Live report

#LiveReport: Vidonis-Mou-Dello Iacovo a Officina Pasolini

Un’insegna luminosa posata su un tavolo, un giradischi in un angolo, un mini bar nell’altro. Il foyer del Teatro Eduardo De Filippo, fulcro produttivo dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, conserva nelle pareti i fasti delle messe in scena di Carmelo Bene e assorbe i colori delle nuove generazioni di artisti che da più di un anno lo stanno popolando. Il 27 gennaio la sala ai piedi della Farnesina accoglie Chiara Vidonis, Erica Mou e Chiara Dello Iacovo nel format intitolato “Quando arrivano le ragazze”.

Sulla scia del titolo di Pupi Avati che vedeva per l’ultima volta sul grande schermo Johnny Dorelli va in scena la rassegna di tre cantautrici pregiate, tre modi differenti di usare la voce, il suono e la parola. La serata scorre via tra le canzoni che le ragazze regalano al pubblico e le riflessioni sul panorama musicale odierno, sui talent, sulla canzone d’autore femminile e sui riferimenti musicali del passato.

A proposito di passato, ci provano in tutti i modi Tosca e Felice Liperi, moderatori di serata, a farle suonare “Vorrei” di Guccini ma Chiara Vidonis, che con le canzoni del Maestrone è cresciuta, resiste alla tentazione. La cantautrice triestina canta due brani del disco “Tutto il resto non so dove”, autoprodotto nel 2015. La sua particolarità sta nella mescita gustosa delle due anime del rock, quella grintosa e quella romantica. “Viola e bordeaux” racconta l’importanza della distrazione cromatica nell’amore, mentre “Quando odiavo Roma” (che in chiave acustica forse perde parte della rabbia che permea la traccia su disco) rende il fastidio per un amore finito, che ha finito per esaurire l’amore per la città. Tutto è sintetizzato con crudezza nella metafora “quando odiavo Roma/Roma eri tu”.

C’è una figura familiare che la lega a Erica Mou: il fratello maggiore. Se la Vidonis ricevette dal fratello più grande il suo primo strumento (una chitarra a dodici corde), la Mou cominciò a scrivere le prime canzoni, così racconta, per odio nei confronti del fratello. Delle tre ragazze è quella con più dischi sulle spalle (ben cinque) e poggia il suo stile su soluzioni più melodiche senza rinunciare alla forza narrativa o riflessiva dei testi. La cantautrice pugliese fa ascoltare due canzoni tratte dall’ultimo disco, “Bandiera sulla luna”: “Ragazze posate”, dedicata per l’occasione alle due colleghe, e “Irrequieti”, rivolta ai giovani allievi di Officina Pasolini presenti in sala. L’irrequietezza va intesa come smania e necessità di ricercare contenuti che possano aiutare a tirar fuori l’arte dalla canzone (un mantra che ripeterà spesso durante la serata).

Chiara Dello Iacovo è la più giovane delle tre ragazze ed è l’unica ad aver percorso la strada del talent. Così ha capito che la compressione psico-fisica non è un buon enzima per la scrittura (ma forse nemmeno per la vita), che quella presentata come semplice realtà filmata è invece una surrealtà, un meccanismo illogico. Fino alla terza media voleva fare la fumettista e, vuoi per il fare sbarazzino, vuoi per le scarpe gialle, somiglia al personaggio di qualche albo mai disegnato, buffo e stralunato come la Zazie di Queneau e Louis Malle. Canta “La rivolta dei numeri” e “Donna” (dall’album d’esordio “Appena sveglia”), mettendo in mostra due lati della sua già dirompente personalità: l’ironia e la dolcezza. Il mercato di riparazione della Roma calcistica non è stato memorabile, mentre quello di Roma sì, perché Chiara Dello Iacovo è il nuovo acquisto. Appena potete andatela ad ascoltare, e sorprendetevi.

L’Italia, si sa, è fucina storica di grandi interpreti, che spesso hanno cantato canzoni scritte da uomini. È difficile invertire gli schemi e le convenzioni di una società costruita in un certo modo, e così il rapporto tra autori e autrici nella nostra tradizione è davvero poco bilanciato. Le ragazze però non rinunciano a ragionare sul tema, rivendicando la loro unicità. Non c’è da farne una questione di genere, perché l’autenticità nella canzone paga sempre, che sia femminile o maschile.

Il femminile non è un marchio univoco”, spiega la Mou, e anzi le cantautrici hanno portato storie universali, condivisibili, non affiancabili alla semplice contingenza. A differenza dell’indie, fenomeno quanto mai figlio (forse poco legittimo) del tempo che si vive. Ma cos’è l’indie? È alternativo a cosa? “Forse dovremmo ridefinire il mainstream, non definire l’indie”, spiega la Dello Iacovo. Il confine probabilmente è sottilissimo e porta un aberrante livellamento di temi e suoni che pagano soprattutto gli emergenti. L’indipendenza, precisa la Mou, “deriva dal fatto di fare musica in una struttura decadente”, in un tempo riempito dall’abitudine e dalla rassegnazione.

In questo tempo così poco elastico, c’è chi prova a rompere gli argini con la passione, la classe, lo studio, la ricerca. Senza sovrastrutture, senza pressioni o laidi appetiti mercantili, solo con l’espressione autentica delle proprie emozioni. Sono arrivate le ragazze.

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)
(Foto: © Stefano Ciccarelli)

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