Scendere a St. John’s Wood.

Perdersi tra quegli edifici vittoriani bianchi ed elegantissimi che hanno ospitato artisti da Elgar ad Alma Tadema.

Attraversare le strisce pedonali più famose al mondo andandoci come musicista e non tra le centinaia di turisti che ogni giorno giungono lì per fotografarsi sull’iconica zebra crossing. Abbracciare finalmente Paolo.

Emozioni fortissime.

L’Institute era accanto agli studi, non lo stesso edificio ma lo stesso plesso, per essere precisi. Già esser lì era il punto più alto della mia carriera musicale, pensavo, ma non avrei mai immaginato potesse succedere tutto quello che è successo dopo.

Il Covid e l’occasione della vita

La ballad acustica che registro sarà solo il primo episodio della mia storia inglese: ho molto altro materiale e con Paolo lavoriamo a dei nuovi demo, con l’idea di poter tornare e registrare tutta la band in quel posto incredibile.

È la fine del 2019 ma compro già i biglietti l’indomani per la primavera del 2020.

L’occasione della vita, non possiamo lasciarla sfuggire per nulla al mondo.       

Arriva invece subito il Covid, sconvolge tutto e tutti. Qualsiasi cosa si ferma. Sogno infranto in men che non si dica. Può finire tutto così?!

Chiusi in casa nei rispettivi Paesi, continuiamo ad aggiornarci e a farci coraggio a vicenda con Paolo di settimana in settimana. La situazione prima o poi cambierà e lo faremo, ci diciamo. 

Inverno, durissimo, niente.

Primavera, ancora peggio, niente.

Estate, si naviga a vista, ancora niente.

In autunno si può tornare a viaggiare: il segnale che aspettiamo.

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Giulio Pantalei (a sinistra) assieme al producer Paolo Violi

Dentro gli Abbey Road Studios

Ed ecco il prodigio: 3 giorni ad Abbey Road con l’Institute, nello Studio Custom 75 (dal nome del banco Neve lì presente mantenuto come l’Oracolo di Delfi) dentro agli Abbey Road Studios!

C’è una questione, tuttavia, la “regola del 6 “. Non si può andare con tutta la band e per le norme del distanziamento sociale per ora posso tornare solo io. Non esito un secondo e parto subito.

Ho fatto una splendida meditazione trascendentale ed è una mattinata particolarmente soleggiata quando apro insieme a Paolo, ormai di casa lì, quel sacro cancello nero.

Di solito interdetto ai turisti che costantemente scattano foto e scrivono coi pennarelli frasi sulle pareti che costeggiano lo spiazzale antistante l’edificio.

Ci guardano con curiosità entrare, nella speranza di riconoscer qualcuno di famoso, qualcuno ci scatta addirittura qualche foto (non si sa mai, nel dubbio…).

Arrivo davanti alle iconiche scalette che salgono verso la sacra porta lignea davanti cui ho visto fin da bambino le foto dei miei miti, dei motivi per cui scrivo canzoni.

Mi manca il fiato dall’emozione e penso veramente di salirle in ginocchio, tipo Scala Santa.

Varco la porta. È un rito di iniziazione. 

Alla reception mi accolgono molto amabilmente. Mi danno il pass da artista, uno studente mi chiede quali strumenti vorrei trovare in studio.

Sono eccezionali: Gibson acustiche ed elettriche, una Fender Telecaster dal suono cristallino, una Martin di Paolo, amplificatori in edizione limitata, microfoni valvolari.

Il tutto usato chissà da chi negli anni. L’imbarazzo della scelta, prendiamo tutto.

Mi dicono che c’è anche una canteen interna riservata a musicisti e tecnici, con un piccolo giardino e delle panchine qualora volessimo fare qualche break e prendere una boccata d’aria.

La merda ingoiata per anni

Onestamente non sono mai stato trattato così da musicista in vita mia in Italia.

Ripenso a tutta la merda ingoiata negli anni, a quando le etichette ci hanno sbattuto porte in faccia dicendo che i generi che suoniamo non l’ascolta più nessuno e che non avremmo combinato niente (cosa che in buona parte continuano a fare).

A quando il localaro di turno ci faceva pagare pure la birra piccola a fine live perché “non avevamo portato abbastanza gente”.

A quando ancora ci dicono che dobbiamo andare a X-Factor o non saremo mai nessuno.

Ripenso però soprattutto alle tante persone che anche in Italia non credono che la musica sia questo e che ci hanno dato ascolto, spazio, supporto.

Un’alternativa è possibile. Anzi, se sono qui un’alternativa deve esserci.

Sono 4 giorni di felicità profonda e totale. Ispirazione. Enlightment.

Ma la felicità, si sa, è ancor più piena quando è condivisa.

Penso perciò che dovremo riuscire a tornare qui con tutta la band. Sarà uno spartiacque.

Il Covid (di nuovo) e la Brexit

Rimorde invece il Covid peggio di prima. Nuovo lockdown e ci ri-chiudiamo dentro le nostre case.

Nel frattempo diventa operativa pure quell’idiozia megagalattica della Brexit.

Ci vorranno pure il passaporto e altri documenti per andare adesso – dopo 2 anni il mondo è stato stravolto. Mi sa che non ci riusciremo.

Tutto il 2021 salta così per quel che riguarda la trasferta inglese.

Anche se per fortuna riusciamo almeno a Roma a riprendere i lavori di studio col nostro beloved Steve Lyon per registrare con lui un brano molto importante per noi, “Subliminale”.

Continuo a meditare, ogni giorno. E i percorsi musicali della mia mente mi riportano sempre lì, in London.

Ci aggiorniamo costantemente con Paolo e il ’22 sembra aprire spiragli: si può tornare.

Paolo mi dice: “La differenza la fanno sempre i pezzi, proviamo a rilanciare e fare qualcosa di nuovo, qualcosa di forte“.

Immaginiamo di dividere il lavoro tra 2 studi e cerchiamo di rappresentare su disco quanto questa band sia nata per suonare”.

È venerdì 1 aprile 2022 e siamo appena atterrati a Stansted, Londra.

(Continua domani)

The Parallel Vision ⚭ ­_ Giulio Pantalei)

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