Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Fabia Salvucci

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini, che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo sulla musica popolare dal titolo “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”. Il progetto è diventato un CD-book edito da Squilibri Editore ed è stato presentato il 24 aprile nella Sala Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica. L’obiettivo del collettivo è “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Fabia Salvucci, interprete, è cresciuta per le strade di San Donato Val di Comino (2mila persone a un passo dal confine tra Lazio e Abruzzo), dove esiste ancora una comunità. Con lei abbiamo scoperto che la musica popolare insegna la cazzimma; se non ci credete, chiedetelo a Herbert Lawrence.

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Fabia Salvucci (Foto: © Nuovo Metastudio)

Che cos’è per te una radice?
È un cordone ombelicale che ti tiene legato a un ambiente fisico, umano e ti dona senso di appartenenza e di attaccamento.

Quel senso di appartenenza a una comunità che oggi forse si è un po’ perso.
Sono cresciuta per strada perché i miei lavoravano, a crescermi sono state le strade e gli anziani del paese. Ho avuto la fortuna di vivere in un luogo che ancora conserva un forte spirito comunitario, che mi porto sempre appresso.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

In che modo te lo porti appresso?
Sono profondamente montanara, si nota dalla mia veracità (sorride, ndr), che riporto nei progetti artistici e nella vita. Non ho l’energia del cittadino, ho l’energia della montagna; è un aspetto caratteriale che appartiene alle generazioni precedenti, però è un’energia che sento anche un po’ mia.

Per certi versi la musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi di mestiere fa l’interprete, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Tosca mi ha chiesto di fare da capofila al progetto perché provengo da un mondo artistico vicino alla musica popolare, dal filone dell’etnomusicologia, dall’Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna. Conoscevo già la materia, però ho scoperto cose nuove ed è stato importante. Un musicista non può prescindere dall’ascolto e chi si occupa di musica popolare non può prescindere dalla ricerca. La musica popolare è per natura molto semplice, è diretta nella comunicazione, quindi non è ricca dal punto di vista armonico. Amo particolarmente le canzoni del centro-sud, mentre ho un po’ di ritrosia verso i brani del nord (sorride, ndr); nei mielismi, nei fraseggi melodici, si scovano veri e propri codici.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Per un interprete o un cantautore è necessario passare dalla musica popolare?
Non credo sia imprescindibile, ma se si riesce a coglierne lo spirito si può imparare tanto. È una musica che insegna l’essenzialità: un’interprete può imparare il canto non fine a sé stesso ma diretto a una funzione comunicativa; è una musica che insegna ‘a cazzimma (sorride, ndr), la forza espressiva, la prepotenza, tutto ciò che appartiene all’istinto. Una testimonianza la si può trovare nelle raccolte epistolari e nel romanzo di David Herbert LawrenceLa ragazza perduta”, scritto a Picinisco, paese vicino al mio, dopo un soggiorno che lo ha aiutato a recuperare il rapporto con la moglie.

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
La musica popolare aiuta a riscoprire la visceralità che ci appartiene in quanto animali, in quanto uomini. La società contemporanea ci stacca dalle cose essenziali della vita, ci allontana dal terreno; questo ha provocato una perdita della necessità di esprimersi, mentre in quel mondo il canto era direttamente proporzionale a ciò che si aveva da dire. L’importante, però, è capire prima cosa si vuol dire.

logo adorizaE capire soprattutto che non è necessario dire per forza qualcosa.
Esatto, soprattutto in campo musicale (sorride, ndr).

Il tema del vostro spettacolo è il viaggio, la migrazione. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Tu l’hai trovato il gusto di andartene via?
In maniera forse un po’ precoce (sorride, ndr), a 14 anni avevo già fondato un’associazione e una compagnia teatrale. Sono cresciuta in zone vergini, povere dal punto di vista culturale, che non generano la linfa vitale che consentirebbe di restare. Ho inseguito l’obiettivo di creare personalmente un movimento culturale finché non mi sono trasferita a Roma, a 22 anni: me ne sono andata con tutto il gusto, ma questo non vuol dire che io non ami il mio paese, anzi; ogni volta che torno ricarico il mio senso di appartenenza e la mia energia.

Adoriza-22Col passare degli anni si crea anche uno strato di ricordi che si riattiva a ogni ritorno.
È una nostalgia che non sento molto, forse perché sono vicina geograficamente.

Nello spettacolo canti diverse cose.
Canto “Bella ci dormi”, celebre serenata pugliese e “Il cacciatore Gaetano”, filastrocca che in realtà non è un brano della tradizione: al tempo di “Bella CiaoRoberto Leydi chiese a Giovanna Marini di trovare una ballata del centro Italia; non trovandola, se l’è inventata, l’ha scritta e l’ha consegnata. È un divertente falso storico (sorride, ndr).

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)

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