Cinema

#Intervista: Valerio Nicolosi presenta il progetto “Bia”

Venerdì 27 ottobre alla Dolce Vita Gallery è stato presentato in prima assoluta “Bia“, il nuovo cortometraggio di Valerio Nicolosi assieme alla mostra fotografica delle foto di scena e di backstage di Alessandra Cinquemani, Riccardo De Luca e Roberto Ratti. “Bia” rappresenta la naturale evoluzione di “Bar(n)Out duepuntoniente“, un lavoro di circa 5 anni fa nato come libro di racconti e fotografie e poi diventato un corto in cui Valerio, assieme a Paolo Verticchio, raccontava uno spaccato di dolore e degrado quotidiano attraverso le storie di 4 personaggi apparentemente molto distanti tra loro ma accomunati dallo stesso destino.
Abbiamo visto “Bia” in anteprima e grazie a questa intervista Valerio Nicolosi approfondisce il senso del suo nuovo lavoro.

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“Bia” dopo Bar(n)Out: perché?
Bella domanda! “Bar(n)Out” è stato un inizio, il prendere coscienza che potevamo raccontare in modo cinematografico qualcosa di vero e di personale legato alla periferie. Purtroppo le risorse limitate (è un lavoro principalmente autoprodotto e partecipato in parte con un crowdfunding) impongono un racconto veloce. E mettere dentro 15 minuti di storia tutto quello che vorrei dire sulle periferie e le case popolari è impossibile. “Bar(n)out” è stato pensato come inizio e “Bia”, anche se racconta l’antefatto, è il seguito perfetto. L’idea è quella di usare questi corti come puntate pilota e trovare i fondi per una serie tv perché nonostante il divario tecnico e d’esperienza, un lavoro come “Bia” non ha nulla da invidiare a una serie come “Suburra”, anzi! Ora faremo uscire “Bia”, parteciperemo ai concorsi però vorrei intanto chiudere la trilogia di “Bar(n)Out” e poi lanciarmi sulla serie a testa bassa.

Il bisogno di delineare maggiormente i contorni dei personaggi da cosa nasce?
Essendo il seguito avevo bisogno di raccontarli meglio. “Bar(n)Out” è la mia opera prima e per questo ha forse troppi elementi al suo interno. “Bia” è un corto che ha una sua anima distinta ma che messo in sequenza con “Bar(n)Out” compone un quadro unico e spiega meglio tutti i personaggi che compaiono nel romanzo e nei corti. Alcuni torneranno nel terzo (e ultimo) episodio e sarà allora tutto persino più chiaro.

QUI TROVATE IL TRAILER DI “BIA”

Se io dovessi indicare un concetto chiave di questo nuovo lavoro mi verrebbe in mente “dolore sordo”. Tu invece, cosa risponderesti?
Che forse hai ragione. A me “Bia” fa male, malissimo. Quando lo guardo mi vengono in mente tantissime storie che conosco e a cui si ispira il racconto e non posso che essere triste perché anche se nasci e cresci in certi luoghi, a queste cose difficilmente ci si fa l’abitudine. Io sono nato e cresciuto nei quartieri popolari; oggi vivo a 1500km di distanza e in un contesto molto più agiato ma “l’odore” delle case popolari te lo porti sempre dietro e io ne vado orgoglioso perché contiene quel background che mi da la possibilità di produrre opere come questa, di lavorare come un matto per realizzare i miei sogni, di avere la giusta rabbia per migliorarmi giorno dopo giorno. “Bia” fa male e fa molto più male di “Bar(n)Out“, ma arriverà il giorno del riscatto e non sarà solo quello di Bia ma spero di tutti noi perché potenzialmente tutti siamo Bia, tutti siamo Mel.

Quali sono le differenze sostanziali rispetto a “Bar(n)out”? Cosa hai scelto di cambiare o approfondire, cinematograficamente parlando?
Caparezza
cantava: ”Il secondo album è il più difficile nella carriera di un’artista” e aveva ragione. Non mi reputo un’artista, faccio quello che mi piace e lo faccio con passione ma dopo aver fatto “Bar(n)Out” e aver vinto dei premi, iniziare a lavorare al prequel mi ha messo un po’ di timore. Avevo paura di fare un flop clamoroso, pensavo di aver finito le idee o di sbrodolarmi. Addosso invece ho preso la mia rabbia e l’ho incanalata in questo nuovo progetto. “Bia” rispetto a “Bar(n)Out” è molto simile e molto diverso al tempo stesso. Lo stile è sempre quello e dentro ci sono i documentari, i reportage, le storie vere e tutto quello che ho vissuto, ma al contempo ho provato a migliorare e l’ho fatto soprattutto dall’idea. Con Paolo Verticchio abbiamo lavorato benissimo alla scrittura ma una volta finito ho iniziato a togliere le parti che ci avrebbero fatto fare lo stesso errore di “Bar(n)Out“, ovvero quello di mettere troppi personaggi, troppe informazioni. In fase di riprese, come sempre, è stato fondamentale il lavoro di squadra: partendo dagli attori, con i quali ho lavorato per “cucire” loro addosso i personaggi e poi con Jessica Granato (aiuto regia), Daria Marcon (edizione), Lorenzo Casadio (direttore della fotografia) per adattare al meglio la storia alle esigenze del set.
Una cosa che contraddistingue “Bia” è proprio la scelta degli attori. C’è chi viene principalmente dal teatro come Benedetta Rustici e Riccardo Marotta (anche se ha partecipato all’ultima serie di “Gomorra”), chi dalle serie tv Rai come Paolo Romano (famoso per essere il giudice di “Un posto al sole”), chi come Enzo Sacchettino ha recitato nella prima serie di “Gomorra” (il suo personaggio era Danielino) ma che venne scelto come attore non professionista e poi chi era alla prima esperienza come Erika Sibio (la quale però ha frequentato una scuola di recitazione) e chi era alla prima esperienza assoluta come i miei amici Davide Gasbarro, Fabrizio Giorgini, Stefania Fattori e Silvia Stella che sono stati scelti perché hanno un volto e un’espressività perfetta per quello di cui avevo bisogno.
Registicamente è stato difficile ma bello metterli insieme: sono arrivato sul set preparatissimo circa quello che volevo e poi mi sono lasciato coinvolgere dalle diverse interpretazioni.
Spesso ho detto loro: “La sceneggiatura è il concetto, io voglio questo effetto, troviamo insieme un modo per arrivarci”. Sono lavori simili ma credo che in “Bia” sia nettamente superiore sotto tutti i punti di vista.

Alcune immagini irrompono nelle sequenze quasi a volerne disturbare il dinamismo. Sono pugni nello stomaco dei quali non fai in tempo a comprendere la portata. Quanto è stato difficile realizzare umanamente questo secondo corto?
Ti porto un esempio: Quando sono arrivate le musiche definitive e le ho inserite e ho visto il corto, mi sono emozionato nonostante lo conoscessi a memoria. Le musiche rendevano perfettamente il concetto che volevo esprimere e quella malinconia di cui avevo bisogno in alcuni momenti. Le immagini di cui parli, invece, sono il frutto di un lungo lavoro di montaggio nel quale mi sono ritrovato quasi a stravolgere la sceneggiatura cambiando l’ordine temporale delle scene, cancellandone alcune e tagliandone altre. Alla fine il risultato è stato quello di un maggiore tormento interiore.

Quali sono i nuovi protagonisti di questo secondo lavoro?
A parte Bia sono tutti nuovi. Ci sono Mel e Megghi, rispettivamente il ragazzo storico di Bia e la mamma di quest’ultimo che venivano solamente menzionati nel primo cortometraggio. Ci sono un barista viscido e perfido, un pappone spacciatore diverso da quello di “Bar(n)Out” che riesce ad essere ancora più crudele. Sono i cinque personaggi che delineano la storia e che ho utilizzato per raccontare questo spaccato di mondo crudele.

Hai dato maggiore spazio alla descrizione silenziosa che i luoghi stessi fanno della storia: cosa mi puoi dire a riguardo?
L’assenza di dialoghi e di musica è funzionale al racconto e a quel “dolore sordo” che hai sentito. È stata una scelta registica pensata e venuta mentre lavoravo sia alla sceneggiatura che al montaggio. L’utilizzo di immagini che descrivono il contesto con o senza i protagonisti e l’utilizzo dell’audio ambientale ci aiuta a immedesimarci nel luogo che stiamo descrivendo e a capire la storia.

Cosa ti ha soddisfatto maggiormente di “Bia”?
Non c’è una cosa che mi piace più delle altre. Se non fosse mio direi che è un ottimo lavoro ma visto che lo conosco bene per averlo pensato, contribuito a scrivere, diretto e montato, ovviamente avrei voluto fare meglio tutto quanto ma spesso non è stato possibile. Le risorse erano limitatissime (1.600 Euro totali) e di conseguenza il tempo. Credo comunque che abbiamo fatto complessivamente un buon lavoro, per ogni interprete e ogni reparto. Spero davvero di poter ricompensare tutti e tutte dello sforzo fatto con la produzione di una serie.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)
(Foto: © Alessandra Cinquemani)
(Foto di copertina: © Valentina Faraone)

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