Intervista

#Intervista: Lucio Villani, il nuovo disco “Nightbreed, blue tales”

Incontro il contrabbassista e illustratore Lucio Villani circondato da pile di libri antichi alla storica Libreria Invito Alla Lettura, nella nuova sede davanti ai Bastioni di Michelangelo. Sta chiudendo il programma della seconda edizione del Piccolo Festival Delle Dieci Notti, una sua creazione che porta lettura e musica durante l’estate sul Lungotevere Castel Sant’Angelo, nello spazio del Bibliobar.
Nel frattempo sta anche promuovendo il suo nuovo disco “Nightbreed, blue tales” sulla piattaforma Music Raiser. Un progetto dichiaratemente blues, solitario, contrabbasso e voce, “da ascoltare di notte”, che uscirà i primi di giugno.
Intanto c’è ancora qualche giorno per supportare “Nightbreed, blue tales” e, a seconda dell’entità del finanziamento, ottenere un concerto privato con “nessun rimborso di viaggio entro 200 km da Torino o da Roma”, o brani che non saranno in commercio, o stampe firmate dallo stesso Lucio Villani che – oltre ad aver attraversato l’Europa e registrato dischi con, per dirne alcuni, Sugar Ray Norcia, Mark Du Fresne, Junior Watson, Luke Winslow-King – è anche illustratore (si può vedere qualcosa qui).

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(Foto: © Alberta Aureli)

Non avevo ancora mai ascoltato un disco contrabbasso e voce. Ci sono altri progetti simili?
Ho visto altri bassisti cantare e suonare, ma mai da soli. Non mi viene in mente niente di simile a parte “Musica Nuda“, il progetto di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Ci si avvicina anche Esperanza Spalding, l’ho vista dal vivo, ha una modalità di suonare il contrabbasso e cantare che mi fa pensare a contrabbasso e voce, ma poi si esibisce sempre accompagnata da altre persone.

Come mai la scelta in solitario?
Quello del basso lo definisco uno studio solitario. Quello che fai, lo fai principalmente da solo. Poi, in secondo luogo, con gli altri, come se fosse il minimo comune denominatore di un ensemble musicale che contempli basso e voce suonata da una stessa persona. Potresti poi aggiungerci un sacco di roba. Quello che trovo bello è il non aver bisogno di nessun altro per i controcanti musicali alla voce. A volte nei progetti musicali l’interplay è troppo. Un conto è la musica strumentale, un conto è la musica cantata: il canto ha la priorità. Gli strumenti hanno il compito di accompagnarlo. Spesso suoni con musicisti fantastici che però non accompagnano, ma hanno invece un secondo canto.

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(Foto: © zUorro)

Comunque nel disco c’è un ospite, giusto?
Sì. L’unico ospite è Marco Pandolfi, uno dei più grandi armonicisti del mondo di blues. È in tre brani ufficiali e in una sorpresa a fine disco.

Nella presentazione dei tuoi concerti parli di “ricerca di silenzio”. Come si arriva al silenzio?
Quando nel tuo privato butti giù le idee studi il pieno, immagini un sacco di possibili soluzioni. È bello poi avere la possibilità di levare tutto, scavare… Levare per vedere a che punto di silenzio si può arrivare. È così che cerco il silenzio, la rarefazione. Più silenzio ottengo dentro e fuori di me, più silenzio ottengo in sala, più riesco ad arrivare al discorso dato dalle parole della canzone.

lucio-villani-intervista-LucioVillaniHDChe rapporto hai con i testi dei brani?
I testi sono tendenzialmente molto belli, cantarli per me vuol dire andarci proprio dentro, capirli, ricantarli, ridirseli e poi raccontarli. È un’attitudine sottostimata… Quando ti trovi a farlo suonando uno strumento che tende all’essenziale come il contrabbasso ti rendi conto che non c’è poi tanto da fare. Trovo tutto questo molto naturale.

Il tuo è un disco blues, ma in scaletta non si trovano solo standard classici del genere, anzi…
Nonostante io suoni blues e sia parte della scena blues internazionale come sideman, non mi sono voluto chiudere nel genere. Mi sono reso conto che appena etichetti un genere ti chiudi da qualche parte, c’è sempre qualcuno che dice “allora no”. Quindi il disco ha tutti gli stilemi del blues, un contrabbasso, la voce, le note, la rarefazione. Ho scelto dei brani che secondo me sono blues. Dei “cavalli di Troia”.

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“Nightbreed, blue tales”, cover

Per esempio?
Tom Waits, di cui faccio tre brani, per me è un autore di blues moderno. Non è nato nel Delta del Mississippi nel 1904, è ancora vivo e vegeto, ormai fa poco, ma quello che ha scritto è un nuovo capitolo della musica tradizionale americana, anche per le sue fonti di ispirazione, dagli atti del Congresso, alle registrazioni di Alan Lomax… Poi brani di Cash, brani miei, di Neil Young.

E per quanto riguarda gli standard del blues classico?
Ci sono tre brani che sono parte degli standard del blues classico. Uno degli anni ’50 di Little Walter, “Last night”; due tradizionali, “Man of constant sorrow”, molto famoso nella versione di Bob Dylan e di “Fratello dove sei?”, cantata da Clooney; “Hard times killing floor blues” di Skip James, un bluesman di cui molti non conoscono quasi niente, uno dei più autentici e potenti. Ci sono poi vari spiritual, come “Oh glory!” del reverendo Gary Davis, un minstrel cieco, che ha scritto tantissime cose quasi tutte spiritual ed è stato ripreso poi negli anni ’70 da Jorma Kaukonen, il chitarrista dei Jefferson Airplane.

Come hai registrato?
Ho registrato tutto il disco in presa diretta, registrato in una cantina, con pochissime sovraincisioni.

Quando hai iniziato a suonare il contrabbasso a che genere ti sei avvicinato?
Ho iniziato a suonare il contrabbasso a vent’anni. Quando sei giovane e suoni uno strumento del genere ti chiamano tutti, dalla cover band dei Doors al cantautore… Poi sono entrato in conservatorio e si è aperto un altro mondo. Infine sono passato al jazz, al blues… Ne ascoltavo tantissimo, col tempo mi sono ritrovato a suonare tutti i tipi di blues, che sono tantissimi, a capire cosa voglia dire per gli americani il blues. Per me è un genere quasi sacro.

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The Parallel Vision ⚭ _ Margherita Schirmacher)

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