Cultura libri Teatro

#Intervista: Dalila D’Amico e il libro “Lost in Translation”

#Intervista: Flavia Dalila D’Amico e il libro “Lost in Translation”

Teatro e disabilità: un rapporto mai davvero approfondito come avrebbe meritato. E a cui invece Flavia Dalila D’Amico ha dedicato “Lost in Translation – Le disabilità in scena“, un libro estremamente istruttivo e completo su una storia ancora largamente da scrivere.

Possibile che solo in tempi recenti le persone con disabilità abbiano espresso il desiderio di affermarsi nella scena artistica e performativa?” si è chiesta Flavia all’inizio del suo Dottorato di Ricerca in Musica e Spettacolo all’Università La Sapienza.

O forse se non ne abbiamo traccia nei precedenti secoli è perché non hanno avuto modo di prendere parte né alle pratiche né ai discorsi legati all’arte? Forse perché le storie del teatro sono state scritte da persone normativamente abili?“.

Da qui inizia il suo viaggio, pubblicato da Bulzoni Editore. Oggi me ne parla e ce ne parla in maniera più profonda e completa, rivelando tanti aspetti della questione del tutto ignoti al grande pubblico.

Flavia Dalila D’Amico

Mi racconti da dove nasce il percorso di ricerca di Flavia Dalila D’Amico?

Direi che è iniziato quando ho capito di essere maggiormente portata a comunicare le pratiche artistiche piuttosto che a farle.

Quindi dopo alcuni anni di lavoro come videomaker, nel 2014 ho deciso di fare domanda per il Dottorato di Ricerca in Musica e Spettacolo alla Sapienza.

Sono entrata con un progetto volto a indagare le relazioni tra arti performative e le disabilità con la supervisione della Professoressa Valentina Valentini. Durante la ricerca mi sono resa conto di come ricostruire le storie delle disabilità in scena non fosse semplice: innanzitutto mi mancavano gli strumenti per nominare fatti, persone e atteggiamenti abilisti.

Mi chiedevo quanto fosse corretto parlare di qualcosa che non esperissi in prima persona.

Mi trovano di fronte a enormi vuoti storici in cui non sembrava esserci traccia di persone con disabilità nel mondo delle arti dal vivo, a dispetto invece di un presente ricco di spettacoli che violentavano con forza stereotipi legati alle disabilità. 

Allora ho iniziato a interrogarmi proprio su quei vuoti. Possibile che solo in tempi recenti le persone con disabilità abbiano espresso il desiderio di affermarsi nella scena artistica e performativa?

O forse se non ne abbiamo traccia nei precedenti secoli è perché non hanno avuto modo di prendere parte né alle pratiche né ai discorsi legati all’arte? Forse perché le storie del teatro sono state scritte da persone normativamente abili?

O perché quando sogniamo di diventare qualcosa lo facciamo sempre ispirandoci a dei modelli e le persone con disabilità ne hanno pochi nel mondo artistico? Non potevo rispondermi da sola.

Ho capito che l’unica strada da percorrere era farmi da parte e ascoltare.

Chiedere alle soggettività raccontate quali fossero le loro prerogative in merito ai termini che usiamo per nominare le disabilità, alle rappresentazioni che vengono veicolate in scena come nella società, all’accessibilità, non solo negli edifici, ma soprattuto nel mondo del lavoro artistico professionale, dunque anche in quello dell’alta formazione.

“Lost in Translation” è il tuo primo libro. Di cosa si tratta e come hai lavorato sulla stesura del testo?

Il libro è in parte frutto delle ricerche svolte durante il dottorato, in parte generato dall’amoroso scambio con artisti e artiste che ho incontrato lungo il cammino.

Si divide 3 parti. La prima, “Le disabilità in scena: lessico, prospettive e voci“, si sofferma sulle parole e le rappresentazioni che utilizziamo o che sono state utilizzate nelle epoche passate.

Il linguaggio è sempre specchio di costrutti culturali, strettamente legato alla prospettiva entro cui viene inserito e dunque letto un corpo. Nell’800 veniva ad esempio utilizzato in lingua inglese “freak” che significa “scherzo della natura”.

Oggi vengono utilizzati termini impropriamente, come “diversamente abile” che rimanda all’idea che ci sia una norma e il resto viene definito per discostamento.

“Inabile” letteralmente vuol dire “non valido”. Oppure utilizziamo “disabile” come sostantivo “il disabile/i disabili”, appiattendo la complessità della persona in una delle sue molteplici caratteristiche.

Espressioni come “affetto da”, “costretto in” che rimandano a una condizione schiacciante la persona.

Per approfondire le attiviste Sofia Righetti e Marina Cuollo hanno stilato una serie di termini da non utilizzare e da preferire.

La seconda parte del libro, “Le disabilità in scena: pratiche e storie“, è una ricognizione delle pratiche artistiche dalla fine dell’800 a oggi, calate nei rispettivi contesti storici, culturali e politico-legislativi.

Infine la terza parte, “Nothing about us without us“, si apre con il manifesto dell’associazione Al.Di.Qua. Artists, la prima costituita da artisti e artiste dello spettacolo con disabilità e una raccolta di interviste a Chiara Bersani, Aristide Rontini, Tanja Erhart, Claire Cunningham, Giacomo Curti, Giuseppe Comuniello, Camilla Guarino, Alessandro Schiattarella.

mani-dita-lost-in-translation

Parlami delle persone che hai coinvolto nel tuo progetto

Prima fra tutte l’associazione Al.Di.Qua. – Alternative Disability Quality Artists, che opera al fine di rivendicare una maggiore accessibilità e piena partecipazione alla vita artistico-culturale per le persone con disabilità.

Gran parte dei e delle componenti sono state intervistate nel libro, eccetto Diana Anselmo (media artist) e Claudio Gaetani (regista e videomaker). Ne approfitto per scusarmi pubblicamente con loro!

Negli anni mi sono ovviamente confrontata con professoresse e professori, artiste e artisti che hanno lavorato con performer con disabilità, festival ecc.

Ma gli aspetti più importanti del libro nascono dal confronto con persone e attiviste con disabilità. A parte le già citate, aggiungo Sofia Righetti

Dall’800 a oggi secondo te com’è cambiato il rapporto tra teatro e disabilità?

Nell’800 le persone con disabilità, ma in generale tutte quelle che eccedessero il modello dell’uomo medio (bianco, occidentale, etero, non disabile ecc.) venivano esibite come rarità da mostrare.

Man mano che la medicina ha fatto “progressi” le persone con disabilità sono state trasferite dal regno del “prodigioso” e dello “straordinario” a quello medico correttivo.

Questo ha comportato l’internamento in ospedali, case di cura e la scomparsa dalla scena dello spettacolo.

Negli anni ’60 proliferano movimenti e soggettività politiche che riscattano orgogliosamente la propria disabilità, rivendicando diritti e piena partecipazione al sociale. Il mondo del teatro sperimenta i propri linguaggi incontrando corpi non conformi ed esplorandone le potenzialità.

Solo oggi però artiste e artisti con disabilità si sono affermate e affermati come autrici e autori, veicolando nuove rappresentazioni nell’immaginario collettivo. Non cantiamo vittoria però, c’è ancora molto da fare affinché il mondo artistico diventi accessibile per persone con disabilità che vogliano percorrerlo a livello professionale e non come hobby o terapia.

Guardando a ritroso nella storia potrei infatti dirti che oggi convivono forme rappresentative che, come in epoca vittoriana, periodo di massima fioritura di spettacolarizzazione delle disabilità (i freak show), alimentano una concezione delle disabilità come curiosità fascinose da esibire.

O perpetuano modelli rappresentativi oppressivi, ad esempio assegnare ad artiste e artisti con disabilità ruoli simbolo del bene o all’opposto incarnanti il male proprio in ragione di determinate caratteristiche fisiche.

Per intenderci, non si tratta di scegliere tra estremi opposti, ma di rifuggire dalla logica dell’eccezionalismo che colloca la persona con disabilità in una posizione singolare, sia essa appannaggio del bene o del male.

Ti giro una domanda che ti sei fatta tu stessa: in un sistema di narrazioni e rappresentazioni edificato a somiglianza di persone normativamente abili, come ci si accorge di ciò che manca? 

Innanzitutto facendo un check dei propri privilegi.

Come si fa? Se tutto quello che mi circonda (cartoni animati, film, fumetti, spettacoli, cartelloni pubblicitari) mi assomiglia sono in una posizione privilegiata.

Allora occorre spostare lo sguardo: come fa una bambina con disabilità a sognare di diventare un’artista se sui palchi non c’è nessuna che le assomigli?

Se le scuole di alta formazione non sono ancora pronte a confrontarsi con corpi non conformi a una supposta “regola”?

Se palchi e camerini non sono percorribili da chi fa esperienza di difficoltà motorie? Dove portano quei percorsi tattili sulla panchina? Spesso nel nulla, o spesso sono bloccati da macchine.

Come fa una persona sorda a comunicare se in questi tempi indossiamo una mascherina che cela il labiale e non conosciamo la Lingua dei segni? Figuriamoci andare al teatro!

Ma soprattutto la domanda centrale è: sono sicura che non mi riguardi? Che non farò mai esperienza di alcuna disabilità?

lost-in-translation-mani-dita

C’è una cosa che una scrittrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Essendo al mio primo libro mi sembra prematuro definirmi una scrittrice o tantomeno dispensare consigli.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Lavoro in un teatro, il Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma che è stato chiuso per mesi.

Quindi tanto, anche se abbiamo offerto servizi al territorio, progettato contenuti online per le scuole e offerto alle compagnie la sala per le prove.

In compenso però ho avuto il tempo di scrivere il libro, quindi mi reputo fortunata. 

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Sono ossessionata dal presente, quindi faccio fatica a progettare nella lunga durata, ma spero di presentare il libro in diversi spazi e festival e continuare il mio lavoro in teatro.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Flavia Dalila D’Amico con un’immagine e con 3 parole?

Flusso, cambiamento, riflesso.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: