Cultura Teatro

#Intervista: Lucrezia Coletti, “recitare è come respirare”

#Intervista: Lucrezia Coletti, “non si può smettere di essere attori”

Come tutti i colleghi e le colleghe che lavorano in teatro, anche Lucrezia Coletti ha subito una brusca frenata nell’ultimo anno e mezzo a causa della pandemia.

Ma invece di mollare, la sua risposta è stata rilanciare. Lucrezia ha messo il suo talento e la sua professionalità al servizio dei pazienti psichiatrici della Struttura Residenziale Riabilitativa di Castel di Guido, attraverso un laboratorio teatrale.

Un’iniziativa” mi dice “nata dall’esigenza di intrattenere i pazienti in modo costruttivo in una fase particolare nella quale a causa della pandemia non era permesso loro uscire o ricevere visite“.

L’attività svolta da Lucrezia potrebbe diventare presto un vero e proprio progetto teatrale.

Intanto la giovane attrice romana mi ha detto la sua sul mondo della cultura, dell’arte, della politica.

Ricordando una volta di più il ruolo cruciale della necessità creativa umana, delle sue mille declinazioni e della dignità che troppo spesso le istituzioni le fanno mancare.

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Lucrezia Coletti

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Lucrezia? 

Anno 1994. Prima recita scolastica. Una Lucrezia poco più che in fasce si accingeva a interpretare il suo primo personaggio: la nonna di Cappuccetto Rosso.

Inconsapevolmente applicava già il metodo Stanislavskij, osservando il comportamento di sua nonna Teresa, cercando di carpirne i gesti, i movimenti, la postura e domandandole quale fosse il segreto per essere una nonna modello.

Primo incidente di scena: la perdita di una scarpetta sul palco alla prima replica le consentiva di sperimentare fin da subito la drammaticità dell’imprevisto, ma anche di cogliere le occasioni offerte dal destino per superare ogni limite attraverso l’improvvisazione.

Un destino già segnato.

Parlami delle tue attività in tempi di “non pandemia”: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto? 

In generale mi piace proporre ciò che dovrebbe proporre ogni artista: un buon lavoro.

A prescindere dalla tipologia della performance.

Inevitabilmente questo concetto passa dal mio modo di fare le cose quando recito opere di altri, e dal mio punto di vista quando scrivo, che a volte è banale, a volte originale, a volte non convenzionale. Come quello di tutti del resto.

L’importante è avere qualcosa da dire. Prerogativa fondamentale troppo spesso ignorata.

I miei progetti preferiti sono quelli artisticamente stimolanti, non troppo semplici, emozionanti e magari anche pagati.

I più rari, insomma.

Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Direi che lo faccio da sempre, anche da prima che diventasse un lavoro.

Così come non si può smettere di respirare, non si può smettere di essere attori.

Ho fatto cose che ho amato, cose che ho odiato, cose belle, cose bellissime, cose brutte, cose bruttissime. 

Quello che ho sempre cercato di fare è stato trovare la giusta mediazione tra progetti artisticamente ambizioni e lavori giustamente retribuiti, riuscendo a portare l’ago di questa bilancia sempre più o meno in equilibrio.

Ciò che ad oggi è cambiato invece è che la forbice tra questi 2 poli si è ampliata enormemente, costringendomi spesso a scegliere in modo drastico solo una tra le 2 soluzioni.

L’”Amleto” di William Shakespeare retribuito con un panino e una birra o “Caprera” con i contributi pagati? È questo il problema.

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Secondo te qual è il pubblico-tipo di Lucrezia Coletti?

Quello pagante  ❤

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Un’attrice non dovrebbe mai vestirsi di viola in teatro, pronunciare la parola “Macbeth“, sporcare il palco, arrivare in ritardo alle prove senza memoria del testo, lasciare in disordine i costumi di scena, fare l’applauso al pubblico durante i saluti, andare in scena senza aver fatto un buon training, fingere, abbaiare, fare schifo.

Un’attrice dovrebbe sempre essere gentile con i tecnici e i colleghi, mettere in ordine il camerino prima di andare via, sbattere il copione per terra 3 volte quando cade, arrivare alle prove puntuale e con la memoria del testo, studiare, essere curiosa.

Domanda retorica (forse): l’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Direi in maniera disastrosa cancellando opportunità di guadagno, occasioni irripetibili, date in teatri importanti e progetti già avviati per quasi 2 anni.

Inoltre mi ha tenuta lontana dai miei allievi, ha messo a dura prova le mie certezze e mi ha costretta a rimettere in discussione anche alcune scelte per il mio futuro. 

Al momento di cosa ti stai occupando?

In attesa di una totale ripresa delle attività, porto avanti un laboratorio teatrale con i pazienti psichiatrici della Struttura Residenziale Riabilitativa di Castel di Guido.

Un’iniziativa nata dall’esigenza di intrattenere i pazienti in modo costruttivo in una fase particolare nella quale a causa della pandemia non era permesso loro uscire o ricevere visite.

Ancora una volta l’attività teatrale si è rivelata un potente elemento in grado di apportare benefici su questi pazienti, ma anche di avere un impatto significativo a livello culturale e sociale.

È davvero incredibile vedere come anche nelle situazioni più insospettabili e spesso sconosciute, si possano trovare dei veri e propri talenti in attesa di essere messi in luce.

Spero di riuscire a espandere al più presto questo progetto coinvolgendo altre strutture, anche per la valenza umana che esso porta con sé.

L’incontro tra arte teatrale e salute mentale si traduce in uno scambio estremamente fertile da entrambe le parti, dimostrando quanto la salute mentale si realizzi inevitabilmente nel benessere collettivo.

Teatri e cinema sono rimasti chiusi praticamente per tutta la durata dell’emergenza pandemica e sono stati gli ultimi luoghi culturali ad aver riaperto. La cultura è davvero “non necessaria”?

L’arte corrompe gli animi. Lo diceva anche Platone, che infatti la “condannava” per il potere che era in grado di esercitare sulle masse.

Sin dai tempi delle rappresentazioni greche, in ogni momento critico della storia dell’umanità, la cultura e l’arte hanno svolto un ruolo fondamentale nel raccontare e rielaborare la realtà, restituire senso alle cose, nel favorire la catarsi sociale offrendo punti di vista e riflessioni.

Dovere dell’artista perciò, mai come in questo momento, dovrebbe essere quello di rompere e ricostruire gli schemi della società in funzione di uno scopo, testimoniare la bellezza, denunciare le ingiustizie.

Malgrado una gestione spesso discutibile e scellerata dell’emergenza (che ha visto ad esempio teatri e cinema chiusi ma stadi e chiese aperti), il fermento culturale non si è fermato e mai si fermerà.

È la necessità creativa dell’essere umano, che parla di sé stesso e del proprio dramma, per raccontarlo ad altri esseri umani.

Senza questo processo avremmo un mondo sempre uguale a sé stesso.

L’emergenza sanitaria però ha messo in evidenza quanto tutto ciò sia ancora oggi ignorato, disatteso, e assolutamente non valorizzato dalla politica e dalla collettività e purtroppo a volte anche dagli artisti stessi.

Il teatro è un luogo sacro. Senza arte non c’è salvezza per l’anima.

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Prova a dare un consiglio al nuovo Governo e in particolare al Ministro Franceschini su come gestire il mondo della cultura

Hanno chiuso i teatri e abbiamo trasformato le piazze in palcoscenici.

Hanno chiuso le piazze e abbiamo urlato dai balconi delle nostre case.

È arrivato l’inverno e abbiamo utilizzato i nostri telefoni come pulpiti.

Siamo rimasti senza sussidi e siamo sopravvissuti lo stesso.

Direi che abbiamo ampiamente dimostrato di essere all’altezza dei nostri antenati e di sapercela cavare da soli anche in condizioni di totale abbandono.

Adesso però credo sia arrivato il momento che chi di dovere prenda provvedimenti concreti per la nostra categoria, rimasta invisibile e atrofizzata per troppo tempo.

Non è più rinviabile una riforma che tuteli i lavoratori del mondo dello spettacolo, che tenga conto delle specificità del settore e soprattutto che riconosca finalmente diritti che esistono già per altre categorie professionali.

Si parla ormai da tempo di un pacchetto di misure per assicurare tutele assistenziali e previdenziali.  

Sì lo so, è assurdo dover lottare per avere dei diritti che dovrebbero essere scontati e impliciti, ma tant’è.

Auspico un futuro nel quale il mio lavoro sia finalmente riconosciuto ufficialmente dallo Stato e di conseguenza dalle persone.

Lavoriamo per fare in modo che domande come queste non debbano mai più essere pronunciate:

  • “Fai l’attrice? Sì, ma poi che lavoro fai?” 
  • “Fai l’attrice? Cioè?
  • “Fai l’attrice? Ma ci guadagni?”
  • “Fai l’attrice? E in che teatro lavori?”
  • “Fai l’attrice? Anche io! Ho fatto un laboratorio di 3 giorni a Portobuffole con mio zio dentista quando avevo 11 anni”

Ebbene, ogni volta che qualcuno pronuncia o pensa domande come queste un’attrice, da qualche parte del mondo, muore.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

La ripresa dei miei laboratori a ottobre avrà sicuramente la priorità.

Inoltre andranno recuperati tutti i pezzi del puzzle nel mare dei progetti lasciati in sospeso in questi mesi, tra i quali posso citare almeno 3 spettacoli, un monologo, un festival estero e la creazione di una performance con i pazienti della comunità.

Mi piacerebbe anche lavorare a un nuovo testo.

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Ne potrei citare diversi ma forse quello a cui sono più legata è “FATTORIA – Liberi di essere schiavi” tratto da “Animal Farm” di George Orwell.

Uno spettacolo, nato in lingua inglese (infatti originariamente intitolato “The Farm”) durante il percorso accademico e poi successivamente tradotto in italiano e divenuto un progetto vero e proprio prodotto dalla “Compagnia Sofia Amendolea” di cui faccio parte.

Attraverso questo progetto ho avuto l’opportunità di partecipare a una tournée internazionale anche oltre Europa, che ha contribuito notevolmente alla mia formazione artistica, umana e professionale.

Questa produzione ha all’attivo 13 premi internazionali, tra cui anche uno personale vinto nel 2016 come “Migliore Attrice” presso il XVII-TH International University Theatre Festival KITOKIA TIKROVE – Vilnius, Lituania.

La potenza e l’attualità dei contenuti dello spettacolo sono dimostrate dal fatto che in ogni parte del mondo in cui è stato rappresentato i riscontri sono stati sempre notevoli e sono un esempio di come l’arte unisca anche culture diverse tra loro. 

Purtroppo le repliche italiane hanno subito un drastico arresto per colpa del Covid ma sono già in programma nuove date con un cast in parte rinnovato.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Lucrezia Coletti con un’immagine e con 3 parole?

Una lente di ingrandimento su un formicaio.

Demenziale – Cinico – Unicorno.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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