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#Intervista: Racconti Edizioni, ecco gli editori del progetto di sole short stories

Ve lo avevamo promesso a febbraio nel nostro articolo di presentazione della nuova casa editrice Racconti Edizioni. Ed eccola qui, oggi, l’intervista con Emanuele Giammarco e Stefano Friani, i due ragazzi alla base dello splendido progetto editoriale che da maggio prenderà ufficialmente il via e che si occuperà di pubblicare solo racconti brevi.
Il primo anno di vita di RE si occuperà di far uscire testi di scrittori stranieri dimenticati o trascurati da altre case editrici più grandi, mentre dal 2017 prenderà vita un vero e proprio “cantiere” per gli scrittori italiani, perché “pubblicare gli autori che scrivono nella nostra lingua è un compito irrinunciabile per ogni casa editrice che si possa dire tale“, come ci tiene a far presente Stefano.
Ascoltiamo allora i propositi, i sogni, le aspettative e le speranze di questi due ragazzi che potrebbero portare una ventata d’aria freschissima nel mondo dell’editoria italiana.

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Emanuele e Stefano, allora. Raccontateci intanto da dove nasce la vostra idea e quando avete capito che potevate farcela.

Emanuele: Sono curioso di sentire cosa ha da dire il mio co-direttore Stefano Friani. Esiste una versione ufficiale che ci vede seduti in un piccolo pub di San Lorenzo, alla fine dell’esperienza di tirocinio (lui a Einaudi e io al Saggiatore) seduti lì, un po’ sbronzi, a chiederci: “Ora che fare?”. Adesso che la cosa sembra partita davvero – perché, almeno io, non ci credo ancora – mi è capitato di pormi più seriamente la domanda sull’origine e ho capito di non poter dare una risposta definitiva. Appena ci siamo conosciuti ce lo siamo detti spesso, un po’ scherzando, di fare una casa editrice insieme. La verità è che abbiamo continuato a ripetercelo sempre più spesso, scherzandoci sempre di più: è un continuo esorcismo, il nostro.

Stefano: Penso che Emanuele abbia detto quasi tutto. Quello che non ha detto è che il progetto prima che venisse divulgato ai quattro venti è stato incubato e cullato per un anno e mezzo e ci abbiamo lavorato con caparbietà e (credo, spero) lungimiranza. Abbiamo raggranellato consigli e consulenze pagando in cacio e pepe e birre, siamo impazziti dietro ai business plan e abbiamo letto moltissimo. È stata una vera palestra e, la cosa bellissima, è che continuiamo a imparare e scoprire cose nuove.
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Come siete organizzati? Chi c’è dietro questo progetto?
Emanuele: Questa domanda mi fa venire in mente il personaggio di Guzzanti, Don Pizzarro, che si gira di scatto alla domanda se ci siano dei valori dietro. Siamo disorganizzati in modo esemplare. Io e Stefano siamo in continuo contatto e dialogo con Leonardo Neri, che curerà il blog e i social, e che ormai è così dentro la casa editrice da essere passato dalla nostra parte, cioè di quelli che devono ringraziare e non sono ringraziati. Allo stesso modo Giulia Marzetti e Giulia Giovannini che ci aiutano per l’ufficio stampa, sante donne. Poi una miriade di persone incredibili senza le quali staremmo ancora al pub di San Lorenzo a far finta di avere un futuro. Il nostro immancabile prof. Luca Formenton, il nostro grafico Fabrizio Farina, i nostri illustratori Claudio Palmieri ed Enzo Sferra, il nostro santo commercialista Cesare, il mitico Piero Rocchi, che ci ha fatto da consulente commerciale solo in cambio di cacio e pepe e moltissimi altri che meriterebbero menzione e che verranno menzionati col tempo. La casa editrice per adesso è un immenso debito, mio e di Stefano, nei confronti di persone gentili e disponibili; questo è il clima che ci ha accolto – per la maggior parte – in ambito editoriale. Siamo una nebulosa più che un sistema; così speriamo di non collassare subito.

Stefano: Siamo disorganizzati di modo che entrambi setacciamo il panorama letterario nostro e straniero alla ricerca di libri che possano interessarci e farci accendere di curiosità. Una volta che avviene questo primo, decisivo, innamoramento li si legge e assieme li si discute, anche puntigliosamente. Per noi investire su un libro si tratta di una cosa non banale, non abbiamo i mezzi per comprarne a centinaia e parcheggiarli nei nostri archivi come fanno altri, quindi ogni testo per farci fare un’offerta deve necessariamente piacerci molto e stare bene in armonia col resto del catalogo che andiamo costruendo. Una volta che lo abbiamo acquisito, per noi è altrettanto cruciale curarlo in ogni suo aspetto: da quello testuale sino a quello materiale, alla carta e al formato in cui sarà realizzato. Oltre a noi, poi, ci sono Giulia Marzetti che segue i libri dal punto di vista dell’ufficio stampa e si è innamorata dal progetto sin da subito, e Leonardo Neri, che oltre a curare tutto ciò che va a finire sul web riguardo Racconti, dà una mano essenziale in tutti gli aspetti della casa editrice e spesso riesce a riportarci coi piedi per terra. Insomma, è una specie di Comune di Parigi: io faccio Bakunin (tranne la barba).

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Edgar Alla Poe diceva: “There is a distinct limit… to all works of literary art – the limit of a single sitting”. Tutte le opere letterarie, secondo lui, avrebbero dovuto essere brevi ed essere lette in un colpo solo, in una sola “seduta”. la vedete così anche voi?
Emanuele: In realtà la citazione di Poe mi sembra un’arma a doppio taglio per la difesa delle short stories. Se pensiamo alle raccolte di racconti, per esempio, queste ti fanno sollevare molte volte lo sguardo dal libro; ogni volta devi iniziare nuovamente da capo, non un lungo bagno, ma uscire e rientrare continuamente dall’acqua. D’altro lato, però, si potrebbe pensare che i racconti siano solo per “pigri”, e invece proprio questo andirivieni dall’immersione dimostrerebbe tutto il contrario: in questo caso il pigro è il lettore di romanzi che non ha voglia di risollevarsi, di porsi domande diverse in un breve lasso di tempo. In realtà io non sono d’accordo con Poe se non riguardo a ciò che scriveva Poe. I suoi racconti, come quelli di molti altri, hanno certamente quella caratteristica. La tensione ti tiene incollato e quando esci dalla narrazione ti sbalordisci di quanto il tempo sia volato via. In questo senso l’aforisma di Poe è più che logico. Eppure, almeno per quanto mi riguarda, mi è capitato di godere immensamente di un testo mangiandolo a bocconi, staccandomi continuamente dal foglio. Mi è capitato con Queneau, di cui amo “privarmi” di tanto in tanto, ma anche col “Bartleby” di Melville. Fai delle pause quando qualcosa non ti torna ed è lì il bello. In un certo senso sono le stesse pause che fai quando finisci un racconto di Carver: ti perdi in una sorta di aura confusionaria e al tempo stesso epifanica.

Stefano: No. Per fortuna c’è varietà. Io adoro i libri che posso terminare e di cui posso discutere dopo averli letti su un treno Roma-Torino e amo ancora di più i racconti che mi permettono di avere un senso di compiutezza anche nello spazio di un tragitto Jonio-Spagna sulla metro (in alcuni casi visti i tempi della metro di Roma, si può anche puntare su una novella). Ma mi piace altrettanto perdermi e immergermi con tutto me stesso nelle opere sterminate come “Vita e Destino” di Vasilij Grossman o confrontarmi con la complessità prospettica e la difficoltà strutturale delle impalcature di Dostoevskij.

Da dove nasce l’amore per le short stories?
Emanuele: Sono un lettore molto poco precoce. A leggere ho iniziato tardi, più o meno quando mio padre ha smesso di dirmi che bisognava farlo. Ovviamente aveva ragione, ma va’ a smuovere l’ostinazione di un ragazzino gozzovigliante. Ad ogni modo non ritengo sia stato necessariamente un male. Non molto tempo fa mi ha accolto in casa editrice Giuseppe Laterza, è stato l’unico a rispondere alle mie mail, e lo ha fatto di persona. Mi ha ribadito il concetto che era di Bompiani: l’editore deve essere più curioso che dotto. Rivendico con forza la curiosità di chi non ha ancora letto, perché gira che ti rigira ognuno di noi, anche Massimo Cacciari, non ha letto tutto; persino Eco non aveva letto tutto quel che c’era da leggere. Non è questo il bello? La fortuna di chi non ha ancora goduto… Detto questo voglio fare un nome che non viene mai fatto per i racconti: James Joyce. La ragione è tutta autobiografica. In entrambe le librerie dei miei genitori separati c’era e c’è ancora un libro che non ho visto da nessun’altra parte. È un libro che si chiama “Epifanie” in cui sono racchiusi gli esperimenti, gli abbozzi di Joyce alla ricerca di quella che sarebbe stata la lingua del “Finnegans Wake” e dell’”Ulisse”. Da lì mi incuriosii per la lettura di “Gente di Dublino”, erano i primi anni di università. “The Dubliners”: non è uno dei più bei libri di racconti mai scritti? E anche qui rivendico una lettura meno complessa di Joyce, una lettura anche tradotta in italiano, senza studio approfondito di quel linguaggio così rivoluzionario.

Stefano: Difficile a dirsi. Credo che i primi libri di racconti che mi siano passati per le mani consciamente siano stati quelli di Welsh, di Lovecraft, di Bunker, della gioventù cannibale, di Bukowski, di Benni e di Tondelli in adolescenza e temo che i miei gusti non siano poi cambiati moltissimo dall’epoca, anche se a quanto pare alcuni di questi nomi sono poco fashionable e saranno guardati con una certa condiscendenza da qualcuno. Della forma breve, per dirla con Cortázar, amo il knock-out, la capacità di stenderti con un guizzo e lasciarti lì lievemente imbambolato a chiederti “Cos’è successo?” Ecco, questo il romanzo non è in grado di farlo.

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Ditemi tre autori che secondo la vostra opinione hanno contribuito a nobilitare la forma del racconto breve.
Emanuele: Queste sono domande che mi mettono in difficoltà. Da un lato non sono bravo a fare classifiche, forse non mi interessano, mentre dall’altro sento il peso di dover fare dei nomi non in base al gusto ma in base ad una prospettiva più “oggettiva”, che tenga conto di una cosa che può essere chiamata Storia della letteratura. Ma da dove iniziare? Alla fine anche il “Decameron” è una raccolta di novelle: vale? Credo che la prospettiva vada affinata, completata: quando ci si trova di fronte a un buon racconto è certamente vero che l’autore ne ha nobilitato la forma, ma è altrettanto vero che la forma racconto stessa “nobilita” l’autore che ne fa uso, diciamo così. Mi è impossibile non nominare Carver per questo motivo; i suoi tagli, quell’immaginario tanto nascosto quanto reso evidente, hanno cambiato il modo di scrivere e di intendere il racconto, mettendone in luce alcune possibilità ancora inespresse; eppure potremmo dire anche il contrario, che senza quella forma il Carver che conosciamo non sarebbe stato quello che è. Di Cortázar, stilisticamente meno coerente, in un certo senso, potremmo dire la stessa cosa. Ha mostrato quanto la forma breve potesse permettere un continuo cambio di prospettiva, così come la forma breve ha permesso, con le sue caratteristiche, che quelle sperimentazioni narrative prendessero forma. E Kafka? È il racconto ad aver permesso la creazione di quelle innumerevoli stanze che ne compongono l’opera. Anche i romanzi sono costruiti in qualche modo ad episodi, a compartimenti. I confini, per l’appunto, sono molto labili. Se contiamo le novellas ci troveremmo in un oceano di letterature molto significative per cui parlare di quest’intreccio tra forma e autore diventa complicato, sebbene affascinante.

Stefano: Come in tutte le liste mi riesce impossibile svincolarmi dalle mie personali idiosincrasie. Direi che prescindere da nomi come Cheever, Cortázar, Carver, Čechov e tutti quelli che iniziano per C sarebbe criminale. Ma visto che l’hai chiesto a me faccio dei nomi un po’ meno attesi, così sembro pure una persona interessante e faccio venire l’ansia a qualcuno che non li ha letti. I primi nomi che mi vengono in mente alla spicciolata sono J.G. Ballard, i suoi racconti sono sempre inventivi, stranianti e spiazzanti, e l’Osvaldo Soriano di “Fútbol”, che mi fa venire una voglia pazzesca di fare un viaggio nel tempo all’epoca gloriosa in cui il calcio si giocava cinquanta contro cinquanta senza regole. Se ne serve un terzo posso dire Tommaso Landolfi, quello del “Mar delle Blatte”, un tour de force clamoroso.

Le persone stanno già rispondendo entusiaste alla vostra idea, l’articolo di febbraio è stato uno dei più letti in assoluto sul nostro blog. Vi aspettavate una feedback del genere?
Emanuele: Ne approfitto per ringraziarti dello spazio; vorrei fare a te la stessa domanda e gioire della risposta. Un po’ me l’aspettavo che le persone potessero interessarsi. Due ragazzi si mettono in proprio e sfidano un pregiudizio editoriale sui racconti: io personalmente sarei interessato e farei il tifo per quei due scoppiati. Detto questo faccio il “materiale”, come dice mia madre: bisogna vedere se poi quelle stesse persone siano disposte a comprare i libri di cui si dicono interessate. Può sembrare una questione veniale ma è anche una semplice constatazione. Le case editrici se la passano quasi tutte male se pensiamo a quanto interesse c’è nei confronti della letteratura. È vero, pare di no, ma c’è interesse! Da parte di persone che non ti aspetteresti, per di più. Perché? Io credo che le persone abbiano voglia di raccontare e farsi sentire. Registrarsi, iscriversi, lasciare un segno: lo diceva Derrida, mi pare. La scrittura quindi è uno strumento, un medium, attualissimo, e moltissime persone sentono il bisogno fisico di scrivere, molto più di quanto sentano il bisogno di fare post su Facebook. In questo senso l’altro giorno abbiamo avuto un’illuminazione: cari scrittori, leggete! Se tutti quelli che hanno velleità di scrivere iniziassero a leggere, l’Italia sarebbe un posto migliore nel giro di poco tempo. E proprio gli aspiranti scrittori avrebbero molte più chance di pubblicare! Pensateci bene. Ad ogni modo, per risponderti meglio, non posso che ringraziare tutti coloro che ci stanno dando attenzione e soprattuto credito. C’è voglia di fidarsi di noi e questo non l’avrei mai detto. Ogni grazie potrà anche svanire nell’aria ma posso garantire che è sentito. Siamo sempre trentenni laureati che vivono e cercano di costruirsi qualcosa in Italia. Credo che sappiate, là fuori, di cosa stia parlando…

Stefano: Sì. A dire il vero mi attendo ancora qualcosa. Aprire una casa editrice in questo periodo è un gesto talmente donchisciottesco e “antimoderno” che mi aspettavo una certa copertura. Oltretutto ho la presunzione di dire che la nostra idea di casa editrice non è ordinaria e pertanto mi attendevo una certa curiosità.

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Fondare una nuova casa editrice in tempi in cui l’editoria se la passa piuttosto male e in un Paese dove, storicamente, si legge poco. Allora vi provoco: non è come vendere condizionatori al Polo Nord?
Emanuele: Voglio essere laconico, a proposito di brevità. Tutte le rivoluzioni sono andate a finire male, malissimo. Perché non si è smesso di farle? La tua domanda, legittima, è in realtà “sbagliata”, se si esclude la follia come movente per le rivoluzioni. Se ci si chiede perché fare qualcosa che potrebbe andare a finire male non si va tanto in là col pensiero. Bisogna chiedersi invece: perché si è disposti a farlo nonostante tutte quelle difficoltà che hai giustamente elencato? È un bisogno cieco e sordo, semplicemente, di fronte a questo tipo di difficoltà.

Stefano: In Italia esistono, al contrario, molti più lettori forti e curiosi rispetto ad altri Paesi e questi leggono per tutti gli altri che si contentano di quello che passa la tv. Quello che manca sono i lettori meno attrezzati, che insensatamente la nostra editoria continua a inseguire abbassando il livello dell’offerta. È un’anomalia con la quale bisogna ineludibilmente fare i conti e di cui siamo figli.

Ho letto che volete aprire un “cantiere” per gli autori italiani, che inizierete a pubblicare dal 2017. Di cosa si tratta?
Emanuele: Se non mi avessi posto questa domanda ti avrei pregato di farmela. Il nostro primo anno e mezzo, almeno, sarà costellato di autori stranieri. Questo è dovuto a ragioni biografiche e tecniche, oltre che squisitamente letterarie e, diciamo così, estetiche. Ragionando su come avremmo impostato la casa editrice abbiamo fatto una ricerca che ci ha condotto a un nutrito gruppo di nomi molto interessanti che avremmo voluto costituissero, come poi è accaduto, il nostro catalogo. Sugli italiani, anche per mancanza di conoscenze e per il fatto che tanto io quanto Stefano non siamo così inseriti in un certo filone editorial-letterario, abbiamo pensato di prenderci del tempo per valutare alla perfezione, per leggere e capire meglio. Siamo interessatissimi a pubblicare italiani, abbiamo solo pensato che, se la cosa avesse funzionato, ci saremmo trovati di fronte a tanti manoscritti, poco spazio per una pubblicazione e molto poco margine per rischiare. Vogliamo credere in qualcuno e che qualcuno creda in noi. D’ora in avanti, sperando di rimanere vivi, valuteremo voci, consigli, manoscritti, agenti, scrittori. Vorremmo che si creasse una comunità, una dialettica, magari a partire dal blog. E la verità è che non vediamo l’ora di fare tutto ciò e trovare qualcuno da pubblicare.

Stefano:Pensiamo che pubblicare gli autori che scrivono nella nostra lingua sia un compito irrinunciabile per ogni casa editrice che si possa dire tale. Per questo ci siamo presi un anno, un anno e mezzo di tempo per leggere, studiare e trovare un autore o un’autrice che si possa dire di Racconti. Tendenzialmente stiamo cercando autori che possano crescere con noi e che possano essere autori di storie brevi, ma se domani ci arrivasse qualche proposta da uno scrittore affermatosi già altrove lo prenderemmo in considerazione comunque.

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Fate una promessa a voi stessi e una ai lettori per l’inizio di questa nuova avventura!
Emanuele: Avete idea di quanto possa essere bello fare l’editore? Prendersi cura dei libri? Se mi riuscisse sarei un privilegiato, cosa che in parte già mi sento. Devo promettermi di ricordarmi costantemente di essere un privilegiato e i lettori stessi devono promettersi di dedicare uno spazio e un tempo della loro vita a sentirsi privilegiati come me. A noi sta il dovere, in questo, di accompagnarli e favorire la cosa. Sentirsi privilegiati significa però godere della letteratura, trarne piacere, senza tirarsi indietro. Ma allo stesso tempo sentirsi responsabili di qualcosa, anche nei confronti di noi stessi. Quello della letteratura è un piacere “negativo”, significa sapersi mettere a nudo di fronte ai problemi, porsi domande. Dobbiamo riuscire a farci domande, porre domande agli altri e far sì che gli altri pongano domande a noi.

Stefano: Non pubblicheremo mai romanzi.

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