Cultura Teatro

#Intervista: Enaiat, l’incredibile storia di Enaiatollah

#Intervista: Enaiat, l’incredibile storia del piccolo Enaiatollah Akbari

Dalla carta al cinema, passando per il teatro.

Il film “Enaiat, l’incredibile storia”, scritto e diretto da Patrizia Schiavo e liberamente tratto dal libro di Fabio GedaNel mare ci sono i coccodrilli”, racconta la storia vera del piccolo Enaiatollah Akbari e del suo viaggio durato 8 anni dall’Afghanistan all’Italia.

Realizzato in collaborazione con Regione Lazio e con il patrocinio di Amnesty International, il film si configura come un originale esperimento di fusione fra teatro e cinema pensato in pieno lockdown e curato nella sua veste cinematografica da Persico Film.

Ho potuto visionare il film e mi trovo a illustrarvi un racconto di grande valore.

Enaiat, qui interpretato da Antonio De Stefano, è stato prima di tutto un bambino costretto a rimanere senza la sua mamma a soli 10 anni. Come può resistere alla vita un bambino solo a 10 anni?

Prima di parlare di un viaggio oltre impervie regioni, prima di usare il termine migrante, prima di tutto questo, Enaiat è la storia della forza necessaria per rimanere aggrappati alla vita.

Tutta la performance è incentrata sui personaggi lasciando all’ambientazione un ruolo secondario.

Questo è giusto: prima del dove ci sono le persone. E assieme ad Antonio, in scena troviamo Paolo Madonna, Eugenio Marinelli, Jacopo Mauriello e la stessa Patrizia Schiavo, aiutata alla regia da Sarah Nicolucci.

Storie che non hanno un luogo o un tempo. Sono attimi di vita nel loro aspetto più doloroso.

Ho approfondito i vari aspetti legati al film “Enaiat, l’incredibile storia” intervistando Patrizia Schiavo, che lo ha scritto e diretto, e Fabio Geda autore del libro dal quale è liberamente tratto il lungometraggio.

La struttura dell’intervista presenta prima le risposte di Patrizia Schiavo e a seguire quelle di Fabio Geda fino all’ultima domanda, identica per entrambi, che saluta questo interessante confronto.

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Antonio De Stefano (Foto: Roberto Corradini)

Il film da lei diretto è un allenamento alla prospettiva sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista narrativo e poetico. Quale è stato l’elemento maggiormente sfidante per la costruzione di questo suo lavoro?

P – Il primo elemento sfidante per il cinema rispetto al teatro è non vedere mai il bambino Enaiat.

Il flashback non è realistico ma piuttosto sogno, visione dell’io narrante adulto che ricostruisce sé stesso nel passato, rievocando o immaginando emozioni, stati d’animo senza tuttavia percepirsi diverso da come è nel presente.

Dal punto di vista narrativo il racconto è prevalentemente in prima persona, dove narratore e protagonista coincidono. 

Trasformare in intervista, ad eccezione di un paio di monologhi interiori, quasi tutti i momenti narrativi di Enaiat, che in teatro avevo previsto semplicemente al pubblico in proscenio, rende il racconto più intimo.

Lo sguardo in camera come negli occhi di chi lo sta guardando; e in assenza di unità di tempo, luogo e azione, aiuta nella comprensione degli eventi, mentre i momenti di voice over aggiungono l’ingrediente radiofonico a questo nostro cinema in teatro.

Ma l’elemento maggiormente sfidante per me, dal punto di vista tecnico, è stato ricreare tanti luoghi e spazi diversi, interni ed esterni, in 50mq di teatro appunto.

Con dei ritmi incredibili, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di attrice, scenografa, costumista, trovarobe…. 

Dal punto di vista dell’immagine, la scelta quasi sempre di rinunciare alla profondità di campo nelle inquadrature non favorisce forse nello spettatore la creazione di uno spazio virtualmente tridimensionale, ma la focalizzazione spesso sul protagonista aiuta a riprodurre la sua visione soggettiva.

L’aver prediletto piani stretti e primi piani se da un lato ci avvicina alla storia, alle emozioni dei personaggi, dall’altro favorisce l’evocazione di luoghi e spazi invisibili.

L’uso delle luci, la fotografia, la regia dell’immagine e il montaggio curati dalla giovanissima e talentuosissima Persico Film hanno permesso di colmare le mancanze, le scene che avrebbero richiesto gli esterni.

E nel complesso trovare, nell’essenzialità di mezzi e risorse, un buon compromesso per coniugare cinema e teatro. 

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Patrizia Schiavo (Foto: Roberto Corradini)

Qual è stato il passaggio più faticoso da riportare in scena?

P – Il drammatico viaggio sulla zattera (nella realtà era un gommone a remi) dalla Turchia alla Grecia, momento di forte climax della storia e momento per me di “Fine” ideale.

La scelta è stata di girare l’ultima scena, una delle più difficili, per prima, per poter dare un segno del passaggio temporale, degli anni trascorsi attraverso capelli più lunghi e barba da novello Ulisse, per poi tagliarli e seguire la cronologia degli eventi.

Era il primo giorno di riprese, abbiamo commesso degli errori, a partire dall’assenza del fumo, la nebbia presente invece in tutte le riprese.

È una scena che girerei da capo per tentare, solo tentare, di restituirle quel valore leggendario e allo stesso tempo drammaticamente vero e perennemente attuale. La fatica reale che hanno fatto gli attori per mantenere l’equilibrio sulla pedana basculante della zattera, estremamente funzionale alla descrizione dell’epica e drammatica traversata, non arriva come dovrebbe.

Lo svelarsi del finto mare realizzato con le reti da pesca recuperate ad Anzio appare affascinante perché coerente con il progetto, ma la violenza delle onde di un vero mare in tempesta che inghiotte uno dei compagni di viaggio resta difficilmente riproducibile. 

Cosa l’ha maggiormente colpita di questa storia?

P – Mi ha colpita innanzitutto il grande potere di trasformazione che porta con sé.

Un racconto coinvolgente e travagliato in grado di combattere i pregiudizi, l’intolleranza e di spezzare la catena dell’odio.

Enaiatollah racconta con leggerezza senza risentimento, senza odio.

Tutto questo la rende una narrazione unica nel suo genere per favorire nei giovani un percorso di crescita e sviluppo personale, comprendere le diversità sociali, etniche, culturali, religiose e attivare risorse individuali per superare le difficoltà.

La parte di me formatrice, mossa appunto dal valore civile di questa storia, ha ipotizzato inoltre di arricchire, sostenere o coadiuvare il percorso educativo che Fabio Geda ed Enaiatollah Akbari hanno intrapreso attraverso la lettura del romanzo e gli incontri con le scuole di tutto il territorio nazionale, ormai da 10 anni, dall’uscita del libro edito da Baldini-Castoldi.

Un percorso in cui, soprattutto nelle scuole a forte presenza multietnica, partendo dalla storia di Enaiat si possono trasformare i vissuti personali “difficili” in leve d’azione per reagire, lavorare su di sé.

Per migliorarsi e poter diventare portatori di cambiamenti positivi nella comunità, protagonisti dello sviluppo del territorio, esprimendo impegno civico e partecipazione attiva, fungendo da esempio e “contaminando” tanti altri giovani, e non solo. 

“La speranza di una vita migliore è più forte di qualsiasi sentimento”: che cos’è la speranza?

P – La speranza come il desiderio nasce da un bisogno insoddisfatto, da una mancanza.

Un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, come un asino la carota, perché è nel tentativo di soddisfare i nostri desideri che troviamo la forza di rialzarci…

Il desiderio è il motore d’azione, la speranza è la fiducia che il mio desiderio si realizzi.

La fiducia nel cambiamento e nella mia capacità di guardare oltre, “di scegliere il panorama migliore”, di trovare strategie, costruire strade e ponti per muovermi verso una meta desiderata.

E se un desiderio qualunque sia lo si tiene in alto, ad una spanna dalla fronte, allora di vivere varrà sempre la pena”; questo è l’ultimo insegnamento che la madre di Enaiat lascia al figlio di 10 anni.

Insieme alle 3 regole di vita: non fare mai uso di armi, di droghe e non rubare. Dopo essere scappata di notte dall’Afghanistan e prima di abbandonarlo in Pakistan, per salvarlo.

Enaiat agisce nel rispetto di queste 3 regole di vita, animato da un desiderio fortissimo: trovare un posto in cui poter tornare a scuola e studiare.

Ecco perché questa storia è un inno alla vita ed Enaiat un esempio di coraggio, resilienza, integrità.

La speranza senza un desiderio, una motivazione, una meta, può lasciarci “nel fango e nella paura di sempre”, nell’attesa perenne, nell’immobilità, nella disperazione.

La speranza non si aspetta, come il sole o la pioggia.

Si costruisce con pazienza, fiducia, ottimismo.

Qualsiasi vissuto negativo possa trasformarsi in strumento di consapevolezza e rinascita

La tenerezza di chi vede il mare per la prima volta. Di chi cresce da solo e molte risposte se le deve costruire da solo: cosa consegna a tutti noi la storia di Enaiat?

F – Consapevolezza ed empatia, o almeno questa è la speranza.

La consapevolezza che esistono vite dure, faticose.

E che quelle vite vengono consegnate casualmente: nessuno di noi ha scelto di nascere in Europa nel suo momento di maggiore pace e ricchezza, così come nessun ragazzo Hazara ha scelto di essere chi è, di appartenere a una etnia perseguitata e di nascere in un Paese in guerra ininterrottamente da 40 anni.

Tutto ciò speriamo scateni empatia verso persone come Enaiat, che metta in moto energie e voglia di contribuire civilmente e politicamente.

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Fabio Geda (Foto: Facebook)

Perché ha scelto di raccontare proprio la vita di questo incredibile ragazzo?

F – Ci siamo incontrati durante una presentazione del mio primo romanzo.

Lui era stato invitato a fare da controcanto, con la sua storia vera, alla storia da me inventata di un ragazzino romeno che viaggiava da solo, in Europa, per cercare suo nonno.

Quando l’ho sentito parlare, e raccontare, ho percepito una grande sintonia tra il suo sguardo leggero, persino ironico, sulle proprie drammatiche vicende, e quello che io tentavo di fare con la mia scrittura.

In quel momento, quella sera stessa, “Nel mare ci sono i coccodrilli – storia vera di Enaiatollah Akbari” ha cominciato a nascere. 

Più volte nella narrazione appare il tema della follia alla quale ti porta la condizione di
clandestinità: cos’è la follia secondo lei?

F – Nel caso dell’etichetta di “clandestini” attribuita ai migranti è la sensazione di essere bloccato, di essere chiuso in una gabbia sociale, burocratica, da cui è difficilissimo uscire.

La sensazione di non potersi sognare, di non poter immaginare un futuro migliore, una vita simile alla nostra. 

 “La speranza di una vita migliore è più forte di qualsiasi cambiamento”: che cos’è la speranza?

F – Nella storia di Enaiat la speranza prende la forma della gente: la signora greca che gli fa fare la doccia e gli regala dei vestiti e gli paga il traghetto per Atene, il ragazzo di Venezia che lo accompagna al treno, la famiglia torinese che lo ospita a casa.

La speranza siamo noi: sono io, sei tu.

Non sarà la bellezza a salvare il mondo, come diceva Dostoevskji.

A salvare il mondo, sempre che si riesca a salvarlo, saranno le scelte degli uomini. 

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)

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