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#Recensione: Francesco Forni, “Una sceneggiata” (SoundFly)

#Recensione: Francesco Forni, “Una sceneggiata” (SoundFly Records)

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Francesco Forni (foto: Simone Cecchetti)

Eredi dell’età moderna, siamo abituati a concepire il dramma come qualcosa di estremamente negativo, se non nefasto.

Eppure, c’è stato un tempo in cui il dramma era semplicemente azione. Azione scenica, per l’esattezza.

Una finzione umanistica che, in qualche modo, aveva a che fare con ciò che muove l’uomo nella sua vita. 

“Una sceneggiata”: il disco di Francesco Forni

È l’uomo che fa il dramma. Lo fa nel suo senso più alto, colto, oppure nel verso più goffo e iperbolico.

Una sceneggiata”, primo disco pensato, scritto e cantato in napoletano da Francesco Forni, sviluppa il suo concept da questo doppio nodo popolare e letterario.

E lo fa raccontando una storia d’amore da rione con tutta la sua genuinità, le sue speranze, le sue illusioni, le sue contraddizioni, i suoi fantasmi.

Costola del soggetto teatrale di Pierpaolo Sepe e della drammaturgia di Andrej Longo, l’album di Forni è abitato da 5 caratteri che si muovono in mezzo ai vicoli di Napoli e ne restituiscono la verità.

La scenografia è la strada che, prima o poi, costringe l’uomo a fare i conti con la propria vulnerabilità, le proprie presunzioni e i propri sogni.

Il motore narrativo è l’amore con le sue complicazioni e i suoi contrasti.

L’amore romantico e semplice dei “quanto bene ca te voglio”, l’amore trovato e perduto, l’amore geloso e mostrificato.

L’innamoramento e i suoi correlativi naturali e celestiali, l’ardore, la mancanza, la nostalgia, la solitudine, l’attesa, l’inganno.      

A “Dragonbol” sono affidate l’apertura e la chiusura del disco.

Eroe fra i caduti, tossico e salvatore.

Un po’ Jeeg Robot un po’ Demòdoco, è il narratore onnisciente, il parlatore della protasi, introdotta dai primi versi del classico napoletano “Jesce sole”.

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Spacciatore, La Sposa, Mercuzio

Edito da SoundFly, il disco di Forni procede sempre per azione.

È lo stesso Spacciatore a raccontare, in prima persona, la propria storia.

Una storia inizialmente e apparentemente vincente che, però, si trascinerà verso una deriva fatta di scelte sbagliate e malasorte.

Spacciatore, innamorato, è l’attore della hit “Pure si fosse”, in cui si affastellano frasi fatte e confessioni, scuse e giustifiche buttate lì senza troppa convinzione.

Un emblema del dramma nella sua iperbole, raccolto in una tela tessuta da armonie e mescolanza fra tammorre, chitarre, bassi e liuto.   

Spacciatore è piazzista de La Sposa, che si presenta in terzine.

Introdotta da un arpeggio teso che ricorda quello di “La domenica delle salme”, racconta 2 storie diametralmente opposte di sconfitta umana.

La Sposa si è persa nel mondo chiuso e disperato, nella possibile bruttura dei quartieri e nella lancinante lotta con il tempo e con il passato.

Miseria nella miseria, senza sconti se non quello dell’amore e dell’“Addore ‘e primmavera” che rende la vita futuribile.  

Padre” raccoglie tutto il melos possibile e non a caso è l’unico brano in cui è presente il pianoforte.

In un omaggio al bel canto napoletano, un marito rivolge la sua preghiera d’amore alla foto della moglie morta. Un marito che è anche padre disperato e solo.

Tutto l’amore rimasto è racchiuso nell’ultimo verso: “pe’ ‘na vota famme scemo”. 

Mercuzio è l’amico fidato che si innamora della donna del compare e sogna “senza scuorno”.

Il suo tormento è ingigantito dal set di tromba e flicorno, da rime napoletane come “annasconno” “munno”, e da un finale che arravoglia una serie anaforica e rocambolesca di participi passati pieni di terra e carne.

Un folk epico e drammatico

Il disco di Forni poggia la sua scintilla su una forte carica sonora e armonica, figlia di una sottile ricerca strumentale impiantata su corde, pelli e programmazioni.

Un folk drammatico che socchiude la porta a passaggi rock e dance.

Un folk epico, lirico e per niente rassicurante (o quasi) che però diventa fatto spettacolare determinante, perché contribuisce a rifinire e a far brillare l’immaginario di partenza.

Tant’è che la cesura dei 2 atti del disco è strumentale e il suo tema verrà ripreso nella canzone topica dell’album.

Una sceneggiata” è un lungo piano sequenza un po’ western, un po’ colossal, un po’ noir. Un po’ Lynch, un po’ Morricone, un po’ Nino Rota

Un passaggio che apre la parte più tormentata dell’album e della storia, che culmina in “Perduto”.

Il tono drammatico, aumentato dai violini e dalle viole, definisce il fallimento, la caduta dell’eroe.

Il protagonista ha perso tutto: amore, tempo e felicità. Così la storia svela il suo non lieto fine, in cui l’uomo accetta amaramente di essere artefice della propria sorte: “si sulo me fosse fermate a tiempo”.

Storia disgraziate

Forni racconta la storia in un napoletano letterario. Un canale espressivo trovato e scoperto quasi per costrizione. Una lingua che già si porta appresso il suo pathos, il suo velo drammatico.

Una lingua che non lascia cadere nemmeno un briciolo di finzione retorica – di cui l’uomo però è campione – ma anzi, costruisce la sceneggiata con un’attitudine narrativa e non descrittiva.

Le maschere del disco sono semplicemente gli uomini, le loro storie, il loro barcamenarsi nella sorte che, più o meno direttamente, si sono riservati.

Una sceneggiata” è una storia disgraziata la cui risoluzione sta nell’accettare le conseguenze delle proprie azioni.

Questo è chiaro a chi racconta e si sacrifica fin dall’inizio: “tenite buono a mente ca ogni cosa tene ‘na consequenza”.

La soluzione, invece, sta nella necessità di avere cura. Per mano propria o per mano degli altri.   

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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