Cultura Musica

Vasco Brondi e i nostri anni zero

Vasco Brondi e i nostri anni zero

La prima volta che vidi un concerto di Vasco Brondi, che al tempo era Le Luci della Centrale Elettrica, fu nel 2008 al Parco Rosati di Roma.

Avevo 18 anni, lui 24.

Era vestito di nero, con una chitarra nera, su uno sgabello nero. Aveva 2 microfoni, in uno parlava, in un altro urlava cose che fino a quel momento non si erano mai sentite.

Parlava di scritte di supermercati, di tangenziali, di notti in spiagge deturpate e di tossici storici.

Parlava di noi. O meglio parlava della mia generazione, di noi che ora abbiamo 30 anni o poco più. Di noi che eravamo quelli che sognavano di fare grandi cose facendo i camerieri un po’ ovunque il sabato sera.

Alcuni iniziarono a odiarlo. Altri, come me, a vederlo un pò come un amico che sapeva parlare meglio e che riusciva in qualche assurdo modo a donare luce a tutte cose che sembravano andare malissimo, e senza futuro.

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Vasco Brondi (Foto: Veronica Martorana)

Grazie a lui molti di noi iniziarono a scrivere su fogli di carta e computer lentissimi le prime frasi, i flussi di coscienza, le serate finite all’alba.

Iniziai a leggere Pier Vittorio Tondelli, a vedere i film di Antonioni, conobbi la poesia di Boris Vian e soprattutto la periferia sud di Roma dalla quale volevo scappare a tutti i costi, improvvisamente mi sembrava il posto più romantico del mondo.

Erano i nostri anni zero e non avevano niente da invidiare agli anni ’70 dei nostri genitori, agli anni ’20 di Parigi e agli anni ’80 che leggevamo nei fumetti di Andrea Pazienza.

Ricordo che ogni sua canzone riassumeva inverosimilmente i nostri mesi di vita, le ultime storie d’amore andate male, gli ultimi viaggi e le ultime scoperte.

I viaggi in macchina per vederlo ovunque: da Roma a Firenze, da Firenze a Bologna, Milano lontanissima.

Una volta in macchina da Roma a Marsiglia feci una playlist lunghissima, ma poi mi accorsi che ascoltai solo Vasco che riusciva ad arrivarmi come un cantautore francese degli anni ’50.

Son passati tantissimi anni. Le Luci della Centrale Elettrica si sono spente, è rimasto un uomo che non veste più di nero e non urla più così tanto.

Eppure in questa evoluzione c’è stata della magia, gli anni zero son finiti, o comunque son cambiati, il nostro kaos si è placato, son cambiate le letture, le mete del viaggio, i nostri miti maledetti son diventati più riflessivi e noi anche beviamo tutti un po’ meno la sera.

In verità però è tutto sempre lì. Ricordo l’ultimo concerto delle “Luci“. Avevamo tutti 10 anni di più, alcuni addirittura son venuti con i figli e li tenevano in braccio.

Abbiamo pianto tutti insieme.

Ma non c’era tristezza, c’era la felicità e la nostalgia di anni passati, che sembravano essere terribili e invece erano pieni di energie, di creatività e di cambi di programma di “una leggerezza di sottofondo“, come diceva Leonard Cohen.

The Parallel Vision ⚭ _ Marco Amoroso)

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