Mostre a Roma: la recensione di “Munch. Il grido interiore”

“Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto“. Così scriveva Edvard Munch.
Il maestro norvegese fu attivo tra la seconda metà del XIX e la prima del XX secolo.
L’artista si propone di rappresentare le visioni interiori, i ricordi e le emozioni che l’occhio umano non è in grado di captare.
E che va quindi allenato alla percezione del fiume interiore che è parte di ciascuno di noi.
Il tutto sulla scia degli studi sul pensiero psicoanalitico.
Riuscendo a rovesciare il concetto di riproduzione fedele della natura.
Edvard Munch in mostra a Palazzo Bonaparte
Accade lo stesso al visitatore che si avvicina alla sede prescelta per l’esposizione romana “Munch. Il Grido Interiore”.
Un’importantissima monografica dedicata al pittore con 100 opere provenienti dal Munch Museum di Oslo.
Palazzo Bonaparte infatti quasi non si scorge tra i vari cantieri, la folla indistinta di turisti, i rumori delle automobili.
Ma a un occhio ben allenato non può sfuggire il piccolo balcone usato da Letizia Bonaparte.
Oppure l’interminabile coda di visitatori pronta a immergersi in uno scrigno di tesori che non lascia certo indifferenti.
E i cui effetti permangono nell’immaginario di chiunque si avvicini a tele come:
- Malinconia
- Disperazione
- Autoritratto all’Inferno
- Amore o Dolore anche detto Vampiro
Trattenete il respiro prima di salire verso il primo piano.
Prendete molta aria per affrontare un intenso viaggio nell’inconscio.
Che vi rilascerà solo quando percorrerete le scale verso la seconda parte dell’esposizione.
La mostra si articola su 2 livelli dalle atmosfere opposte.
E si apre con un breve video sulla tragica vicenda biografica dell’artista, le sue tecniche e influenze.
Ciò che più colpisce è l’importanza data all’arte e alla letteratura quali strumenti per affrontare e cambiare radicalmente il mondo.
Oggi come forse mai prima d’ora l’apparente inutilità dell’arte e della letteratura ha il compito e il dovere di risvegliare dalla cecità interiore emozionale.
Il primo livello della mostra: un viaggio nell’oscurità dell’inconscio
Il primo livello della mostra si contraddistingue per l’oscurità in cui sono immerse le opere e per l’intensità delle tinte utilizzate.
Quelle stesse tinte accese che Edvard Munch aveva osservato nei dipinti di Gauguin e che servono all’artista per veicolare un particolare stato d’animo.
Il rosso domina la scena in “Malinconia” dove un tavolo che ricorda il cervello umano occupa gran parte dello spazio.
Laura Munch, sorella dell’artista affetta da “isteria” e da “un male incurabile” si trova in un ospedale psichiatrico e fissa il vuoto con grandi occhi neri.
Intorno le linee geometriche della stanza che non si incontrano rappresentano il suo caos interiore.
Ogni elemento del dipinto comunica il trauma vissuto dall’artista in visita alla sorella.
Il rosso fuoco ritorna nei capelli della donna ritratta in “Amore e Dolore” o “Vampiro” richiama “il fulgore effimero delle fiamme dell’amore”.
Munch ha spiegato che il suo quadro rappresenta semplicemente una donna che dà un bacio sul collo a un uomo.
Ma in realtà l’immagine è stata interpretata come la raffigurazione della fragilità maschile e del dominio femminile negli anni ‘90 del XIX secolo.
Qualunque sia l’interpretazione che preferiate, la grandiosità dell’artista sta proprio nella sua abilità di parlare a generazioni differenti.
E di rendere visibile ciò che l’occhio non riesce a percepire.
Ovvero, in questo caso, la “grandiosità della sessualità“.
Edvard Munch, “La Morte nella stanza malata”
Il viaggio prosegue e porta lo spettatore nelle cupe atmosfere familiari dell’artista nell’opera “La Morte nella stanza della malata“.
Qui Munch rappresenta il ricordo della scomparsa della sorella Sophie.
E dipinge la reazione dei vari personaggi che si trovano faccia a faccia con la morte, sebbene la malata venga celata allo sguardo.
I membri della famiglia sono persi ognuno nel proprio mondo.
Quasi come spettri che si aggirano nella stanza e non riescono a comunicare né a scambiarsi un gesto di conforto.
Nessuno guarda verso il visitatore e l’unico che sembra seguirlo con la sguardo è Inger, una delle sorelle di Munch.
I suoi occhi vuoti e privi di luce prefigurano la perdita totale di vita.
Fissando lo spettatore, lo catapultano nell’emozione che la scena rievoca.
L’intensità della composizione è acuita dall’uso di un colore opaco, quasi sbiadito.
Come la vita che sta lasciando la stanza.
“L’Urlo” di Munch
La fissità degli sguardi, tecnica ricorrente nei quadri di Munch, inchioda il pubblico sul molo nel porto di Oslo nella litografia che rappresenta il celeberrimo “L’Urlo“.
La cui versione su cartone è talmente fragile che raramente viene esposta fuori dalle proprie sedi.
Un uomo avviluppato dalle fiamme del cielo bianco e nero è pervaso dalle vibrazioni del suo urlo interiore.
Prendendo le sembianze di una mummia molle.
Il dolore è totale e si fa tutt’uno con la natura.
Il senso di angoscia è così universale che Andy Warhol ricrea una serie di opere a partire da “L’Urlo“.
Qui la figura, senza sesso né elementi identificativi, diventa ancor di più l’espressione universale del dolore in cui tutti possono identificarsi.
“Disperazione”
Il dipinto intitolato “Disperazione” chiude come assoluto protagonista il primo piano dell’esibizione.
Come un personaggio di una narrazione perpetua che prosegue la scia dei temi sviluppati quasi simultaneamente fino a quel momento.
La figura stavolta non fissa lo spettatore ma ha il capo chino e lo sguardo basso.
Ed è racchiusa in una postura ricurva, isolata da ciò che la circonda.
Sopraffatta dalla vita e dalla difficoltà nell’esprimere la propria interiorità.
Ancora una volta Munch rende visibile uno stato d’animo attraverso un ricordo apparentemente semplice.
Ma che ci costringe a guardare con l’occhio interiore di cui parlava William Wordsworth.
Munch non ha bisogno degli occhi per mostrare la disperazione, l’ansia e l’angoscia dell’uomo moderno alla pari di Tiresia.
Il quale seppur cieco è in grado di scrutare l’invisibile tormento di un rapporto senza amore ne “La Terra Desolata” di T. S. Eliot.
Il secondo piano della mostra e la sperimentazione di Edvard Munch
Il viaggio nell’inconscio si conclude e potete tornare a respirare al secondo piano dell’esibizione, dalle tinte meno cupe e più brillanti.
Questo rappresenta il momento di sperimentazione con altre arti e di recupero dopo il ricovero per problemi nervosi e di alcolismo.
Esso accoglie una sezione in cui i protagonisti sono dei dipinti di Munch in Italia, dove si diresse insieme all’amata Tulla Larsen.
Insieme a “Le Ragazze sul ponte“, locandina della mostra, “Muro di casa al chiaro di luna” e “Notte Stellata“.
Qui gli elementi del paesaggio convergono come in un’entità unica.
Gradualmente si torna alla luce, al trambusto, al respiro e alla vita.
In un passaggio che assomiglia all’ascesa di una montagna la cui sommità rappresenta la fine di un viaggio nei più profondi abissi dell’inconscio umano.
Informazioni
- “Munch. Il grido interiore”
- Fino al 2 giugno 2025
- Palazzo Bonaparte – Piazza Venezia 5
- Biglietti disponibili A QUESTO LINK
(© The Parallel Vision ⚭ _ Silvia Torrioli)
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