Cultura Teatro

#Recensione: “Civico 33” al Teatro Tor Bella Monaca

#Recensione: “Civico 33, monologhi di donne” al Teatro Tor Bella Monaca

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Alessandra Fallucchi ed Emanuela Panatta

Dal 22 al 26 marzo è andato in scena al Teatro Tor Bella MonacaCivico 33, monologhi di donne” con Emanuela Panatta e Alessandra Fallucchi.

Donne che parlano di donne.

Ma non solo: le studiano, le analizzano. E le mostrano al pubblico in tutte le loro sfaccettature.

Ma soprattutto donne che parlano “alle” donne.

“Civico 33”: lo spettacolo

Lo spettacolo è tratto dal libro omonimo della stessa Emanuela Panatta, edito da Il Torchio nel 2016 e riadattato a testo teatrale insieme alla sua collega di scena Alessandra Fallucchi.

La storia si svolge, appunto, al civico 33, che è l’indirizzo di un palazzo che si fa crocevia di storie di donne che si raccontano, si sfogano, urlano, cercano conforto e consiglio.

Mostrano tutte le loro molteplici sfaccettature d’animo.

Sono Emanuela e Alessandra a interpretare tutte queste donne, cambiando ogni volta personaggio, saltando da un’emotività all’altra e portando alla luce ogni volta bisogni diversi, storie e frustrazioni differenti.

Come fanno? Cambiandosi d’abito e indossando le scarpe giuste.

D’altronde si sa che l’umore di una donna lo si riconosce dalle scarpe che indossa, no?

Tornando seria, le 2 attrici riescono a saltare da una vita all’altra, da una condizione emotiva opposta alla precedente, con una velocità e serenità tali da farla sembrare la cosa più semplice del mondo.

Che brave!

La scena è semivuota: ci sono soltanto 2 sedie al centro e altrettanti appendiabiti alle estremità del palco da cui le donne attingono per cambiarsi.

Per il resto, il palco si riempie soltanto delle loro voci e delle loro storie.

La grande bellezza di ogni donna

Ogni donna che viene portata in scena si trova in un particolare momento di fragilità, instabilità e smarrimento dovuto a molteplici motivi: il lavoro precario, il tradimento, un matrimonio infelice, la dieta…

Sì, la dieta. La dieta è sempre motivo di smarrimento e nervosismo. Confermo e sottoscrivo.

Ogni scena è sempre calcata da entrambe le attrici che si spalleggiano, si confrontano, si aiutano. E ogni tanto si demoliscono a vicenda. 

A volte in chiave ironica, altre volte in chiave seria e drammaticamente attuale.

Queste donne, in base al rispettivo disagio di quel momento, vedono nella figura dell’uomo il simbolo della stabilità e sicurezza, una possibile soluzione a ogni problema.

Oppure, drasticamente, la causa scatenante di tutto.

Ma quando la figura maschile può sembrare una soluzione, la donna poi prende coscienza del fatto che sì, questo porrebbe fine alla sue sue difficoltà.

Però a che prezzo? 

Quello a scapito della felicità e della libertà di essere una donna affermata e autonoma. 

Una macchia sull’orgoglio, di quelle che non si tolgono nemmeno con un lavaggio a 90° e il migliore smacchiatore in circolazione.

E quando invece è chiaro che l’uomo è l’origine di ogni problema, la donna tentenna ad accettarlo.

Forse è colpa del suo comportamento troppo pesante.

O forse è colpa dell’allineamento dei pianeti o forse qualcosa di mistico per cui si rende necessaria una seduta da una cartomante.

Ma poi le oneste parole di una amica o un momento di lucidità rendono chiaro che è il momento di mettere un punto.

Anche se questo significa ripartire da zero, da capo, ricostruirsi e riassemblarsi pezzo dopo pezzo.

Perché è questa la grande bellezza di ogni donna: avere la forza di mettersi in discussione e di tracciare un nuovo sentiero da percorrere, da sola, ponendo al centro sé stessa.

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Aver coscienza di sé stesse

Il messaggio di “Civico 33” lo trovo molto bello e molto forte: noi donne dobbiamo imparare ad avere coscienza di noi stesse.

Ed è soltanto dopo che abbiamo trovato il nostro posto nel mondo, la nostra serenità, una autonoma stabilità, è solo allora che siamo pronte ad accogliere qualcuno con cui condividere questo cammino senza scendere a compromessi.

Sembra in realtà una cosa banale, detta e ridetta.

Ma questa performance invece, dove ognuna di noi si è riconosciuta, almeno in parte, ha reso lampante come l’idea di donna autonoma, autosufficiente e artefice di sé stessa senza bisogno di “reggersi” a un uomo non è ancora radicata nella nostra mentalità.

Di noi donne sopratutto. 

E per questo spunto di interessante riflessione ringrazio molto Emanuela e Alessandra.

The Parallel Vision ⚭ _ Myra Verdura)
(Foto: © Azzurra Primavera)

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