Cultura Letteratura

#Intervista: Pinetti, “Scrivo quello che ancora non esiste”

#Intervista: Manuela Pinetti, “Scrivo quello che ancora non esiste”

Dietro il successo di Boosta Pazzesca e della sua storia c’è un’autrice brillante come Manuela Pinetti, che assieme a Gianluigi Ceccarelli ha dato vita a una ragazzina della periferia romana che nel giro di pochissimo tempo ha conquistato il suo spazio in rete e sui giornali.

Manuela oggi mi ha raccontato un sacco di cose su questa pischella romana bruttina ma priva di amarezza, che non si piega alle fregature nascoste sotto ogni sanpietrino di Roma e anzi “va incontro alla giornata spavalda, fiduciosa di trarne qualcosa di buono“.

Tutto questo in attesa di gustarci il seguito delle avventure di Boosta nel nuovo volume che uscirà tra pochissimo per Momo Edizioni e di cui Manuela ha parlato in anteprima a noi di Parallel!

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Manuela Pinetti (Foto: Raffaella Piermarini)

Mi racconti da dove nasce la storia letteraria di Manuela?

Sono sempre stata una fortissima lettrice fin da bambina, il passaggio alla scrittura è stato naturale.

Poco prima dei vent’anni è esplosa in me la passione per il cinema e ho pensato di unire le 2 cose.

Ho quindi una formazione come sceneggiatrice, iniziata con un primo, meraviglioso corso con Vincenzo Cerami e coronata nel 2010 con l’ammissione al Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori Rai/Script.

Parlami delle tue attività: cosa ti piace scrivere, soprattutto?

Per lo più quello che mi piacerebbe leggere o guardare e che ancora non esiste: mi fido del mio istinto di lettrice e spettatrice.

Ultimamente ho lavorato molto sulla narrazione del male nelle sue molte forme, credo che andrò avanti con questa esplorazione.

Anche se ciclicamente torno alle mie ossessioni preferite, cioè la distopia e il racconto di formazione.

Secondo te cosa distingue la tua scrittura da quella di altri tuoi colleghi?

Forse direi un registro variegato.

Negli anni ho pubblicato un romanzo comico in romanesco, visti realizzati un lungometraggio distopico e documentari, scritto milioni (ma la stima è per difetto…) di recensioni cinematografiche e saggi sul cinema italiano.

Nel cassetto ho progetti anche molto diversi da questi e spero che vedano la luce.

Imputo questa poliedricità al mio essere da sempre una lettrice randagia e non lineare.

Parlami di “Boosta Pazzesca”, il tuo ultimo libro. Chi è la protagonista?

Boosta Pazzesca è una pischella (ragazza, per i non romani) di 24 anni che vive al Laurentino 38, periferia di cuore e cemento di Roma sud.

Una “busta” a Roma è una ragazza poco carina, anzi proprio brutta.

Io e Gianluigi Ceccarelli, coautore del personaggio, abbiamo immaginato di metterle proprio un sacchetto di carta sulla faccia. Per coprirla, ma anche per dare maggiore evidenza alla sua interiorità.

Boosta ama ripetere che “tanto l’importante so’ i valori“, diventando megafono di quanti si sentono differenti e dunque incompresi, in una società che punta tanto sulle apparenze.

Nel romanzo raccontiamo una sua estate rocambolesca fatta di avventure (e disavventure) toccanti ed esilaranti, sullo sfondo di una città calda, caotica, talvolta crudele ma che sa avere un cuore grande. 

Il personaggio è nato quasi per gioco, ma ben presto ci abbiamo costruito intorno un mondo. Boosta ora vive sui social, sul blog, in racconti, nel primo romanzo e nelle collaborazioni con giornali e riviste: per molto tempo ha avuto anche una rubrica di posta del cuore su Nuovo Paese Sera!

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Manuela Pinetti e Gianluigi Ceccarelli, coautore di “Boosta Pazzesca” (Foto: Luca Persiani)

Boosta e Manuela: cosa le accomuna e in cosa sono completamente diverse? 

Mi auguro di riuscire a mantenere vivo in me non dico tanto il candore di questo personaggio, perché nel mondo reale sarebbe da pazzi, quanto la sua mancanza di amarezza.

Roma è la città dalle infinite fregature, stanno nascoste sotto ogni sanpietrino. Eppure nonostante questa consapevolezza lei non si è incattivita, non è aggressiva verso il prossimo, perché vede un po’ tutti come suoi compagni di sventura, che meritano più un abbraccio che un’incazzatura.

È consapevole che da qualche parte la attende l’inculata quotidiana, eppure ogni mattina va incontro alla giornata spavalda, fiduciosa di trarne qualcosa di buono.

Spero di avvicinarmi a questo approccio saggio, più che altro per non disperdere inutilmente energie in una città complessa.

Un talento di Boosta che nella mia vita personale non possiedo – ma le invidio da morire – è l’avere sempre la battuta pronta. Ma ci sto lavorando.

C’è già un nuovo libro all’orizzonte? Se sì, sarebbe bello potessi darci qualche anticipazione!

Sì, c’è! Uscirà tra qualche mese per Momo Edizioni.

Boosta Pazzesca si confronterà con il precariato ma senza piagnistei, facendo ovviamente ridere ma con tutta la serietà che merita l’argomento.

Il lavoro precario è un tema che da sempre mi sta molto a cuore e che con Gianluigi abbiamo inserito spessissimo nelle avventure della nostra eroina.

Anche nel romanzo “Tre metri sotto er Laurentino P38” (Ensemble) ha un ruolo importante.

Lo abbiamo infilato in molti racconti, come “L’importanza de esse Giusy,” pubblicato dalla rivista letteraria Risme.

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora quanto è cambiata la tua scrittura?

Scrivo per mestiere da una ventina di anni, facendo in contemporanea mille altri lavori, dall’operatrice nei call center all’hostess concorsuale. 

La scrittura, come la lingua, è qualcosa di vivo e in continua evoluzione. I cambiamenti che mi sono saltati di più all’occhio derivano spesso dalla collaborazione con altri scrittori e altre scrittrici.

Scrivo spesso con altre persone e ogni volta mi rimane qualcosa, una sorta di eredità.

Il bello è che lo scambio è reciproco (o recicropo, come direbbe Boosta) ed è sempre un arricchimento.

Ultimamente ho lavorato molto con Paolo Civati, che viene dal teatro e ha un approccio alla scrittura ovviamente differente dal mio.

Mi sono ritrovata a usare alcune sue metodiche spontaneamente e in autonomia e chissà se ci avrei mai pensato.

Tutto quello che ho imparato l’ho imparato da qualcun altro“: è vero! (Non lo dico io, ma Tito Faraci).

Hai un pubblico-tipo?

Non saprei. Forse chi ama vedere illuminati gli angoli bui della quotidianità può trovare pane per i suoi denti.

C’è una cosa che una scrittrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Ogni volta che prima di scrivere ci diciamo “Ah questo l’editore/il produttore non lo accetterà” e quasi in automatico imbocchiamo un’altra via (la solita, quella consolidata) stiamo commettendo un torto grave a noi stessi in quanto scrittori e ai lettori/pubblico, perché priviamo tutti di una voce importante, talvolta fondamentale.

L’autocensura è un male infido, diffuso e molto spesso inconsapevole.

C’è poi da dire, riprendendo in parte una polemica attuale, che l’apporto di una scrittrice, come di uno scrittore, non ha limiti di competenza territoriale e mi sembra offensivo dare per scontato che uomini e donne possano raccontare soltanto chi gli/le è omologo per sesso o etnia.

Ascoltiamo piuttosto la nostra voce interna e non perdiamola mai nel chiacchiericcio dello stereotipo.

Non autolimitiamoci a scrivere, che so, commedie romantiche se non ci va. Scriviamo di calcio, di pugilato, di tutto quello che vogliamo.

Prova a dare un consiglio al nuovo Governo su come gestire il mondo della cultura. E alla nuova Assessora Fruci qui a Roma 

Mi piacerebbe che la cultura fosse accessibile al più ampio pubblico possibile.

Boosta Pazzesca invece, che è più pragmatica di me, sintetizzerebbe il tutto col suo consueto grido di battaglia “Annateve a ripone“.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Ho molti progetti da portare avanti, ma mi auguro anche di finire di scrivere un romanzo storico che vive con me da tanto tempo.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Tutti i progetti a cui ho lavorato o sto lavorando occupano uno spazio speciale nel mio cuore, anche quelli che non hanno visto la luce, o non ancora.

Mi descriveresti il lavoro di Manuela Pinetti con un’immagine e con 3 parole?

Una frase che ripeto spesso rispetto al mio lavoro di scrittrice è “Non è scolpito nel marmo“.

Prima di arrivare alla sua forma definitiva un testo può cambiare varie volte e vivere tante vite, è un processo bellissimo (e sfiancante, talvolta).

In 3 parole: scrivere è riscrivere.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Paolo Gresta)

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