Live report

#LiveReport: Vinicio Capossela all’Auditorium della Conciliazione

L’uomo ha scoperto il fuoco e poi se l’è dimenticato. Dai mistici ebraici fino alle credenze popolari, cerca da secoli di cucire la perdita di qualcosa che ha creato, e che a sua volta ha generato l’ombra, il racconto, il mistero. Vinicio Capossela ripone nel racconto (e nelle sue molteplici forme) gran parte della sua poetica e il 9 dicembre all’Auditorium della Conciliazione prova a riaccendere il fuoco per riagganciarlo ai suoi figli diretti.

Lo fa con “Ombre nell’inverno”, spettacolo sul tempus clausum in cui si celebra l’avvento, si raccontano le fiabe e si osservano le creature ctonie, anima altra dell’uomo, popolare la notte. Benché occupi buona parte della scaletta, il folk show non è una replica di “Ombra”, dark side di “Canzoni della Cupa”.

Chi se lo aspettava è rimasto sparigliato. Per raccontare e rianimare fantasmi e leggende che si abbarbicano alla parte più stretta e oscura dell’anno, il pangermanico costruisce una parabola poggiata sulle canzoni meno aderenti alla vita, o che della vita sono l’altra parte, per dirla con Céline. Il fuoco del racconto, riacceso fisicamente sul palco con i cerini di Santo Nicola (generati nel 2002) gettati sulle fascine secche, scalda nella lunga notte pungente, allontana dalla solitudine che la conoscenza provoca nell’uomo, supera l’immediatezza, sospende il tempo e trascende da ciò che ci coinvolge inevitabilmente, il mondo reale.

Per esporre i temi portanti della sua poetica (gli ultimi, l’amore, le anime doppie, il tempo) e discutere del circostante melmoso in cui viviamo (dai migranti al regno della paura), Capossela si affida a uno spettacolo allegorico e metamorfico, ma anche alla massiccia presenza di parti parlate (che sia la sua nuova direzione performativa?) fortemente teatrali: letture, monologhi, favole e miti, antichi e popolari, da Erodiade alle Erinni fino a Oscar Wilde, alle “Creature della Cupa” e al circo degli abissi popolato da “Polpo d’amor” e “Pryntil”, vispa sirena da pianobar del mare.

Capossela lavora sulle emozioni e sulle evocazioni: “e-vocare“, chiamare fuori per divinazione, narrare per suggestione della memoria. Così sul palco prendono carne le creature liminali, abissali, disfacitrici, quelle che abitano il mondo della verità. Un imbestiamento reso magico dal teatro delle ombre di Anusc Castiglioni, fiammiferaia di palco, e dai suoni di una band raffinata: Glauco Zuppiroli al contrabbasso, Victor Herrero alle chitarre (e alla voce spagnola dell’ombra di Capossela), Giovannangelo De Gennaro a viella, aulofoni e zampogna (e ai cori lirici che danno un tocco solenne al rito sciamanico consumato sul palco), Vincenzo Vasi a theremin, marimba e campioni, Alessandro Asso Stefana alle chitarre e Peppe Leone alle percussioni.

Quest’ultimo si trasforma, nella seconda parte della serata, in Santo Vito, contraltare di Nicola, e introduce con il suo tamburello al culto bacchico, all’inno dionisiaco-psichedelico che la canzone più famosa di Capossela assume, allontanandosi forse dall’aspettativa di un pubblico abituato a sentirla come semplice omaggio alla pizzica “delle spade”.

Santo Nicola, omaggiato in avvio con un cenno alla canzone di “Da solo” (presente anche con “Dall’altra parte della sera”, “Il paradiso dei calzini” e “Orfani ora”, meravigliosa canzone d’amore), torna in porpora e ossa nel finale. Il monologo in pugliese nelle vesti del predicatore e protettore “delle vittime dei propri errori”, accompagnato dalle malebbestie ai piedi del Vaticano, è al limite dello sberleffo, ma racconta l’importanza dello spavento: i mostri e i fantasmi fanno spavento, che è pedagogico, mentre dalla paura non si impara niente.

È un monologo che spiega anche l’importanza dei santi (il tour è cominciato nella notte di San Martino ed è finito nel giorno di Santa Lucia): “c’è sempre bisogno di un santo a cui votarsi, perché se uno non ce l’ha poi vota, e vota male”.

Alla fine della parabola la vita però arriva, a capo scoperto, con due brani avvolgenti: “Ovunque proteggi”, suonata prima con l’organo di barberia (strumento del ‘700) e poi al piano, e “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, che dalle ombre cinesi di Noodles, protagonista del capolavoro di Sergio Leone, prende spunto per raccontare la storia di due amici a cui la vita non è andata bene. L’ovazione impera e per un momento ci si dimentica dell’inizio, quando “Scorza di mulo” proiettava già la sua ombra orecchiuta sui veli ingannevoli mentre il Conciliazione decideva di “fare sala” come se si fosse in un film di Jodorowsky.

Alla fine della vita si ricorda l’altra parte, per apprezzarne la bellezza tra sé e sé, come cantava Louis Armstrong. Basta chiudere gli occhi.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)
(Foto: © Enrico De Luigi)

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