Cinema

#Intervista: Barbara Giordano e la carnalità della vita in teatro

Barbara Giordano ha 30 anni, viene da Catania e ha un curriculum lungo e denso di teatro, cinema, televisione, pubblicità, videoclip. L’ho conosciuta dopo averla vista in “Tiergartenstrasse 4 – Un giardino per Ofelia” qualche mese fa al Teatro Argot Studio, affiancata da Serena Ottardo e Marco Polizzi, diretti da Daniele Muratore. Un testo meraviglioso che ha lasciato in lacrime la maggior parte degli spettatori e che mi ha spinto a voler conoscere meglio e a presentarvi questa ragazza estremamente intelligente e sensibile, con occhi e cuore rivolti al pubblico come fanno solo i grandi artisti.

barbara-giordano-intervista-7

(Foto: © Andrea Panigatti)

Vorrei cominciare da dove ti ho lasciata, ovvero da “Tiergartenstrasse 4 – Un giardino per Ofelia” all’Argot Studio. Mi parli del perché hai scelto un testo come quello e cosa ti ha lasciato lavorare assieme a Serena Ottardo, Marco Polizzi e Daniele Muratore.
L’ho scelto perché Daniele, mio compagno di corso in Accademia, me l’ha proposto. All’epoca avevo 21 anni, l’incoscienza la faceva più da padrona e mi sono sentita molto lusingata dalla possibilità di intraprendere questo viaggio. Poi, leggendo più approfonditamente il testo e rendendomi conto che le battute di Ofelia mi sembravano illogiche ed erano completamente prive di punteggiatura, mi sono sentita totalmente spiazzata. Avevo molta paura di non farcela a dare voce a questo personaggio così diverso e affascinante. E allora è cominciata la scommessa: mi sono affidata molto a Daniele, che si è dimostrato un regista eccezionale, esattamente come pensavo. Ho lavorato benissimo sia con lui che con Serena Ottardo, Marco Polizzi, Lucia Radicchi. Il rapporto con i miei compagni di viaggio è sempre in trasformazione, come lo è lo spettacolo. Gli amici te li scegli, i colleghi no. O almeno, in maniera meno consapevole. Lavorare con tutti loro per me è come la vita stessa: complicatissima, bellissima, atroce. Un’esperienza che non ha contorni definiti nel tempo. “T4” si trasforma di continuo perché noi ci trasformiamo di continuo e Ofelia cresce sempre, dentro di me. E quando ci incontriamo, è come se lei fosse pronta a raccontarsi.

In un’intervista hai detto che “in Accademia ho scoperto cosa significa fare della propria passione un mestiere, far coincidere piacere e dovere”. Oggi che tipo di attrice ti senti? A che punto sei della tua crescita artistica?
Io mi sento completamente immatura. Nel senso che ogni volta che devo cominciare uno spettacolo e approcciarmi ad un testo mi sembra di non averlo mai fatto in vita mia. Azzero tutto. Perché in effetti ogni volta è un’esperienza diversa, non c’è (a meno che un artista non ne scelga o crei uno) un protocollo, un metodo preciso da seguire, nel nostro lavoro.
Non so cosa significhi essere un’attrice matura… Forse per arrivarci devi essere innanzitutto una donna matura, devi aver esplorato tante fasi della vita e credo sia conveniente guardare in faccia la tua trasformazione, negli anni. Io sicuramente sono ancora in una fase primitiva del mio lavoro. Forse una cosa che sto imparando a fare è proteggermi di più dagli incontri inutili, nocivi, questo sì. È un grande sollievo iniziare a capire che non tutti quelli che si dicono professionisti lo sono davvero.

Sei entrata nei famigerati -enta a gennaio. Se dovessi fare un piccolo bilancio della tua parabola artistica, come sarebbe? Positivo, negativo, pari?
Sento che mi sto riscaldando, che devo ancora entrare in campo veramente. Come nella vita, appunto. Padroneggiarla in maniera diversa, come questo mestiere. Il bilancio comunque è positivo. Mi porto sempre una dose di insoddisfazione, ma quella fa parte della mia indole. Spero di poter andare molto più avanti rispetto a dove sono adesso: sorprendermi sempre di più, arricchirmi. Non per rinnegare quello che ho fatto finora, ma perché ho bisogno di coltivare quel possibilismo, quella curiosità che mi fa sentire viva. César Brie, col quale ho fatto un laboratorio, una volta ha detto che esistono tanti teatri quanti attori e secondo me è una grande verità: non è che c’è “il teatro”, ma ci sono tante realtà. Io spero di poterne esplorare il più possibile.

C’è un regista teatrale per cui pagheresti tu per poterci lavorare assieme?
Mi piace moltissimo Fausto Paravidino, il suo linguaggio, la sua poetica. L’immaginario di Eimuntas Nekrošius. Dei giovani mi incuriosiscono i talentuosissimi Elena Gigliotti e Riccardo Pippa. E chissà quanti che ancora non conosco. In generale stimo molto i registi che nella loro ricerca non si fanno comandare dal gusto del pubblico ma cercano invece di sorprenderlo, coinvolgendolo.

E tu alla regia ci hai mai pensato? Hai mai scritto qualcosa di tuo che ti piacerebbe portare in scena?
Mi piacerebbe tantissimo, ma ho molto senso del pudore circa la specifica competenza di ognuno. Non escludo che un giorno potrò sentirmi pronta a rischiare di più. Anche perché se da un lato sono orgogliosa di questo mio integralismo, dall’altro è un concetto un po’ superato, a tratti troppo severo e castrante. Spero di non porre più troppi limiti alla mia esigenza comunicativa e di formalizzarla in qualcosa che possa essere utile agli altri. Perché è questo che mi interessa: parlare con gli altri. Raccontargli delle storie. 

Mi dici un attore o un’attrice a cui ti ispiri da quando hai iniziato questo lavoro e se, oggi, sono ancora loro i tuoi modelli?
Amo molto Frédérique Loliée e Deniz Özdoğan. Ho avuto la possibilità di vederle provare quindi non ti parlo di risultati, ma di approcci. E ne sono stata estremamente sedotta e ispirata. penso spesso ai loro “occhi vergini”, nel lavoro. Quello che ritrovo in queste attrici e che cerco di avere anche io è un approccio “bianco”, sia fisico che mentale. Il più possibile neutro. È stato questo ad aver dato corpo e voce a Ofelia, una volta sviluppato.

Domanda secca: tra teatro, cinema e tv cosa sceglieresti?
Istintivamente sono molto indecisa tra cinema e teatro. Ora come ora direi teatro, anche se le due cose non sono così lontane. Mi piacciono le contaminazioni di linguaggio: il teatro nel cinema e il cinema nel teatro.

Ho letto che tu vivi la professione di attrice come una “missione”. Mi spieghi questa cosa?
Che antipatia! (ride). Da allora sono cambiate tante cose. Io vorrei vedere la vita, come una missione. Vorrei avere un progetto, un obiettivo di interazione con gli altri. E il teatro può essere un grande strumento, in questo senso. Quando io vado in teatro e recito e ad esempio c’è qualcuno che guarda il cellulare, non penso “brutto cafone, spegni il cellulare!”, ma è il dolore di sentire il limite di quello che sto facendo io rispetto alla forza attrattiva della tecnologia. Quindi diciamo che per “missione” intendo una umanizzazione dell’intrattenimento, del racconto. Poter dare carne, corpo e peso a qualcosa. Ancora di più adesso che tutti, me per prima, siamo così sedotti dalla bidimensionalità dello smartphone. Ad oggi sento il dovere verso me stessa di coltivare la carnalità della vita e, di conseguenza, del teatro. 

Ti fanno quasi sempre domande su tua madre, Mariella Lo Giudice. Ma forse nessuno ti ha mai chiesto di parlare di tuo padre, Angelo Giordano, neurologo, che ha condiviso con mamma una storia lunga 30 anni e che poi, purtroppo, l’ha raggiunta pochi anni fa. Lui che ruolo ha avuto nella tua crescita e nella tua formazione umana?
È complesso rispondere. Mio padre è stato un grande artista della vita, della quale ha celebrato ogni istante. Grande professionista che basava il suo lavoro sulla certezza che la sanità è un diritto e non un lusso. A questa serietà, a questa vocazione e a questa “missione”, appunto, abbinava un senso dell’ironia insostituibile. Nessuno mi fa ridere come mi faceva ridere mio padre. E io sento che la cosa più preziosa e che più mi propongo di fare rispetto a quello che mi ha insegnato lui è il senso del dovere morale nei confronti degli altri, di chi ti aspetta, di chi sa che arriverai. “L’igiene dei rapporti”, come la chiamava lui. Era molto dedito alla famiglia, ma quella che si era scelto lui, non quella dell’albero genealogico. Gli amici insomma. L’amicizia è una cosa seria e va preservata e questo è stato un profondo insegnamento. Il tutto condito con l’elemento secondo me più importante della vita al quale io ambisco tantissimo e che raramente riesco a fare mio e cioè non prendersi troppo sul serio. Il senso dell’ironia è il salvagente più affidabile della vita.

Quindi non hai mai pensato di diventare medico.
No. Cioè ci ho pensato, ma come si può pensare che un giorno ti piacerebbe andare sulla Luna! Temo che non avrei gli strumenti emotivi per sostenere una cosa del genere. Credo sia una vocazione e, come gli insegnanti, i medici sono le figure che hanno più responsabilità rispetto al nostro sviluppo. Ecco, la maestra mi sarebbe piaciuto di più!

Una piccola curiosità: nel 2014 hai fatto un provino con Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli per “Non è un Paese per Giovani”. Com’è finita, quella storia?
Non so risponderti… Le premesse erano che a seguito di questo incontro in radio ci sarebbe stato un provino che invece non c’è mai stato. Non so dirti altro, non ho più saputo niente di quella operazione. E devo dirti che non ne ho sentito la mancanza. 

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
A breve inizierò le riprese di un film al quale tengo molto diretta da un artista che ammiro da anni per sensibilità e cura nel racconto dei rapporti umani: Daniele Vicari.

The Parallel Vision  _ Paolo Gresta)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...