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“Presence”, piccolo film che non ha paura di fallire

Presence, un film imperfetto e affascinante che girato in soggettiva sperimenta molto ma racconta poco

“Presence”, un piccolo film che non ha paura di fallire

Presence-film

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in “Presence“, eppure non sono riuscita a distogliere lo sguardo.

Ogni tanto esce un film che mi lascia confusa, indecisa se amarlo o detestarlo. 

Presence” è esattamente questo tipo di film.

Girato con un budget ridicolo di appena 2 milioni di dollari, ha una premessa affascinante.

Ovvero raccontare tutta la storia dalla soggettiva di un fantasma.

Il risultato è un’esperienza cinematografica imperfetta, spesso frustrante, ma stranamente magnetica.

Fin dalle prime inquadrature è evidente che “Presence” non è interessato a piacere a tutti.

Non è raffinato, né brillante nei dialoghi o nella costruzione dei personaggi.

A volte sembra addirittura un esperimento mal riuscito, ma la verità è che non sono riuscita a staccare gli occhi dallo schermo.

E questo, in un mercato saturo di film banali e prevedibili, forse è già qualcosa.

“Presence”, la camera è il fantasma: una scelta coraggiosa e limitante

Il film è stato interamente girato in lunghi piani sequenza con una Sony Alpha 9 III.

Una macchina fotografica mirrorless ultraleggera dal costo contenuto ma dalle prestazioni solide.

Questa scelta non è casuale.

Permette infatti all’operatore di muoversi liberamente nello spazio scivolando tra stanze, scale e corridoi in una danza inquietante.

È una trovata tecnica ingegnosa che, da sola, basta a dare personalità a tutto il film.

Ma come spesso accade, la forma prende il sopravvento sul contenuto.

La regia, per quanto ambiziosa, si incastra in sé stessa.

La soggettiva diventa un limite, costringendo la narrazione a svilupparsi in modo innaturale e spesso lento.

In certi momenti sembra di assistere a una lunga demo tecnica più che a una storia.

Chi è Steven Soderbergh?

Vale la pena ricordare perché Steven Soderbergh è uno dei registi più noti e imprevedibili del panorama contemporaneo.

Uno che ha costruito una carriera fatta di continui salti di genere e di forma.

Ha diretto ad esempio successi mainstream come la trilogia di “Ocean’s Eleven”.

Ma anche film sperimentali e indipendenti, spesso realizzati con budget ridottissimi e mezzi tecnici non convenzionali.

È famoso per il suo approccio artigianale al cinema.

Firma sovente da solo la regia, la fotografia e il montaggio.

Negli ultimi anni ha girato film con iPhone, piccole mirrorless e camere leggere.

Sfidando le regole di Hollywood e sperimentando formati, distribuzione e narrazione.

Presence” rientra perfettamente in questo filone.

Non è tanto un horror, anche perché non fa di certo paura.

Quanto invece un esperimento filmico che cerca di spingere i limiti della forma più che raccontare una storia in modo tradizionale.

Una trama confusa che si perde per strada

La sceneggiatura è forse il punto più debole di “Presence“.

L’idea di base, un’entità invisibile che osserva una famiglia cadere a pezzi, è interessante.

Ma viene sviluppata con dialoghi piatti, caratterizzazioni abbozzate e sottotrame inconcludenti.

C’è un mistero centrale, certo, ma non è mai davvero coinvolgente.

Più che una narrazione coesa, sembra una serie di scene incollate insieme con lo scotch.

Alcune sottotrame non portano da nessuna parte. Vengono introdotte, accennate, poi dimenticate.

A tratti si ha l’impressione che siano state aggiunte solo per allungare il minutaggio.

Senza una reale funzione drammaturgica.

Il ritmo ne risente: a metà film sentivo di stare ancora aspettando che qualcosa succedesse davvero.

“Presence”: il fascino dell’imperfezione

Eppure, ed è qui il paradosso, “Presence” riesce comunque a incantare.

Forse è l’atmosfera straniante creata dall’uso insistito della soggettiva.

Forse è il modo in cui la camera si muove nello spazio, costruendo una costante tensione tra invisibilità e presenza.

O forse è solo il fascino dell’imperfezione.

Quella sensazione di trovarsi davanti a un film che non sa bene cosa vuole essere, ma che ha una voce sua.

C’è una qualità ipnotica in “Presence“.

Non nel senso di “non riesco a dormire”, ma nel senso più puro di “non riesco a distogliere lo sguardo”.

Nonostante i suoi numerosi difetti riesce a evocare una strana empatia.

Mi ha fatto sentire spettatrice impotente, intrappolata come il fantasma che osserva tutto senza poter intervenire.

Dove “Presence” fallisce (e dove no)

Il film fallisce nel costruire una storia coerente e coinvolgente.

I personaggi non evolvono, i dialoghi suonano falsi e il finale lascia più domande che risposte senza la soddisfazione di un mistero ben scritto.

È un film che si scompone mentre lo guardi.

Che mostra i propri limiti con orgoglio come se volesse dire: “Non importa se non sono perfetto. L’importante è che sia diverso“.

E in questo ha perfettamente ragione. In un’epoca di horror standardizzati e derivativi, “Presence” è almeno una voce fuori dal coro.

Una voce stonata, forse, ma riconoscibile.

Un film che lascia il segno, anche se non sa bene come

Presence” è un film che non mi è piaciuto in senso stretto, ma che mi ha affascinato più di tanti altri perfettamente costruiti.

È un pasticcio interessante, un tentativo sincero di fare cinema con pochi mezzi ma molte idee.

A volte frustrante, a volte emozionante, sempre imperfetto.

Ma anche, in un certo senso, necessario.

Se cercate una storia solida, passate oltre.

Se invece non avete altro da fare e volete vedere cosa succede quando qualcuno prende una mirrorless da 7000 euro e prova a fare arte, allora “Presence” merita almeno una visione.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Valentina Buffetti)


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