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Concerti a Roma, recensione: Tosca all’Auditorium

Il report di Daniele Sidonio sullo splendido concerto di Tosca alla Sala Santa Cecilia

Concerti a Roma, recensione: Tosca all’Auditorium Parco della Musica

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Tosca, “Unico” © Fondazione Musica Per Roma – Musacchio, Ianniello, Pasqualini & Fucilla/MUSA

Mentre sale il dedalo di scale verso la sala Santa Cecilia dell’Auditorium, il pubblico riceve in omaggio dei braccialetti colorati.

Questi augurano buona fortuna in romanesco, in napoletano e in portoghese.

Sono le lingue di “Unico”, il concerto con cui, nella prima sera del 2024, Tosca celebra i 30 anni di carriera.

Uno spettacolo di quasi 3 ore in cui l’interprete manda indietro il film e fotografa 3 momenti precisi del suo percorso artistico:

  • Romana. Omaggio a Gabriella Ferri” del 2005
  • ‘Sto core mio. Notturno napoletano per Roberto Murolo” del 2013
  • Morabeza”, disco ispiratissimo del 2019

Concerti a Roma: Tosca dal vivo all’Auditorium

I braccialetti sono porti al pubblico da 4 maschere teatrali.

È un indizio di quello che verrà raccontato. Ma lì per lì, forse, non si fa tanto caso né alle maschere né alla scritta sul velluto colorato.

Ognuno pesca, attirato da un colore (rosa, azzurro, verde) e cerca il proprio posto.

“Romana. Omaggio a Gabriella Ferri”

Lo spettacolo, disegnato da Alessandro Chiti e diretto da Massimo Venturiello, comincia da Roma, da Gabriella Ferri. Che poi sono la stessa cosa.

Tosca, in abito nero, porta in scena un palloncino rosso, che campeggia anche sulla copertina del disco live uscito nel 2006.

Lo lega alla gran cassa vicina al microfono.

Il palco è colmo di pedane che a mano a mano si popoleranno come in un numero di giocoleria, come in una matrioska.

Sul fondale campeggia una sorta di albero delle lingue. Dalla chioma parte un drappeggio di lucine che si allunga verso il proscenio a formare una luminaria di festa.

Teatro e canzone insieme e a volte uno sull’altro in una suggestiva sovrapposizione di melos e logos che, in un continuo crescendo, attraversa il mondo intero.

Tosca affida gli arrangiamenti che furono di Roberto Agostini e Ruggiero Mascellino a Massimo De Lorenzi (chitarre) e Giovanna Famulari (violoncello e pianoforte).

Con loro 2, nel luglio 2023, ha portato “Romana” a Parigi per il festival Dolcevita-sur-Seine. Non usciranno mai di scena.

Completano la formazione i fiati di Pasquale Laino.

Romana” non è solo Gabriella Ferri, è molto di più.

Ricorda la Roma di Balzani, delle serenate e degli stornelli a dispetto, la “Mamma Roma” di Pasolini, la Roma di Anna Magnani e di Monicelli.

Racconta Roma che racconta sé stessa, i suoi sanpietrini umidi e i suoi quartieri popolari.

Ma anche il fermento degli anni in cui canzone, teatro, cinema e televisione erano spesso una cosa sola.

Romana” è anche e soprattutto Gabriella Ferri che queste facce le incarna tutte, in bilico tra malìa e smargiasseria. 

Sul refrain di “Il filo strappato”, lirica di Brecht adattata da Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi, mentre Tosca gioca con il filo del suo palloncino, entrano in scena 4 donne:

  • Carlotta Procino
  • Carolina Sisto
  • Camilla Pujia
  • Olena Kozinina

Queste evocano Pierrot e somigliano alla figura sulla copertina di “Sempre” in cui la Ferri, nel 1973, tracciava un ponte fra Trastevere e Napoli.

Allora si comincia a far caso a quelle maschere.

Emergono Fellini e i suoi pagliacci, Giulietta Masina e il circo ambulante di Zampanò, le “Confessioni di un clown” di Heinrich Böll.

Gabriella Ferri e i suoi “impicci”, il mondo degli ultimi e degli umili, la società dei più. 

Le 4 attrici intonano “Dimme na vota sì” e interpretano “Pianefforte ‘e notte” di Salvatore Di Giacomo.

Quel drappeggio di luci non ricopre più una strada di Testaccio ma il ponte di una nave ormeggiata al porto. Il cambio di scenario estetico e linguistico è impetuoso.

Le 4 maschere diventano ologrammi del pazzariello, come Totò in quel film di De Sica.

Mescolano “Attenzion’ battaglion’ è asciut’ pazz’ ‘o padron’” e “Pagliaccio”, anonimo del 1600 in cui i saltimbanchi cantano per attirare il pubblico allo spettacolo ma anche sigla di Carosello.

In pochi minuti si condensa una sorta di festa dell’uva che anticipa il notturno napoletano.

“‘Sto core mio. Notturno napoletano per Roberto Murolo”

Le pedane cambiano interpreti e trasformano la scena. Escono i fiati ed entrano:

  • i tamburi a cornice di Alessia Salvucci
  • il contrabbasso di Ermanno Dodaro
  • i mandolini dei fratelli Emanuele e Valdimiro Buzi, arrangiatori (insieme alla Bubbez Orchestra di Dodaro, Famulari e De Lorenzi) dello spettacolo che Tosca ha ripreso nel 2023

A 10 anni dal debutto e a 20 dalla morte di Murolo.

La cronologia copre 7-8 secoli, da “Jesce sole” e “Moccadora” del XIII secolo fino alla metà del ‘900.

Dentro ci sono Raffaele Viviani, Libero Bovio, Sergio Bruni, Salvatore Di Giacomo, Roberto De Simone.

E ancora le villanelle del 1500, le fiabe di Basile, le tarantelle del 1600, un allegretto marinaro e le “Leggende napoletane” di Matilde Serao.

Tosca immerge la propria voce nelle lacrime degli innamorati non ricambiati e degli emigranti.

Si aggrappa senza mitizzazione alla drammaturgia popolare che spazia dai cori delle lavandaie alle scale discendenti.

Dà corpo a momenti di poesia altissima e di tensione epidermica, copre tutto il ventaglio emotivo che il teatro può raccogliere. Un colorato groviglio di amore e parole.

Nel suo canto Napoli cresce, cresce, cresce come una festa pagana fino a raggiungere il mistero straziante di “Je te voglio bene assaje“.

Lo spazio per i recitati è più stretto, ché “Napoli non la puoi raccontare” e quindi si racconta da sé.

È una candela accesa sul dialetto e sulla sua capacità di essere la parola stessa, come diceva Pirandello.

“Morabeza”

La “Toccata dalla sonata VI in La Maggiore” di Paradisi suonata al mandolino dai fratelli Buzi annuncia l’intervallo che separa dall’ultimo corposo set dedicato a “Morabeza”.

Sulle pedane hanno preso posto Fabia Salvucci (cori e percussioni), Arabella Rustico (contrabbasso) e Luca Scorziello (batteria).

In un sottile gioco narrativo Tosca parte da “Voglio una casa”, canto scritto da Lucilla Galeazzi dopo il terremoto in Umbria del 1997.

Un dolore, un piacere, un pianto o un sogno. Un sentimento indecifrabile, la “nostalgia che non desidera“, che unisce il Brasile e l’Africa capoverdiana.

Uno stato psico-fisico che non è ancora saudade o “nostalgia del futuro” come diceva Tabucchi, ma è già fiducia nel presente lontano dalla propria terra.

Luogo spirituale in cui le storie di chi è partito si intrecciano con altre di cui si è persa memoria.

E tutte si raccolgono nelle fronde di quell’albero delle lingue sul fondale, rigoglioso di canti come una primavera.

Morabeza” parla il brasiliano di Lenine e quello di Pixinguinha, l’argentino di Mercedes Sosa e Chico Navarro.

Pensa come le traduzioni e le soluzioni musicali di Joe Barbieri e si lascia andare ad avvolgenti virtuosismi vocali.

Tosca chiude una trilogia avviata con “Il suono della voce” e proseguita con “Appunti musicali dal mondo”, ma forse fa di più.

Una figura di interprete moderna

I 3 progetti che ha unito nel suo spettacolo sono il simbolo dell’identità musicale che ha cercato e costruito nel corso della sua carriera.

Allontanatasi dai lampioni freddi del pop a fine anni ’90, dopo aver vinto Sanremo e una Targa Tenco come migliore interprete, ha scelto le luci più calde del musical e del teatro.

Ha recitato Brecht e ha cantato le canzoni romane con Nicola Piovani.

Ha assorbito Petrolini ed è tornata a Sanremo, è stata Gelsomina e ha interpretato Molière, ha lavorato al recupero dei canti popolari.

Ha definito una figura di interprete moderna nel modo di dare peso al dialogo linguistico e culturale.

Pescando così i suoi autori non nella pantomima della serialità ma esplorando tra musica colta, canzone d’autore e tradizione orale.

Valorizzando sé stessa attraverso il gusto degli arrangiamenti.

Ha cercato una poetica poliglotta e l’ha messa in pratica anche nella direzione artistica dell’hub culturale Officina Pasolini, che gli spiriti dovranno proteggere perché le istituzioni hanno deciso di non farlo.

Come in una giostrina di Pigalle, è tornata a Sanremo con un brano, “Ho amato tutto” di Pietro Cantarelli, che forse è la sintesi più efficace di questo enorme bagaglio.

Ha vinto la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno e di nuovo quella come migliore interprete. 

Il set di “Morabeza cresce in un tripudio di fischi e rulli di tamburi, il circo di strada lascia il posto al carnevale, alle sue piume.

Ai suoi colori dorati e ai suoi balli fino a ripiombare nel teatro con un recitato a voce sola.

Le maschere teatrali cominciano a sfregarsi le mani, poi schioccano le dita, strusciano le nocche, un rombo di tamburo imita un tuono.

Massimo De Lorenzi imbraccia la chitarra elettrica e Tosca regala una versione memorabile di “Lon lon” di Angelique Kidjo.

Il brano si trova in “Djin djin“, premiato ai Grammy 2008 come miglior album di world music.

L’anno successivo all’artista beninese è stato consegnato il Premio Tenco

L’ovazione, i bis e… Cartesio

L’ovazione dura diversi minuti. Tosca lascia subito spazio ai bis.

Formazione piena per “Ho amato tutto” e per il cavallo di battaglia “Rumenia“.

Menomale che si chiama ‘Unico’“, sorride prima di ringraziare le maestranze e i musicisti.

Saluta gli artisti presenti in sala tra cui Gegè Telesforo e Marisa Laurito, direttrice del teatro Trianon Viviani che nel 2023 ha ospitato “‘Sto core mio” (ne è uscito un disco live pubblicato ieri).

E anche Renzo Arbore, che ha benedetto i suoi inizi all’alba degli anni ’90 lasciandole una traccia, “La bellezza e la potenza della libertà artistica“.

Non è cosa da poco, come non è cosa da poco metterla in pratica senza lasciarsi abbagliare troppo dalle logiche mercantili e dal frullino dell’apparenza.

È l’unico modo, forse, per non inseguire la fortuna ma farla propria.  

In un’intervista su Radio1 con Warner Bentivegna del 1976 Gabriella Ferri diceva di aver studiato poco, di essere autodidatta.

Non so fa’ manco le sottrazioni, però conosco Cartesio e altre cose“.

Chissà se conosceva il pensiero di Cartesio proprio riguardo alla fortuna. Perché da lì siamo partiti. Da quelle scritte in romanesco, in napoletano e in portoghese.

L’uomo si è sempre chiesto cosa potesse fare per vincere la sorte, che è una parola ancipite e per decifrarla ci vogliono gli aggettivi.

Nel suo “Discorso sul metodoCartesio diceva che, forse, avrebbe potuto cercare di vincere sé stesso anziché la fortuna.

Di cambiare i propri desideri piuttosto che l’ordine del mondo con la consapevolezza di possedere solo i propri pensieri.

In un mondo così disordinato, allora, la buona fortuna potrebbe essere proprio quella di recuperare il pensiero e praticarlo liberamente.

Boa sorte, cu ‘na bbona ciorta“.

Oppure, più genuinamente, “ventitré“.    

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)


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3 commenti

  1. Uno spettacolo straordinario. Bellissimo. Tosca è la più grande artista italiana. Inoltre dirige una scuola d’eccellenza al servizio della formazione artistica dei suoi allievi. La scuola, “Officina Pasolini” di Roma, merita un premio dai nostri governanti.

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