Cultura Intervista

#Intervista: Benedetta Rustici, “Arte necessaria alla comunità”

Intervista: Benedetta Rustici, “Arte necessaria a individuo e comunità”

Ho avuto modo di applaudire Benedetta Rustici in teatro molte volte.

In ogni spettacolo mi ha convinta per la forza e la determinazione che le permettono di interpretare i ruoli più diversi senza mai incorrere nel rischio di apparire fuori contesto.

Stavolta ho avuto il piacere di intervistarla e Benedetta non si è risparmiata regalandoci interessanti riflessioni e simpatiche confidenze.

ragazza-specchio-bianco-e-nero
Benedetta Rustici (Foto: Alessandra Cinquemani)

Dolce, irriverente, provocante: Benedetta Rustici riesce in teatro a dare voce ai mille volti della femminilità. Cosa ne pensi?

Penso che dovrei farmi vedere da uno bravo, quante persone ci sono dentro di me? Registi, produttori, casting chiamatemi!

A parte gli scherzi: i volti di questi personaggi sono solo alcuni di quei 1000 che le donne posseggono e finalmente sanno di possedere, libere di scegliere, il che mi rende felice.

Purtroppo nella vita vera è solo una variabile.

Ma nella recitazione, la straordinaria realtà della finzione, è possibile permettersi molto di più rispetto alla vita vera ed è appannaggio proprio di tutti, maschi e femmine, grandi e piccini.

Come nasce la tua passione per il teatro? Raccontaci di te!

Hai presente quando ti annoi di frequente? Se sei come me, hai continuamente bisogno di stimoli.

Mi sono sempre molto arrangiata, ho fantasia e una nonna sarta e paziente, così fin da bimbetta mi costruivo costumi e accessori, racimolavo i trucchi finiti di mamma, qualche chincaglieria dalle signore del paese che mi vedevano giocare per strada e lo spettacolo era fatto, il pomeriggio animato e il sorriso stampato sulla bocca.

Poter scegliere di essere chi vuoi o profondamente te stessa è uno dei grandissimi lussi di questo mestiere, per questo non puoi che amarlo, per questo tutti dovrebbero andare e fare teatro.

L’immaginazione ha tutti lati positivi.

Lo spettacolo al quale sei più legata qual è e perché?

Questa è una domandona e ho un sacco di risposte.

Ci sono gli spettacoli della mia compagnia teatrale BiTquartett, ma scelgo “Il Panico” di Rafael Spregelburd: era il primo spettacolo in un teatro vero con la mia classe della Cometa, i tecnici che facevano cose sconosciute, la prima prova di lavoro con un pubblico vero, con una regista fenomenale assieme alla mia famiglia romana al completo, in un momento che non dimenticherò mai.

Quanto mi sono divertita, quanto.

Tutti gli artisti de lacasadargilla ci fecero lavorare sodo e Lisa Ferlazzo Natoli ci regalò un paracadute invincibile.

Dopo il saggio al CometaOFF, ricordo distintamente una replica all’Angelo Mai, dove avevo con me altre 150 persone che si stavano letteralmente scompisciando.

Certo tanti amici, ma anche tanti addetti ai lavori.

Da quel momento ho capito che avevo appena iniziato a giocare sul serio.

ragazza-con-parrucca-rosa
Yukonstyle” (Foto: Valeria Luongo)

Ci siamo incontrare grazie a “Bia”: che ricordo hai e che riflessioni ti va di condividere riguardo a quella esperienza artistica?

Faceva già caldo, Valerio Nicolosi mi chiamò che mi ero tolta i jeans e avevo le gambe in acqua, giocavo con le onde e la sabbia, ma non capii bene che mi sarei ritrovata su un set con un ruolo impegnativo da protagonista per la prima volta.

E la prima volta è sempre un’esperienza che si ricorda.

Il personaggio di Bia è un viaggio nel buio, quel buio che a volte spesso si omette perché ha un cattivo odore, sa di povertà, scarsa istruzione, dolore.

La storia di Bia è un’occasione di sperimentare la vita tremenda di chi non ha scelta e sospendere il giudizio, sperimentare l’empatia verso i più deboli, dare un senso al proprio mestiere senza avere niente da insegnare ma mostrando mettendo in luce l’ombra che è qui, esiste e fa parte di noi.

Potrei addirittura spoilerare che il terzo capitolo è in fase di scrittura.

Potrei eh.

Ai giovani che desiderano vivere il teatro cosa ti senti di consigliare?

Oggi che si comunica velocemente, in contemporanea su più fronti, per rimanere sereni mi sento di consigliare di vivere più spesso possibile esperienze dal vivo, di qualsiasi natura.

Il teatro ne è un esempio: è un linguaggio col quale si comunica vis à vis e con la totalità delle nostre energie, è un esercizio all’empatia, alla trasformazione e quindi dell’intelligenza.

Vedendo e facendo teatro, spettatore e attore vivono un momento di contatto reale, sia emotivo che talvolta concreto, con sé stessi e altre persone senza bisogno di niente, se non della loro più totale disponibilità e fiducia; penso sia importante in questi anni violenti e superficiali.

A quali progetti stai lavorando?

In questi giorni sto lavorando alla distribuzione di “Fuori la voce” – un reading con Irene Paoletti, in collaborazione con il centro anti-violenza Olympe De Gouges di Grosseto.

Poi “Lost in chaos” – uno spettacolo di teatro danza di Chiara Migliorini.

Inoltre, un progetto teatrale in collaborazione col drammaturgo Federico Guerri e un sound designer, Andrea Gozzi, che dà vita in 3D a fantasmi di varie epoche attraverso cuffie a conduzione ossea.

Insomma “ACCHIAPPAFANTASMI” è lo spettacolo che avrei voluto vedere da bambina.

Mentre in fase produttiva ho uno spettacolo con un chitarrista incredibile che dovrebbe essere un viaggio per l’Italia attraverso la musica e le storie della tradizione popolare, per il quale sono ancora in fase di ricerca.

A proposito, se qualcuno che legge quest’intervista fosse sapiente in materia e volesse accrescere il mio bagaglio, è pregato di contattarmi e dirmi tutto quello che sa, davvero.

Poi ancora un monologo con giusto un microfono in mano e tutto ciò che mi balenerà per la testa.

Sto intervistando le persone che mi incuriosiscono sui social, quelle che si espongono soprattutto con il corpo, scribacchiando, facendo riflessioni filosofiche altissime sul dualismo gioia-dolore che voglio finiscano nella semplicità di una birra buona quando hai sete, alla mia portata insomma.

L’arte e il teatro vivono attualmente una condizione di estrema fragilità. Cosa è necessario fare per (r)esistere secondo te?

Il tasto è dolente e io non smetterò mai di credere alle favole, che l’unione fa la forza.

Ognuno si salva come può e io continuo a pensare che l’unica via sia quella del dialogo tra gli addetti ai lavori in primis, poi pretendere qualche risultato da un ulteriore dialogo con le istituzioni, portando a termine il processo di sensibilizzazione che si era innescato durante i mesi di marzo e aprile scorsi.

Anche se il problema credo sia generale ed è la concezione del lavoro, soprattutto del lavoro immateriale che questo Paese ha distorta.

Mentre come categoria sento che dovremo sottolineare l’importanza sociale del nostro lavoro, la necessità dell’arte per l’individuo e la comunità.

Quello che farò io, oltre a essermi iscritta al sindacato, è di continuare a cercare sinergie con il mio territorio, i luoghi che mi hanno accolta negli anni e tutti i professionisti che mi piacciono umanamente e artisticamente, così da mantenere vivo un legame tra le persone positive che animano il mio mondo.

Cosa ama fare Benedetta nella vita di tutti i giorni?

Fare colazione.

Io adoro fare colazioni lunghissime con più portate dal salato al dolce, frutta, yogurt, cereali e chi più ne ha più ne metta.

Al secondo posto c’è canticchiare e ballettare in mutande per casa.

Al terzo, tante altre cose.

C’è una frase che ti ripeti ogni volta che devi assolutamente raggiungere una meta?

Non la posso scrivere qui, assolutamente, è una frase troppo maremmana per essere capita nero su bianco, ma ha molto a che fare col far passare un cammello nella cruna di un ago con molta pazienza e l’uso di lubrificante.

Ho detto troppo.

Immagina di poter dedicare un saluto speciale per qualcuno di speciale. A chi e cosa vorresti dire?

Mi piacerebbe mandare un messaggio a mia nonna e dirle che sta continuando a insegnarmi tanto, che accettarsi e accettare la sfida è fondamentale, che il meglio verrà perché la vita è un’avventura meravigliosa, nonostante lei non ci sia più.

Il teatro è…?

La possibilità di essere liberi in qualunque luogo, in qualunque momento. Sempre.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: