Cultura

#Intervista: Colapesce, l’Isola di Fuoco e il doppio live al Monk di Roma

Oggi e domani il Monk Club di Roma ospiterà un doppio evento da non perdere, che si sviluppa nell’ambito del Romaeuropa Festival 2016. Dopo il primo appuntamento con Dimartino-Cammarata, di cui trovate il nostro report QUI, il REF16 al Monk accoglie l’esibizione di Colapesce, il cantautore siciliano che proporrà al pubblico il progetto “Isola di fuoco“, legato al lavoro documentaristico di Vittorio De Seta.
Abbiamo chiesto a Lorenzo Urciullo, vero nome dell’artista di Solarino (SR), di raccontarci qualcosa in più sulla sua idea, del suo rapporto con il regista scomparso nel 2011 e dei suoi nuovi progetti discografici. Ascoltiamolo.

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Lorenzo, quale strada ti ha portato a Vittorio De Seta? 
Sono affezionato da molti anni al suo lavoro, è sempre stato considerato un regista minore, ma a mio avviso è un gigante al pari dei suoi colleghi dell’epoca d’oro del neorealismo. Poi essendo siciliano sono molto legato ai suoi documentari che parlano della mia terra.

L’hai mai conosciuto?

No, purtroppo mai.

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(Foto: Fabrizio Vatieri)

“L’Isola di fuoco” è lo Stromboli: come mai hai scelto questo titolo per il tuo concerto?
In realtà il suo documentario si intitola “Isole di fuoco”, io ho chiamato il progetto “Isola di fuoco” al singolare, un omaggio nell’omaggio. Durante lo spettacolo si vedono vari lavori e non solo i suoi filmati ambientati a Stromboli. Anche se quelle sono fra le immagini più potenti della sua strana carriera.

Nel tuo percorso suono e immagini hanno sempre avuto un rapporto stretto: è la prima volta che ti capita di sonorizzare a partire da un’immagine?
Sì, partendo da una immagine è assolutamente la prima volta e devo dire che è molto stimolante perché segui la regia e non una vera e propria partitura.

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Dopo il tour di “concerti disegnati” con Baronciani è la volta del “concerto per visioni”. Cosa ci dobbiamo aspettare da questa formula?
La struttura di “Isola di fuoco” è diametralmente opposta a quella di “concerto disegnato” che era più vicino a uno spettacolo di teatro-canzone. Qui è tutto più radicale, non c’è spazio per l’interazione con il pubblico, è uno spettacolo monolitico, dove l’unica voce narrante è quella del regista stesso filtrata dalle nostre macchine e ovviamente la proiezione dei suoi lavori, principalmente i cortometraggi ambientati in Sicilia.

Nel rivedere i documentari degli anni ‘50 di De Seta che differenze ti hanno colpito di più rispetto alla Sicilia di oggi? Gli uomini di terra e di mare sono rimasti gli stessi?
Assolutamente no, è cambiato tutto. Le pratiche che miracolosamente riuscì a filmare De Seta all’inizio degli anni ’50 sparirono pochi anni dopo. Caso emblematico è quello della pesca del pesce spada, filmata da lui nel ’54 (quella tecnica ha origini fenice) e che sparì per sempre dalla tradizione messinese nel ’56, due anni dopo. Vale lo stesso per i lavoratori di miniera o per il modo di trebbiare il grano.

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(Foto: Fabrizio Vatieri)

Con chi stai lavorando nella rielaborazione delle immagini del documentario?
Con due miei cari amici e bravissimi professionisti, l’artista-producer Mario Conte per la parte audio e il regista-cinefilo Federico Frascherelli per la parte video.

Al Monk sentiremo anche qualche tuo brano al quale siamo affezionati?
Sì, farò delle mie canzoni riadattate per l’occasione.

Stai lavorando a un nuovo disco?
Sì, ma sono lento quasi quanto De Seta.

(MACHER)

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