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#Lammazzacaffè: Kurt è mio figlio

#Lammazzacaffè: Kurt è mio figlio

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Non mi interessa quanti anni ho, se la vita che faccio non mi piace. Io odio la mia vita, e odio me stesso. Non mi interessa quanti anni ho. 

Ne aveva 27, 3 giorni prima di morire. E quella vita, così com’era, non lo rendeva felice. Prima non era così, non a 4 anni, né a 6, perché a 4 o 6 anni non era la stessa vita.

A 4 o a 6 anni non si sa neppure cosa sia, la vita.

Donald andava al nido, giocava, disegnava ed era felice, in continuo movimento, come una goccia nell’oceano, e alle volte lo dovevi calmare con il Ritalin, tante cose voleva fare. Non gli piaceva neppure dormire, tanto volveva viverla, quella vita. 

Il Ritalin si usava spesso. Si somministrava con molta facilità nei posti dove vivevamo noi. Quello dove vivevamo noi era l’America nascente, l’America della borghesia autoprodotta, l’America che prescriveva psicofarmaci ai bambini con la facilità di trovare un gazzella squartata nelle fauci di un leone in Africa.

L’America che vivevamo noi, su a nord del Pacifico, era ricca di industrie di legname.

Si stava bene in un’America così. Noi, i nostri figli. 

Calmare la sua iperattività, ecco cosa dovevamo fare. Donald, da quando era una goccia nell’oceano, sì, proprio così, non si fermava mai.

A quei tempi che ne sapevamo noi. Si andava dal medico per cose così, come regolare le emozioni.

Glielo leggevano tutti su quel viso d’angelo. Aveva l’argento vivo nelle mani. Aveva la smania di sfondare e farsi riconoscere per uno tra tutti quei talenti che stava nutrendo dentro di sé.

È bastato imbracciare una vecchia chitarra regalata da una zia e appartenuta a chissà chi per scegliere a quale talento appartenere.  

Iniziava ad ascoltare la musica, come facevano tutti i ragazzini dell’epoca. Niente di preoccupante. Solo che… tutte quelle ore.

Ascoltava la musica, non ogni genere di musica, solo quella più convulsa, troppo rock e poi metal e heavy, tutta roba che non condividevamo affatto.

Eccolo qui, il tempo che vivevamo, pensavamo noi di una generazione più avanti, bianchi cresciuti a pane ed Elvis.

Eccoli lì i nostri ragazzi, in quelle contraddizioni epocali in cui li abbiamo incastrati, tra il benessere troppo esteriore e il troppo malessere interiore. 

E più ci facevamo borghesi e più qualcosa in noi cambiava. 

Dividevamo la vita anziché tenerla unita. Dividevamo il tempo, lo scannerizzavamo come in una tac. Non aggiungevamo più nulla a noi stessi. Né agli altri.

Conoscere qualcosa di diverso sembrava compromettere gli equilibri. E i traumi erano già abbastanza. Anziché rinnovarci, e fare nuove esperienze, preferivamo vivere quelle vecchie. Nella memoria. Come un vecchio nastro incastrato.

Sembrava esserci spazio solo per il dolore che ci stavamo causando. Mio marito era già andato via da un pezzo. E Donald aveva scelto di stare con lui. Ma lui aveva un’altra famiglia, altri figli. E lo spazio era sempre meno.

Così dopo poco decise di tornare a casa. Qui, a casa, da me. Non era più dipendente dal Ritalin ma da chissà cos’altro. Non ci potevo fare niente.

Era solo malato, malato di vita. Voleva fare così tante cose, che lo dovevi tenere a bada, col guinzaglio, con i calmanti. 

Diceva che non lo volevamo. Era sensibile per ogni cosa, un intoccabile. Ma noi non sapevamo come comportarci. Ci faceva impazzire.

Non più di 2 settimane in una casa, poi si eclissava. Era sfiancante stare accanto a uno come Kurt. E in più suo padre lo umiliava continuamente. Cosa poteva provare un bambino in una vita così?

Crisi di nervi, disturbo traumatico dello sviluppo, atteggiamento conservativo di difesa, sindrome dell’abbandono, disagio, vergogna, paura, incubi. Tanti incubi.

Era tutto nei suoi disegni. Era tutto nei ritornelli. In quelle pause che anticipavano gli urlati. 

Memorìa, memorìa, memorìa.

Kurt Donald Cobain

Dopo quella fase investigativa nei confronti della musica cominciò a farla lui, la sceglieva, la scriveva, note e parole.

Poi le condivideva con quei 2 tizi appena conosciuti: Krist e Dave, gli ultimi compagni con cui avrebbe voluto condividere il suo progetto. 

Il mio bambino era anche l’uomo che il mondo si apprestava a conoscere.

Si muoveva come un vitellino che appena nato, zoppica, incespica, traballa, poi impara a tenersi su, a passeggiare, piano prima, poi di corsa.

E allo stesso modo faceva lui con la vita, con le sue canzoni. Le partoriva come vitellini.

Incespicavano, cadevano e poi si rialzavano. I sospiri, le urla. Tutto insieme, come fa lui. 

Poi si ferma, ascolta e inizia a guardare gli altri camminargli, nella sua vita. Riconosce una tipa, una certa Courtney.

Si sposano. Si drogano. Si fanno genitori. Litigano, amano le armi. Cose di quei tempi insomma. Non c’è da sorprendersi. 

E in un attimo parte lo showbiz, la rincorsa all’esibizione, al purché se ne parli, al grande fratello.

E più lo cercavano, più lui si chiudeva. Più lo amavano, più lui si odiava.

E così, in quella sua vita, decise di non farci camminare più nessuno.

Né sua figlia né sua moglie né me. 

Donald era un’anima triste. Lo era diventata con l’andare del tempo per chissà quale ragione sconosciuta.

Era un’anima che sapeva solo scalciare come un vitellino appena uscito dal grembo di sua madre.

Voleva correre, doveva darsi una calmata. Per il suo bene, per il nostro.

E Donald non è più Donald, adesso è Kurt. Per tutti quelli che lo conoscono. E sono in tanti a conoscerlo.

Ma lui non ne conosce abbastanza. Non vuole conoscere nessuno. È solo un uomo. Vorrebbe non diventarlo. Lui odia la sua vita. Kurt scrive e suona, ma poco. Lo fa per poco. 

La sua è un’anima bruna, un’anima che sa odiarsi, che sa uccidersi. Perché è questo che fanno le anime quando vogliono strapparsi dal loro corpo. 

Kurt Donald Cobain

Sub Pop fu la prima etichetta della band di Kurt, i Nirvana, con cui incisero “Bleach” nel 1989, o nel 9891 – tanto è avanti.

La cattiveria con cui Cobain e gli altri realizzarono questo disco è una roba indicibile.

Poi ci fu “Nevermind”, album approdato ormai 30 anni fa nel 1991, un gran boom, la cui eco veleggia ancora e che mise in ombra stelle del calibro di Michael Jackson, dei Dire Straits

Ma gli altri non esistevano. Gli altri erano un mondo che non apparteneva a quelli come loro.

I Nirvana sembravano fare musica solo per sé stessi. Snobbavano ogni tipo di relazione umana contemplando quella con gli strumenti, le macchine da registrazione, oltre i megafoni della celebrità.

Dannati. Erano dannati. Non esisteva il pubblico. Dov’era il loro pubblico? I Nirvana non lo conoscevano e non volevano interessarsene. Di chi garantiva loro la pagnotta per i vizi e altre amenità. 

Ciò che fecero fu poca roba. Nascevano in mezzo a tutti quei gruppi appena nati fatti di camicie e quadrettoni scuri, blue, verdone e marrone e di capelli che arrivavano alle spalle.

Alcuni li ricordo. Erano i Soundgarden, i Pearl Jam, i Tad e gli Alice in Chains. Gli piacevano. A noi no. 

Quanto rumore e quanta distanza da quella bella società che avevamo contribuito a realizzare.

Volevano forse dimostrare di non farne parte. Guardavano tutti al passato senza riconoscersi nelle etichette che avevamo creato per semplificarci il ricordo delle cose.

Erano grunge, che significava essere sporcati. 

In una stessa canzone si può tacere, sussurrare e urlare, insegna Kurt.

“Smells Like Teen Spirit” è la forza di questo climax.

Perché il mio Kurt non è un improvvisato.

È un autore di melodia e le sue progressioni armoniche sono i contrasti necessari nella musica che conta.

Cobain è un vero e proprio songwriter carico di odio e sarcasmo, ma apolide, intenditore del punk più severo, del british dark.

La sua immagine è schiarita dalla compostezza, dalle centinaia di anime che richiama ma a cui non vuole appartenere.

La sua resta una musica pulitissima, santoiddio. 

Poco altro ancora di questo, e comunque niente di irrilevante. Ma non sarebbe servito più a nulla. Tutto ciò che scriveva era necessario all’ascolto. Stava per finire ciò che si poteva dire. Stava per finire tutto e io non potevo fare più niente. 

Kurt andava dove voleva andare, io invece avevo deciso di restare ancora un po’, pensando di aver fatto tutto quello che una madre può fare, le cose che fanno le madri insomma.

Come affidarsi ai medici, schiarirsi le idee, cambiarle se possibile per poi scoprirsi a un tratto di essere la maledetta mano che ha sparato alle tempie di suo figlio.

Spero, adesso dov’è, riposi in pace e sia calmo, placido e flemmatico come avrei voluto tanto che fosse da bambino. Io non tarderò ad andare.

E se dovessi ritrovarlo, se è così che funziona, allora mi piacerebbe chiedergli scusa per non aver accettato mai che fosse quella goccia nell’oceano sempre mossa e così lieve.


L’AUTRICE

Ho scritto 10 romanzi – di cui 2 conclusi e pubblicati -, un corale, un musical, brani, articoli, interviste, pezzi, aforismi, memoranda, lapidari, fiabe e barzellette. Ho vinto qualche premio e ricevuto un po’ di applausi. Poi ho smesso di fumare e ho perso l’appeal, come Vasco da quando non si droga più. Ghost writer di “writers” più famosi. Questo rubrica la dedico a tutti. A tutti quelli che amano l’aroma del caffè mischiato al sapore alcolico dell’inchiostro sul moleskine.
Elisa Mauro

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(© The Parallel Vision ⚭ _ Elisa Mauro)

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