Musica

#Intervista: Leonardo Radicchi, musica al servizio dell’umanità

Leonardo Radicchi, con il suo Arcadia Trio, ha pubblicato lo scorso 8 febbraio il suo nuovo lavoro discografico “Don’t call it Justice”, distribuito da EGEA per l’etichetta AlfaMusic. È un disco che rappresenta la sua piccola, grande ambizione, ovvero risvegliare gli uomini e le loro menti e vuole fare tutto questo con la sua arte, sia essa musica o letteratura. Radicchi è infatti anche autore del libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole.
Durante la nostra chiacchierata, con Leonardo abbiamo parlato di tutto questo, soffermandoci in particolar modo sull’importantissima esperienza e collaborazione che ha avuto con Emergency nel ruolo di operatore umanitario.

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Leonardo Radicchi (Foto: Andrea De Donato)

“Don’t call it Justice” è uscito l’8 febbraio, ma già un giorno prima eri in giro a presentarlo in anteprima, fra gli altri anche al festival Pisa Jazz e poi alla Casa del Jazz a Roma.
Sì. Devo dire che l’album sta andando davvero bene. È un lavoro molto importante per me, vuole essere portatore di qualcosa che vada oltre la musica. A tal proposito, ciò che mi colpisce di più è leggere nelle recensioni, nei commenti dei critici musicali o degli  ascoltatori in generale proprio di questo aspetto. O meglio, leggere di come in effetti quest’idea che volevo veicolare è stata colta in pieno. È un piccolo grande risultato. Presentare un disco di musica strumentale, che di partenza non è di facilissima fruizione, è stata già di per sé una sfida. Far uscire anche dei significati, diciamo, politici, diventava una sfida ancora più grande. Eppure, a neanche un mese di distanza dalla pubblicazione, questo si sta realizzando. Nella prima parte del tour di presentazione a febbraio avevamo poi come ospite uno dei più grandi trombonisti viventi, Robin Eubanks, illustre rappresentante del jazz americano che ha suonato con il mio trio durante questi primi concerti in giro per l’Italia.

La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni”. Questa frase di Albert Camus ha ispirato la creazione del tuo progetto, l’Arcadia Trio. Cos’è che, secondo te, dà vita ad una ribellione? Può farlo un disco, come magari il tuo “Don’t call it Justice”?
Secondo me no, ma più in generale nessuna forma d’arte purtroppo può farlo davvero. Credo che una cosa simile venga da elementi più concreti della vita, come quando è a rischio la tua o quella dei tuoi cari. La musica, la cultura, le forme create dall’intelletto umano contribuiscono a dare un quadro logico alle pulsioni che sono alla base delle rivoluzioni. Senza questi elementi culturali rischiamo di avere degli sconnessi rivoltosi, imbruttiti e violenti. Spero che il mio lavoro, anche se in piccolissima parte, si inserisca in quella sorta di massa critica che ci rende umani in senso costruttivo. Di solito, i brani hanno un grande riscontro emotivo, ma non solo. Il concerto si chiude sempre con una chiacchierata con un certo numero di persone che si fermano volutamente a condividere dei pensieri con noi.

foto by alessio romeo

(Foto: Alessio Romeo)

Oltre che musicista di enorme talento sei anche autore del libro “In fuga”. Ti capita mai, durante la composizione dei tuoi brani, di sentir scorrere nella tua mente una possibile lirica che li accompagni?
Finora no, semplicemente perché non credo sia nelle mie corde. Eppure, chiunque si sia imbattuto nel mio libro o nei miei dischi ha notato comunque un qualche tipo di connessione tra i 2 mondi. In fondo, sono sempre io che cerco di esprimere quello che ho in testa. Nel caso del libro, l’ho fatto con le parole, tentando di dare loro un senso dinamico, lo stesso che nella musica mi viene dal genere che ho scelto. C’è unitarietà e scrivendo “In fuga” mi sono reso conto di quante analogie ci fossero tra lavorare ad un album e scrivere un libro: la cura dei dettagli, l’equilibrio della forma…

Com’è nata la collaborazione con Emergency? Che impatto ha avuto sulla realizzazione di “Don’t call it Justice” e quali brani hanno visto per primi la luce?
La collaborazione è nata, oserei dire, quasi per caso. Mi ero già laureato al Berklee College of Music di Boston e vivevo a Roma. Ad un certo punto ho avvertito l’esigenza di staccarmi un po’ dall’ambiente musicale, mi sentivo un po’ troppo relegato in un contesto in cui, almeno in quel momento, non mi riconoscevo, avevo voglia di sperimentare altro. Inizialmente sono partito con una ONG con l’idea di star via un anno, ma alla fine sono diventati quasi 3. Interrompere poi il rapporto lavorativo è stato difficile. Quando entri in contatto con il mondo reale, quando vedi davanti ai tuoi occhi la realtà che guardi tutti i giorni al telegiornale o su internet, ti accorgi che è più forte, tanto da poterti risucchiare. Mi trovavo in Sierra Leone quando è scoppiata l’epidemia di ebola nel 2014 e sono rimasto lì per 18 mesi, poi ho lavorato per un altro anno in Afghanistan con il progetto “War Surgery”, in Helmand, la regione più martoriata dalla guerra per gli interessi legati al traffico dell’eroina. È lì che ho incontrato un numero incredibile di persone, come Salim, il responsabile della sicurezza di Emergency in quel Paese. Un uomo incredibile, di poche parole, ma grande profondità. Tornato in Italia mi sono messo subito a scrivere. Una delle prime ispirazioni è legata proprio a lui, come nel primo brano che ho scritto, “Salim of Lash”.

Cosa ti aspetta ora?
Sicuramente altre date in giro per l’Italia, tra cui Firenze e Roma a maggio.

The Parallel Vision ⚭ _ Chiara Virzi)

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