Cinema

Le stelle del cinema risplendono in “Planetarium”

Non è facile dare un’idea unitaria di “Planetarium“, pellicola in uscita nelle sale il 13 aprile. Un film è come una costellazione di personaggi e qui le stelle che la compongono non sono poche. La protagonista è Laura, con il viso e l’espressività di Natalie Portman, premio Oscar come miglior attrice per “Il cigno nero“. Il richiamo agli animali è anche nel titolo stesso del film, in forma di uccelli o conigli in gabbia.

Penso a questo film, alle sue parti e alle creature che lo popolano. Lily-Rose Depp figlia di Vanessa Paradis impersona Kate Barlowe, la più giovane di due sorelle. È una bellezza in fiore che incarna spregiudicatezza, spontaneità e delicatezza insieme. Kate è la più accreditata medium americana della fine degli anni ’30.

Laura, sua sorella, è calcolatrice, dura con un animo sensibile. Fa da manager a Kate ed appare come il prototipo dell’emancipazione femminile, tutta senso degli affari, capelli corti e abiti androgini che faranno felici le amanti del vintage. Il terzo elemento del gruppo è André Korben (Emmanuel Salinger), un importante produttore cinematografico che ha in mano le tecniche più evolute del tempo.

Questo sofisticato collezionista ospita le due donne nella sua casa. Fra gli oggetti della collezione una lanterna magica di bergmaniana memoria. Come nel giocattolo, uno dietro l’altro i fotogrammi di “Planetarium” mostrano un pezzo di storia personale che lascia il posto a quella successiva senza mai concludersi del tutto. André è un visionario e intende riprendere i fantasmi con la macchina da presa e inserirli in un film. Nel voler mostrare l’invisibile insegue una chimera.

Anche “Planetarium” per la sua struttura ricorda una chimera, un essere mitologico simile a un patchwork. Il livello strutturale e quello simbolico corrispondono: si parla di ideali portati all’estremo e all’esterno grazie a un’immagine che non esiste nella realtà. Le chimere sono mostri, proiezioni di ciò che è solo nella mente e che assume spesso forme meravigliose e temibili. Per questo vogliamo circoscriverli e identificarli in quello che con risolutezza indichiamo essere solo all’esterno di noi.

Fuori dalla nostra persona, dal nostro genere sessuale, dal nostro gruppo sociale, dalla nostra “etnia” rivediamo quelli che sono. Per dirla alla Gaber, “i mostri che abbiamo dentro“. Ci seducono e ci provocano ripulsa, sono affascinanti perché incomprensibili, come Kate e Laura. Non è facile portare avanti un’impresa incentrata sul vendere l’impalbabile per eccellenza, ovvero il contatto coi propri defunti.

La spettacolarizzazione è in agguato: le sorelle si danno in pasto ad un pubblico affamato di esotismo e morbosità, realizzando performance in bilico fra sedute medianiche e caffé letterario. Per far prendere consistenza al prodotto, André Korben non lesina aiuto, ma per quanto concrete siano le aspirazioni di vita del trio, dietro un simbolo si nasconde sempre qualcos’altro.

Lo sa bene la regista Rebecca Zlotowski il cui intento era mostrare che i segreti celati nella nostra anima spesso non sono visibili neanche a noi stessi. E fin dall’inizio della storia, Laura ci dà una possibile soluzione: “A volte per vedere qualcosa è necessario spegnere la luce“.

The Parallel Vision ⚭ _ Redazione)

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