Intervista Teatro

#Intervista: Alessia Cristofanilli e il teatro senza luogo

In strada, al parco, in spiaggia, all'università. E che sia Roma, Brasile o Jamaica per Alessia Cristofanilli non c'è alcuna differenza: per una formatrice che ama "trasformare i limiti in possibilità" il teatro può essere portato ovunque e di fronte a chiunque.

Intervista: Alessia Cristofanilli e il suo teatro senza luogo

In strada, al parco, in spiaggia, all’università. E che sia Roma, Brasile o Jamaica per Alessia Cristofanilli non c’è alcuna differenza: per una formatrice che ama “trasformare i limiti in possibilità” il teatro può essere portato ovunque e di fronte a chiunque.

Nella sua lunga esperienza professionale, Alessia ha mescolato in una proposta artistica sempre stimolante e creativa il teatro sociale e la didattica attraverso laboratori e performance in cui lo spettatore è chiamato a vivere da dentro l’esperienza teatrale.

Alessia mi ha parlato in maniera più approfondita e dettagliata del suo percorso così particolare che al momento la vede impegnata nel parateatro, una forma rituale di teatro creato da Jerzy Grotowski intesa come lavoro su di sé posto in linea continua con l’indagine psicofisica.

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Alessia Cristofanilli

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Alessia?

Più che storia artistica, potrei raccontarti da dove nasce la mia ricerca, che poi sia artistica o umana, è difficile dirlo.

Ho iniziato a fare teatro a 14 anni, poi all’Università ho studiato per diventare pedagogista, il teatro rimaneva una passione, quello che mi faceva brillare gli occhi.

Poi un giorno ho pensato che sarebbe stato bello fare tutti i giorni qualcosa che ti fa brillare gli occhi. 

Ho continuato a studiare, mi sono diplomata in Teatro Sociale e poi ho incontrato persone che mi hanno dato spazio. 

I miei occhi ancora ringraziano.

Parlami delle tue attività: cosa ti piace proporre, soprattutto? Parlo di palco ma anche al di fuori di esso, conoscendo le tue iniziative interattive!

Porto il teatro dappertutto, ho fatto laboratori teatrali per strada, nei parchi, in spiaggia, nelle palestre dei centri sociali, nelle aule universitarie, nella scuole di periferia del Brasile, su una collina in Jamaica. 

Ma se mi chiedi degli spettacoli, ti dico che dai laboratori di recitazione che conduco nascono spettacoli/performance in cui è sempre presente l’interazione con il pubblico, voglio che lo spettatore viva un’esperienza e non sia un testimone passivo dell’atto scenico. 

Concepisco lo spettacolo come la festa finale di un processo creativo di cui gli spettatori sono gli invitati e come tali sono chiamati a partecipare attivamente. 

E poi mi piace giocare con lo spazio, trasformare i limiti in possibilità, l’ordinario in straordinario, mescolare le carte, stupire, anche provocare a volte.

Il teatro ci dà la possibilità di parlare con le immagini, di dire tutto, senza aprire bocca. 

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Cosa distingue il tuo modo di esprimerti, di proporti, di interpretare, da quello di altri tuoi colleghi?

Di base mi interessa il cambiamento, mi piace vedere persone che fanno piccole rivoluzioni, personali e collettive. 

Per questo lavoro anche in contesti sociali, dove il teatro non ha finalità artistiche ma educative e pedagogiche. 

D’altro canto quando metto su spettacoli nei laboratori di recitazione, quello che mi preme è creare un progetto che abbia una dignità artistica, anche se spesso gli spettatori sono amici e anche se gli attori non sono professionisti.

E anche se andiamo in scena in un parco sotto gli alberi.

Ecco, concepisco gli spettacoli come delle piccole opere che meritano tutta la mia dedizione.

Credo che basta essere sinceri, segnare a terra i confini e sapere che dentro quei confini si possono creare cose meravigliose.

Al momento di cosa ti stai occupando?

Sono in partenza per una residenza di ricerca parateatrale.

Il parateatro è una forma di teatro rituale, è molto affascinante, il primo a crearlo fu Jerzy Grotowski quando, all’apice del successo, decise di abbandonare le scene per dedicarsi alla ricerca.

Siamo in 6 e per 1 settimana faremo ricerca sul parateatro, attraverso il training fisico e vocale, le improvvisazioni, a pieno contatto con la natura. 

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche? 

Sono 7 anni, continuo a stupirmi tutti i giorni. 

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C’è una cosa che una formatrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Penso si debba avere una visione di fondo, una direzione anche non palesata.

E poi su questa base costruire ogni giorno il proprio modo di lavorare, calibrandolo su chi si ha davanti. 

Non ci sono regole che valgono per tutti, ma una cosa a cui presto molta attenzione sia mentre insegno, sia quando costruisco le performance, è non mettermi al certo dell’attenzione, non imporre le mie idee, non proporre verità preconfezionate. 

Parafrasando Paulo Freire: “Se chi vuole creare il cambiamento (i sedicenti attivisti) ripropone modelli di interazione in cui c’è un capo e un popolo che lo segue, che cambiamento è?”.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

 Sì ha inciso, teatro significa respirarsi addosso.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Ad agosto propongo una residenza teatrale in Molise, aperta a tutti, 3 giorni immersi in una creazione collettiva.

E da settembre, di progetti ce ne sono tanti, ma stiamo a vedere…

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Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Sono innamorata di tutti i progetti che faccio, però posso raccontarti il mio progetto “Fragile Spazio – Teatro senza luogo” con il quale porto il teatro dove il teatro non c’è.

Per esempio l’anno scorso sono andata in Jamaica e per un mese e mezzo ho tenuto un laboratorio teatrale per gli abitanti di Boston Beach, un villaggio verdeggiante sulla costa orientale dell’isola.

Dopo appena 2 settimane abbiamo messo su una breve performance con un gruppo di adolescenti del posto, hanno recitato su un piccolo palco e le luci le ho fatte con 2 lampade da tavolo appese a una corda.

Durante la performance il pubblico incitava i personaggi suonando i djembe, i bambini urlavano, un cane è entrato in scena, abbaiando.

La gioia più rumorosa che abbia mai provato.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Alessia Cristofanilli con un’immagine e con 3 parole? 

Ho parlato abbastanza, ti faccio vedere un paio di foto, che dici?

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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