Musica

#Intervista: Jacopo Ratini e la strada verso la felicità

Venerdì 7 dicembre al Wishlist Club (Via dei Volsci 126b), ore 22.30: avete preso appunti? Questa sarà l’occasione per assistere live al varo del nuovo disco del cantautore romano Jacopo Ratini, “Appunti sulla felicità” (Atmosferica Dischi). Un album la cui uscita ufficiale è prevista per il prossimo 9 novembre e che è stato lanciato dal singolo “Cose che a parole non so dire” che ha riscosso in breve tempo importanti riconoscimenti da parte del pubblico e della critica.

La cura che il cantautore romano sceglie per ogni brano presentato è il biglietto da visita che da sempre lo contraddistingue. Vere e proprie storie in musica che lasciano all’ascolto un senso di piacevole freschezza anche quando le trame narrate custodiscono ricordi meno leggeri. Abbiamo intervistato Jacopo qualche sera fa al Mons, locale del quale l’artista cura la direzione artistica dal 2015 e, con la sua speciale ospitalità e ironia, ci ha raccontato la genesi del nuovo album al quale hanno contribuito artisticamente Luca Bellanova e Jacopo Mariotti (oltre ai musicisti coinvolti) e Francesco Lo Cascio al mix.

Jacopo Ratini-9“Appunti sulla felicità”, il tuo nuovo album, esce il prossimo 9 novembre. Ma hai preso davvero appunti per scriverlo?
Questo disco è nato da una serie di post-it composti da parole e frasi attaccate su una lavagnetta di sughero a casa mia. Ogni tanto mi capitava di assemblarle e venivano fuori delle strofe, dei ritornelli, degli special. In seguito davo un filo logico a tutto quanto sviluppando alcuni concetti rispetto ad altri. Erano veramente degli appunti di storie che avevo vissuto come spettatore o come attore protagonista dal 2014 al 2016, anno in cui sono entrato in studio per registrare. 

Ti è piaciuto di più raccontare le storie vissute da spettatore o quelle vissute da attore?
Le 2 cose spesso si sovrappongono. Nel senso che un punto di vista esterno si va a mescolare con un qualcosa di esperito e di vissuto. Sicuramente ciò che vivo in prima persona, se riguarda alcune sfere intime, ci mette più tempo ad uscire o ad essere raccontato. Quando sono spettatore faccio meno fatica grazie a quella piccola distanza che mi permette di parlarne in maniera più serena.

I tuoi studi di psicologia quanto hanno influito sulla costruzione di questo album e nella tua carriera in generale?
La psicologia c’è sempre, in ogni ambito artistico che vado a toccare o su cui vado a lavorare. C’è tanto di questa disciplina nella docenza all’interno dei miei laboratori di songwriting, come nella selezione artistica, quando mi approccio alla programmazione musicale di un locale o di una manifestazione. Nelle canzoni il mio percorso di studi è sempre stato una lente d’ingrandimento su tutto ciò che avviene. Nel metodo di scrittura che utilizzo c’è una grande analisi e riflessione su ogni aspetto o tema che affronto all’interno di una canzone. Vivo le cose con maggiore sensibilità e profondità rispetto ad un tempo e nell’album questa caratteristica emerge con maggiore intensità. Al suo interno racconto molti avvenimenti della mia vita: l’amore bello, quello contraddittorio che ti consuma, ma si parla anche di come si metabolizza e si supera un lutto. Tante piccole sfaccettature dell’animo umano in cui la psicologia mi ha sempre dato un grande aiuto e spero continuerà a farlo in nuovi libri o in altri dischi.

La scrittura è un altro elemento importante nel tuo percorso artistico. Quanto oggi, a tuo avviso, la scrittura è sottovalutata?
Noto che oggi si scrivono molte canzoni. C’è una nuova ondata cantautorale che viene definita indie ma che in realtà, in sostanza, è cantautorato popolare a tutti gli effetti. Di indie c’è solo una caratterizzazione sonora o un’etichetta che vuole fare tendenza. C’è anche un ritorno del pubblico all’ascolto delle canzoni (le famose playlist o i famosi “artisti consigliati” di Spotify) e nel frequentare i concerti dal vivo. La tipologia di scrittura però mi sembra meno di spessore rispetto ad un tempo. C’è una caccia allo slogan facile e al successo mordi e fuggi. Sembra che oggi si tirino fuori tante idee, si fagociti e poi si vomiti tutto rapidamente a discapito della qualità. Mancano i testi importanti e le canzoni che resteranno negli anni. Quelle che si analizzano nei sussidiari scolastici. In giro vedo tanto ingegno e spesso dei barlumi di talento o di stile ma, a mio avviso, servono più contenuti, e maggiore consapevolezza e dignità per ridare spessore al mestiere di autore e di scrittore. Perché scrivere canzoni è una cosa seria e, a volte, anche estremamente faticosa.

Prima hai parlato degli aspetti emotivi che differenziano questo album dai tuoi lavori precedenti. A livello stilistico invece cosa ci puoi dire?
Appunti sulla felicità” è un grande esercizio di stile dove tutte le parole sono soppesate. È un processo già iniziato con “Il colore delle idee” e successivamente con “Parlo all’infinito”. Mi sono ritrovato a sperimentare il bisogno di appuntare dei concetti per lasciarli decantare e metabolizzare.

Dal singolo “Cose che a parole non so dire” uno dei concetti che ho apprezzato è stato il bisogno di essere maggiormente tolleranti anche verso sé stessi. E poi sono arrivate 3 parole chiave: l’attesa, il sorriso e la routine.
In questo disco la parola “sorrisi” è ricorrente! Forse perché il sorriso è in qualche modo il biglietto da visita di ciascuno di noi. Sono attratto dai sorrisi perché mi fanno sentire a casa e a mio agio. Accolto. Per quanto riguarda l’attesa ti posso dire che io sono una persona che parla con tutti e fa parlare anche i muri. Mi sono trovato però in situazioni nelle quali dovevo interagire con persone che avevano una modalità comunicativa diversa dalla mia. E in qualche modo ho capito che questa cosa va compresa e rispettata. Rifletterne mi ha aiutato a scriverci una canzone. Hai presente le figure dei 2 panda del videoclip? Sono diversi però speculari in modo complementare. Credo che questa sia una delle possibili modalità dello stare insieme. “Cose che a parole non so dire” è anche il silenzio o la capacità di abitare i silenzi. E nei silenzi, attualmente, non mi sento quasi mai solo ma in ricerca.

Ma perché proprio la felicità? Non potevi scegliere di documentare un’altra emozione?
Questo disco non parla di felicità ma delle varie tappe, positive o negative, all’interno del proprio percorso verso il raggiungimento della felicità. 

Il tuo primo appunto sulla felicità qual è?
Se ora dovessi scrivere un mio personale post-it sarebbe: “Ricorda di dedicarti più tempo e di volerti più bene!!!”. Attualmente cerco di farlo, meditando con costanza, cucinando senza fretta… Ascoltandomi e coccolandomi maggiormente.

Cosa vuoi augurare al tuo nuovo album?
Un buon ascolto. Che venga accolto da più persone possibili e abbia la fortuna che meriti. Che si inneschi quel passaparola che ha già abbracciato “Cose che a parole non so dire” in maniera sorprendentemente inaspettata.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)
(Foto: © Laura Sbarbori)

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