Aldo Moro e la Smorfia: il caso che non si chiude diventa libro e spettacolo teatrale

“Aldo Moro. Una tragica smorfia” ha visto una lunga gestazione.
8 anni di ricerca, 2 metri lineari di libri studiati e catalogati, 4 cassetti immaginari colmi di verità sospese.
Manuele Ferretti ha quindi trasformato tutto questo in un volume e in uno spettacolo teatrale che usano la smorfia napoletana per rileggere uno dei casi più oscuri della storia italiana.
Aldo Moro tra pagina e palcoscenico: nasce un progetto unico
Ferretti ha dunque studiato, raccolto e catalogato materiale per 8 lunghi anni.
Vivendo sulla propria pelle l’urgenza della sintesi di tutto quel patrimonio, della sua trasformazione e poi della pubblicazione.
Dal 2018 a oggi ha infatti costruito una biblioteca domestica sul caso Moro: circa 2 metri lineari di volumi.
Organizzando tutto in 4 grandi aree tematiche:
- la vita dello statista
- il 16 marzo 1978
- i 55 giorni di prigionia
- le inchieste e i loro buchi neri
8 anni dopo, quella massa di ricerca ha quindi trovato non una, ma 2 forme distinte.
Il libro “Aldo Moro. Una tragica smorfia” e lo spettacolo teatrale
La prima è “Aldo Moro. Una tragica smorfia“, il volume edito da Edizioni Progetto Cultura con la prefazione di Ilaria Moroni dell’Archivio Flamigni.
La seconda è lo spettacolo teatrale omonimo, tra i primissimi mai portati in scena sul caso Moro.,
Questo vedrà la luce il 15, 16 e 17 maggio al Piccolo Teatro Carlo Goldoni di Roma.
2 opere che condividono la stessa materia, ma la modellano in modo radicalmente diverso.
Il libro, ampio e analitico, si rivolge a chi vuole addentrarsi nella ricerca storica.
Lo spettacolo, ridotto a 3 voci sul palco, punta dritto alle emozioni e alla riflessione civile.
La smorfia napoletana come chiave di lettura storica
Il nodo centrale del progetto era uno solo: come tenere insieme un materiale così vasto senza ridurlo a un elenco sterile.
La risposta è arrivata da una fonte inaspettata: il gioco del Lotto.
Spiega Ferretti:
“È un gioco democratico perché è l’unico in cui il banco può perdere; in tutti gli altri giochi, vince a priori“.
La smorfia napoletana diventa così il filo conduttore dell’intera struttura narrativa.
Ogni episodio della vita di Moro, ogni passaggio dei 55 giorni, ogni nodo delle indagini viene collegato a un numero della smorfia.
Trasformando così un codice popolare in uno strumento di lettura storica.
Non si tratta di un espediente folkloristico ma di un tentativo di rendere accessibile qualcosa che altrimenti resterebbe sepolto tra migliaia di pagine di verbali, istruttorie e atti parlamentari.
La tombola a casa di Alberto Manzi: il cuore dello spettacolo
Nello spettacolo, questa architettura si materializza in scena attraverso una partita a tombola.
Il tavolo è quello di Alberto Manzi durante il Capodanno del 1978.
Pochi mesi dopo che Via Fani diventasse una data impossibile da dimenticare.
Si gioca, si pesca, si ricorda: ogni numero estratto apre uno squarcio di storia, e il confine tra memoria privata e cronaca si fa sempre più poroso.
La scelta di Manzi come fulcro narrativo non è casuale.
Il legame tra i 2 uomini è storico e documentato.
Fu proprio Aldo Moro, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione, a proporre al direttore RAI dell’epoca la realizzazione di una trasmissione televisiva per combattere l’analfabetismo in Italia.
Per quella trasmissione venne selezionato Alberto Manzi e “Non è mai troppo tardi” vide la luce.
Nello spettacolo, è proprio il personaggio interpretato da Mario Migliucci a farsi narratore.
Durante quella partita a tombola del Capodanno 1978, racconta attraverso i numeri ciò che accadde.
La struttura dello spettacolo: 2 tempi e un’assenza che diventa presenza
Lo spettacolo è costruito come un dispositivo a 2 ambienti separati.
Da una parte il Capodanno del 1978, con il tavolo da tombola a casa di Manzi: persone che aspettano la fine dell’anno, che giocano e ricordano.
Dall’altra un archivio contemporaneo: ricercatori, giornalisti, magistrati, voci che leggono atti, notizie, frammenti di verità.
In mezzo un narratore (Ferretti stesso) che tiene insieme i 2 tempi senza mai davvero farli incontrare.
Aldo Moro non appare mai fisicamente sulla scena.
È una scelta precisa e carica di significato: la sua assenza diventa presenza.
Lo spettatore è chiamato a riempire quel vuoto, a tenere viva la figura dello statista attraverso le voci degli altri.
“Non si conosce tutta la verità” dice Ferretti. “Questo lavoro ha l’ambizione di orientare, non di rispondere, ma di fornire una bussola“.
Il caso Moro: un archivio ancora aperto
Nella visione di Ferretti, il caso Moro non è una storia chiusa.
Nonostante gli anni trascorsi, nonostante le confessioni dei brigatisti, restano aperte molte contraddizioni e altrettanti “sportelli” che andrebbero indagati.
“Si sa ‘tutto‘” dice con una punta di ironia. “Abbiamo catturato i brigatisti, hanno confessato. Ma restano moltissime contraddizioni“.
Non si tratta di teorie alternative ma di mettere insieme i pezzi di un mosaico che, una volta accostati, mostrano un’immagine compatibile con quella che può essere la verità.
Ferretti parla di una “mucillagine”.
Una sostanza che lega, che copre, che continua ad agire, presente nei passaggi più opachi della storia italiana: terrorismo, servizi segreti, logge, criminalità organizzata, depistaggi.
Nel 2028, cinquantesimo anniversario della scomparsa di Moro, le domande restano tutte aperte.
Teatro civile e scuole: non è mai troppo tardi per cercare la verità
L’obiettivo dichiarato del progetto è duplice.
Ovvero sensibilizzare il pubblico adulto e portare lo spettacolo nelle scuole secondarie superiori come vera e propria lezione di storia.
“Molto spesso la storia parte troppo da lontano e non si arriva mai all’oggi” osserva Ferretti.
“Gli studenti rimangono indifferenti“.
Il teatro civile, nella sua visione, non spiega.
Ma mette in relazione, apre squarci, restituisce la dimensione umana di fatti che la cronaca tende a pietrificare in icone.
Ferretti ha già in programma di contattare i dirigenti scolastici di licei e istituti superiori per proporre questa forma di teatro nelle classi.
Uno spettacolo che, partendo dai fatti del 1978, aiuti a capire il presente e a fornire una bussola interpretativa per non restare indifferenti alla storia.
“Non è mai troppo tardi“, come diceva Manzi, per cercare la verità.
Informazioni
- Instagram: Piccolo Teatro Carlo Goldoni
(© The Parallel Vision ⚭ _ Virginia Rifilato)
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