Cultura Teatro

#Intervista: Arrigoni, “Cultura decisiva contro gli egoismi”

#Intervista: Chiara Arrigoni, “Cultura decisiva contro gli egoismi”

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Chiara Arrigoni (foto: Paola Valli)

Fresca vincitrice del premio Drammi di Forza Maggiore 2022 con il suo “Ninive“, Chiara Arrigoni è una talentuosa attrice e autrice milanese che si muove tra Roma e il capoluogo lombardo, lavorando spesso anche all’estero.

La cosa di cui vado più fiera non credo sia un progetto in particolare, ma il fatto che ho attorno a me una cerchia di persone che si fidano di quello che scrivo” mi ha raccontato.

È davvero una cosa meravigliosa per chi scrive che tante altre persone si stringano attorno alla tua idea e la facciano propria“.

Chiara mi ha parlato del suo prossimo spettacolo che sta per portare a Londra, della sua storia artistica e professionale, della cultura vissuta come opportunità per superare gli egoismi in nome della collettività.

E… dell’infinitamente piccolo e infinitamente grande del lavorare in teatro. Che ha a che fare con qualcosa di miracoloso.


Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Chiara? 

La mia storia artistica credo nasca dalla mia passione per la lettura e per la scrittura fin da quando ero bambina.

Poi una serie di scelte, prima inconsapevoli, poi follemente ragionate, mi hanno portato a fare il “salto”, cioè trasformare quella passione in un lavoro.

L’università, Lettere Classiche, il teatro greco e latino, la scoperta della recitazione.

E poi, ad ultimo, la decisione di trasferirmi a Roma per frequentare l’Accademia Silvio d’Amico.

È stato come guardarmi allo specchio e dirmi: ok, Chiara, quindi lo vuoi fare davvero?

L’Accademia è stata per me fondamentale come autrice perché mi ha aiutato a capire cosa fosse nelle mie corde, verso cosa tendessi, cosa “volessi raccontare” non in uno specifico testo, ma in generale come autrice.

Venendo da studi molto classici avevo bisogno di una doccia fredda di contemporaneo e l’Accademia me l’ha data, e ora mi sento nel mezzo.

Del tutto nel presente per quanto riguarda la forma, i temi, i personaggi; ma sempre con un piede nel mito, nell’archetipo, nell’inspiegabile. 

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche? 

Ho avuto anche prima diverse esperienze di lavoro.

Ma dopo l’Accademia tra 2016 e 2017 è iniziato il mio percorso con un livello di iniziativa personale del tutto diverso, incentrato sul desiderio non solo di lavorare per altri come attrice, ma soprattutto di portare in scena i miei testi.

Quel che è cambiato di più credo sia la mia capacità di mettere insieme un team di persone attorno a una mia idea, provare a proporla.

Smuovere le energie necessarie (anche quelle più ostiche) in un contesto non certo accogliente per il nuovo come è il teatro italiano.

Ho affilato le unghie, ho acquistato più freddezza. Se qualcosa non va bene volto pagina e mi dico: “Sei ancora disposta a lottare?“.

Per ora la risposta è sempre stata sì. 

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sulle tue attività?

Come abbia inciso il Covid a livello pratico nelle mie attività forse è poco interessante.

Di sicuro ha innescato dentro di me una riflessione.

Ho spesso pensato a quanto tutte noi persone che lavoriamo nel teatro o nell’arte fossimo irrilevanti e questo mi ha fatto sentire minuscola, inutile.

E mi ha a lungo interrogato sul senso di quello che sto facendo.

Non ho una risposta, ma ultimamente mi capita di pensare che la nostra “irrilevanza” rispetto allo scorrere del mondo e delle sue tragedie non dovrebbe angosciarci, o farci rimpicciolire o sentire in colpa.

Ma al contrario dovremmo sentirci sollevati perché quello che possiamo fare come autori e come autrici ha a che fare con l’infinitamente piccolo e non con l’infinitamente grande.

E questo è meraviglioso.

Non possiamo interrompere una guerra con le nostre parole.

Ma possiamo far tornare a casa una persona con un senso di angoscia, o con un senso di speranza, in ogni caso più viva di prima, più chiamata in causa di prima.

E questo a me, per ora, basta, perché lo trovo già un miracolo, già qualcosa che vale lo sforzo di fare.

Il tuo “Ninive” ha vinto recentemente Drammi di Forza Maggiore 2022. Me ne parli e mi racconti come hai lavorato sul testo? 

Ninive” è la storia di un mondo come il nostro: un’umanità al collasso, infelice, anestetizzata dal consumismo, sul baratro della crisi climatica.

Un bel giorno, però, si affaccia la possibilità di un cambiamento radicale quando un uomo schivo e riluttante, Giona, porta al re di Ninive un messaggio da parte di Dio: tutto verrà distrutto se non si convertiranno entro 40 giorni.

E qui succede l’impensabile.

Lo spunto nasce, in realtà, dal regista Daniele Santisi, che mi ha suggerito di scrivere un testo sulla figura di Giona.

Ne sono rimasta del tutto affascinata: un anti-profeta incapace di perdonare, rancoroso, che fugge dalla chiamata di Dio, pavido.

La chiave di volta è stata capire chi fosse Ninive, la città che Dio vuole salvare e che, invece, Giona vuole vedere distrutta.

Quando ho capito che Ninive siamo noi ho scritto davvero rapidamente, una scena dietro l’altra.

Al centro c’è una coralità di personaggi già presenti nel testo biblico, anche se trasformati.

E poi ci sono 2 personaggi del tutto inventati a cui tengo molto, perché portavoce di una umanità che nel baratro non perde o ritrova la capacità di amare.

Un giovane corriere e una ragazza che può essere “ordinata” tramite le stesse app da cui si ordinano cibo, medicinali, droghe.

Qualsiasi cosa utile per spezzare anche solo per un attimo la paura che stiamo andando verso il nulla. 

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(Foto: Paola Valli)

Al momento di cosa ti stai occupando?

A breve sarò a Londra per seguire il debutto di un mio testo, “Due addetti alle pulizie“, in un festival di nuova drammaturgia.

Ho appena chiuso 2 sessioni di prove sia su “Ninive” sia su “Annunciazione“, un altro mio testo che parla, tra le altre cose, di maternità e corpo della donna come atto di potere.

Poi seguo diversi progetti di scrittura per altre persone, insieme a una mia amica autrice che stimo moltissimo, Natalia Guerrieri.

Il nostro collettivo si chiama This writing room e facciamo per lo più story editing, cioè aiutiamo progetti di scrittura altrui a essere partoriti, oppure migliorati, ristrutturati, rafforzati.

Calarmi nei mondi creati da altre persone è rappacificante.

Mi piace questa parte del mio lavoro che richiede più la tecnica, in senso chirurgico o quasi “architettonico”, e meno la sacra fiamma creativa.

E lascio che sia un’altra penna a metterci la sua creatività, con il mio supporto.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

La cosa di cui vado più fiera non credo sia un progetto in particolare, ma il fatto che ho attorno a me una cerchia di persone che si fidano di quello che scrivo.

Tanto che i testi che nascono come “miei” progetti succede che poi, nel tentativo di metterli in scena, diventano il “nostro” progetto.

È davvero una cosa meravigliosa per chi scrive che tante altre persone si stringano attorno alla tua idea e la facciano propria.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

C’è una cosa in particolare che ho in mente, che vale sia per un’autrice sia per un’attrice, ovvero non giudicare i propri personaggi.

Sia quando li scrivo, sia quando li recito, devo provare a immergermi nel loro vissuto, nella loro identità, nelle loro ferite, spogliandomi di (pre)giudizi.

Anzi: le oscurità, il torbido, oppure la luce che si vede in loro è una testimonianza di quanto noi esseri umani siamo complessi, di quanto la verità sulle persone e sulle cose sia sfuggente.

Teatri e cinema sono rimasti chiusi praticamente per tutta la durata dell’emergenza pandemica e sono stati gli ultimi luoghi culturali ad aver riaperto. La cultura è davvero “non necessaria”?

Il punto è una ridefinizione del termine “necessario”: la cultura non è necessaria in senso biologico per la nostra vita, non come il cibo o l’acqua.

Ma forse nel 2022 possiamo permetterci di concentrarci su un altro significato di “necessario”.

Ovvero ciò che è fondamentale per la felicità dell’essere umano, per la sua crescita personale, per la sua capacità di vivere insieme agli altri.

In questo senso la cultura è non solo necessaria, ma fondamentale e urgente.

E ci apre alla possibilità di ripensare al nostro futuro in un momento in cui la nostra sopravvivenza come specie è incerta.

Educandoci alla necessità di superare gli egoismi e pensare non come singoli, ma come collettività di esseri umani.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Chiara Arrigoni con un’immagine e con 3 parole?

Aiuto, che domanda difficile. Mi piace molto il temporale d’estate. Quello intenso e che lascia nell’aria l’odore di pioggia per un po’. Il sole d’estate dopo un po’ mi stanca.

Credo mi piacciano i contrasti, il comico nel tragico e viceversa, i personaggi torbidi che si scoprono più umani e quelli umani che rivelano le loro fragilità.

Mi piace sfumare il confine tra le cose, tra buono e cattivo.

Mi piace cercare una verità difficile e comunque mi piace l’idea che io non la riesca, in quello che scrivo, a trovare.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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