Live report

#LiveReport: Lucio Leoni all’Auditorium – Parco della Musica

Al lettore si richiede un piccolo sforzo: resistere alla tentazione (semmai ci fosse) di scorrere fino all’ultimo paragrafo e leggere di chi sono le citazioni su cui è costruito questo scritto. La cronaca, in breve, riguarda il concerto del 5 aprile con cui Lucio Leoni ha presentato, nella sala studio Gianni Borgna dell’Auditorium – Parco della Musica, il suo secondo disco “Il lupo cattivo”.

Se dentro le canzoni ci metto le idee, queste idee si trasmettono con le canzoni”. Le idee hanno a che fare con un’immagine e le canzoni trasmettono la visione del proprio autore. Questo implica, ovviamente, che quell’autore una visione ce l’abbia, altrimenti il gioco si rompe subito. Lucio Leoni trasmette a una sala amica il suo complesso immaginario, fatto di parole vomitate e rintuzzate dietro la nuca, costruendo uno show concettuale, che parte proprio dalle idee dentro le canzoni.

Lucio-Leoni-il-lupo-cattivo-2La visione di partenza è che siamo pecore nel bosco. Un bosco di segni, le parole, in cui l’autore non si sofferma a raccogliere quelle che preferisce come un cappuccetto rosso qualunque davanti ai fiori che spuntano dall’erba, ma assorbe tutte quelle che gli arrivano addosso e così le restituisce al suo spettatore. Un bosco forse deturpato, allegoria di una realtà in cui si consumano rapporti di coppia fangosi, amori siderali e vite masticate.

Io canto non perché mi interessa protestare e poi quindi lo faccio cantando. Io canto, ripeto, perché mi piace la musica”. La cifra di Lucio Leoni non si misura sulla melodia e quando la cerca le creazioni sono ancor più preziose. In quei casi, come “Stile libero”, duetto mancato con Tiziano Ferro (almeno nei desideri del suo autore), “Perché non dormi mai” o “Mapuche”, Leoni raggiunge un pop a tratti struggente. A questi episodi si uniscono puntate sintetiche e frammenti seminali, urlati, decostruzioni ritmiche. Lucio Leoni è uno che forse ha nelle orecchie sia il Vasco Brondi di fine anni Zero sia Dalla. E trova un’amalgama il cui mestolo è tenuto in mano dalla band formata dal duo LeSigarette (Lorenzo Lemme alla batteria e Jacopo Dell’Abbate alla chitarra elettrica), Daniele Borsato (chitarra classica), Filippo Rea (tastiere) e Giorgio Distante (trombe).

Lucio-Leoni-il-lupo-cattivo-2017-3Anzitutto prendiamo atto di un fatto, che questa è una società di tipo industriale e perciò se voglio fare arrivare non dico una protesta, fare arrivare un certo mio discorso al pubblico bisogna che lo faccia industrialmente”. Che accostamento, “discorso” e “industria”. Entrambe hanno a che fare con l’ordine, ma una riguarda l’ordine qualitativo, l’altra quello quantitativo. Eppure servono entrambe, e anzi il discorso deve cavalcare le potenzialità dell’industria; forse è questo che dice “Le interiora di Filippo”, la cui frase centrale è “chi gioca con le parole, quando lo fa sul serio affonda le mani nelle viscere del senso”.

I discorsi di Leoni sono generazionali perché raccontano le angosce reali di chi è nato negli anni Ottanta (“A me mi”) e ora non è più sicuro di fare un figlio, come aveva sempre pensato, perché quei discorsi tralasciano la nostalgia kitch di certi progetti musicali che di quel bosco deturpato non trovano nemmeno l’ingresso. Leoni è uno che gioca sul serio con le parole e col loro suono così tanto da far diventare un saggio di linguistica sul romanesco, un mirabile pezzo di teatro-canzone.

Lucio-Leoni-il-lupo-cattivo-1Anziché cercare di guadagnare dei soldi scrivendo canzoni che parlano di fiorellini eccetera, faccio delle canzoni parlando di determinate cose alle quali io credo”. Leoni crede alla profondità, non alla superficie. All’analisi, non alla sintesi. Lo scarto sta nel non essere prolisso ma estremamente lucido, col suo flow geometrico: sfrutta le potenzialità del linguaggio per rappresentare la sua crisi.

Se le parole sono un bosco di segni, quello che racconta Leoni è un autentico disboscamento. Alla sua riflessione è sottesa la dimensione favolistica, la visione di partenza, che chiude il concerto con l’incontro con “Il lupo cattivo”. Ma il lupo è cattivo? Parrebbe di no, a sentire una bambina da fondo sala. Se non è cattivo, è quanto meno ipocrita come in Esopo, è avaro come nella Bibbia, oppure indifferente come nella favola cantata in Auditorium. C’è sempre un lupo cattivo a cui dare la colpa, perché il bosco deturpato in cui ci siamo persi ha smarrito la giustizia. Ma è davvero possibile stabilire un confine tra l’animale e l’uomo? Il ragionamento decostruzionista di Lucio passa da qui, l’imbuto si restringe proprio alla fine dello show, che nel frattempo lo ha visto sfoggiare ottime capacità istrioniche, usate per tradire l’evidente emozione. A forza di dare la colpa al lupo cattivo, siamo diventati altro, alieni. Ci siamo ridotti a prospettive meschine e minuscole, alla necessità di fare carriera senza onore, di bramare senza desiderare, alla violenza. Forse è il caso di tornare uomini, ché il lupo cattivo si sa che fine fa.

Ah, le citazioni sulle quali è stato costruito questo scritto sono riprese da una discussione sulle canzoni di protesta che coinvolse Luigi Tenco nel 1966. Leoni le intarsia con la sua versione di “Io sono uno” esattamente a metà spettacolo. Attraverso le canzoni Tenco esprimeva la sua insoddisfazione per il circostante; Lucio Leoni ha il merito di fare sue le riflessioni tremendamente illuminanti del cantautore genovese (uno dei più grandi, è bene ricordarlo) e renderle nostre. Lucio Leoni “pro-testa”, si fa testimone di un “postaccio”, di un mondo “che non va bene”, che ha confuso le sue idee e ha perso le sue visioni. Che dio (o chi per lui) ce ne scampi, da un mondo così.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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