Cultura Teatro

#Intervista: Melania Giglio, “Il Globe un atto d’amore”

Intervista: Melania Giglio, “Il Globe un atto d’amore di Gigi per Roma”

A poche ore dalla fine di un anno bisestile che ricorderemo probabilmente nei libri di storia, ciascuno di noi si trova a fare i conti con qualcosa che è profondamente cambiato.

Non sappiamo ancora se andrà tutto bene e se tutto andrà, prima o poi, meglio.

Sappiamo quello che abbiamo oggi, il qui ed ora che dobbiamo trasformare in nuove opportunità. 

Quest’anno vi salutiamo in un maniera decisamente speciale.

Abbiamo avuto il piacere di raggiungere telefonicamente Melania Giglio che ci ha regalato delle riflessioni di ordine artistico, culturale e sociale che sintetizzano in maniera creativa le difficoltà attraversate e lo spirito corretto per superare le criticità.

Melania Giglio è una vera fuoriclasse. La sua presenza sul palcoscenico illumina e arricchisce ogni occasione che la vede in azione.

Noi di The Parallel Vision l’abbiamo seguita tante volte al Silvano Toti Globe Theatre e io la ringrazio per le parole che leggerete.

Ci raccontano della tenacia che tutti dovremmo avere nei progetti e nei sogni che perseguiamo, del valore della scuola che vive oggi tante difficoltà ma che svolge un ruolo nevralgico di ispirazione per il futuro dei ragazzi e delle ragazze.

Ci incoraggia a trovare nuove strade partendo proprio dalle difficoltà ed è un omaggio a tutti coloro che lavorano con la cultura e subiscono pesantemente le perdite dovute a un anno di fermo quasi totale.

Vi auguriamo Buon Anno così: consapevoli delle difficoltà ma desiderosi di trovare tutti una strada migliore!

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Melania Giglio

Melania, lo stato dell’arte in Italia in questo momento a cosa ti fa pensare?

La prima parola che mi viene in mente senz’altro è trascuratezza e, rispetto a come l’arte è stata trattata fino ad ora, posso aggiungere che ci sia andata fin troppo bene.

All’arte in Italia non viene data l’attenzione che merita e in particolare allo spettacolo dal vivo che viene trattato male da troppo tempo.

C’è anche la vecchia questione della quantità di fondi irrisoria che viene destinata allo spettacolo dal vivo qui da noi rispetto ai nostri partner europei.

Certamente, mi potresti far notare, non è solo una questione di soldi però è ANCHE una questione di soldi. La percentuale di PIL che viene destinata alle attività culturali è una parte sicuramente più scarsa e invisibile rispetto a quella che viene riservata dalla Francia o dalla Germania.

Non è solo una questione di soldi, ripeto, è proprio una questione di attenzione.

È comprendere che in Italia lo spettacolo dal vivo ha un valore in termini di qualità molto più forte di quello che vorrebbero farci credere.

Ci sono intere città che sui festival o sulle attività culturali fondano gran parte della loro tenuta economica.

Siracusa ad esempio che ha un enorme legame con la stagione delle tragedie greche. Se le stagioni artistiche non vengono fatte per la città e la comunità non è la stessa cosa sia dal punto di vista del pensiero sia dal punto di vista dell’indotto economico.

L’Unione Europea da più di 10 anni ci ha detto “siete gli unici che non hanno una legge apposita per disciplinare i lavoratori dello spettacolo. Createla”.

Non l’hanno ancora creata.

Adesso c’è una proposta di legge che sta andando avanti, ma siamo ancora solo a una proposta. 

Il paradosso della cultura: non ne siamo noi la culla, in fondo?

Noi siamo la culla però mi piace sempre offrire anche i numeri economici di fianco a questa immagine perché altrimenti rischiamo di diventare sempre dei nostalgici e sognatori.

È ovvio che siamo la culla della cultura ma siamo anche un settore di 416mila lavoratori. Un settore enorme. Ti pare normale che non sia disciplinato? Non è che Milano è la stessa se la Scala non fa la stagione.

Tutti sopravvivono, certo. Però sopravviviamo peggio.

Non si può sentir dire che siamo stati aiutati perché ci sono stati dati i ristori o i bonus. I bonus sono stati 600 euro al mese per 3 mesi in primavera e poi adesso.

Non sono cifre con le quali una persona che ha famiglia vive. Dopo questa crisi ci sarà da capire che cosa resterà in piedi, chi ce la farà a continuare a fare questo lavoro e come.

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Tu cosa ne pensi? Ti sei fatta un’idea del dopo?

Io penso che il dopo sia un’occasione come sempre lo sono tutti i grandi momenti di crisi.

Io penso che sia un’occasione per rilanciarci sia dal punto di vista artistico sia dal punto di vista della tutela del nostro lavoro.

In qualche modo è un’occasione unica e se non ci lanciamo ora forse non lo faremo più. 

Mi piace questa visione che ribalta il senso comune di pessimismo che rischia di avvolgerci

Dobbiamo vedere i problemi ma abbiamo l’occasione per rinnovarci, per fare delle cose nuove, per sperimentare nuove strade e poi anche per farci sentire di più, per farci conoscere di più dalla nazione nell’importanza che oggettivamente il nostro settore ha.

Visto che parliamo di possibili sperimentazioni, secondo te il teatro in streaming è funzionale o funzionante?

Dipende. Non può sostituire lo spettacolo dal vivo perché lo spettacolo dal vivo è un rituale umano, di un essere umano verso un altro essere umano. quindi non sarà mai la stessa cosa.

Cacciari ha spiegato in un suo recentissimo intervento che la civiltà occidentale è impensabile senza il teatro perché è nata con il teatro, è il luogo dove la civiltà stessa si rispecchia, si scontra.

È impossibile pensare alle città senza il rituale dal vivo del teatro.

Senz’altro non demonizzo i nuovi mezzi. Per dirti una cosa molto concreta: abbiamo fatto da poco l’esperienza di mandare in streaming lo spettacolo su “Cassandra” che è un opera di lirica contemporanea con contaminazioni di prosa e di canto di altro genere.

È stata in streaming 48 ore e ha avuto più di 2700 visualizzazioni.

Le tecnologie possono essere un codice che arricchisce, un modo per farci comprendere nuove strade e che può fare avvicinare nuove persone a mondi che giudicano più distanti da loro. 

Quando è scoccata in te la scintilla per il teatro?

Io non sono certo una figlia d’arte e anzi sono cresciuta in una realtà molto provinciale di campagna dove di teatro ce n’era ben poco.

Però al liceo ho avuto dei professori illuminati che mi hanno dato alcuni stimoli e input che poi si sono trasformati nel mio mestiere.

Per farci studiare l’“Orlando Furioso” il mio professore di italiano ha scelto di farci vedere quello di Ronconi nella sala video. Da lì in poi ho scelto di frequentare i primo corsi.

Secondo me quello dell’arte è un istinto abbastanza innato in una persona. Se non hai l’interesse o il talento puoi essere immerso nell’arte quanto vuoi ma sarà sempre una cosa un po’ coatta.

Per quanto mi riguarda io ero assolutamente digiuna ed ero in un contesto totalmente privo di una presentazione forte di stimoli. Però quei pochi che mi sono stati dati al liceo mi sono bastati e quando Ronconi ha fatto i provini per la sua scuola a Torino io  ho deciso di buttarmi e di provare a farli.

E da allora eccomi qua.

L’artista crea continuamente in qualsiasi situazione e non bisogna mai arrendersi nel farlo”.

Abbiamo avuto più volte modo di applaudirti al Globe immersa nel mondo di Shakespeare. Puoi condividere con noi una riflessione sulla recente perdita di Gigi Proietti per il teatro e per il Globe stesso? 

Credo che Gigi sia stata una presenza importantissima per la città di Roma e per la cultura della città di Roma. Per tutto quello che ha fatto come artista, questo grande attore e cantante, genio, istrione, questo signore che saliva sul palco e avevi l’impressione che potesse fare tutto quello che voleva, che fosse quasi onnipotente sul palco perché lui sapeva fare tutto magnificamente.

Sapeva cantare, sapeva suonare sapeva recitare, fare il comico, essere un eccellente doppiatore.

Io credo che il Globe sia stato un atto d’amore molto importante per la città di Roma. Mi sembra quasi impossibile di doverlo dire. Ancora penso che domani posso prendere il telefono e chiamarlo. Mi sembra quasi impossibile che non lo vedrò più arrivare al Globe e sedersi in platea a seguirsi le prove. Mi sembra non concepibile.

Credo che abbia lasciato un segno insostituibile per una città che ha vissuto una crisi politica e civile così profonda in questi anni. Io sono arrivata a Roma 20 anni fa e gli ultimi 10 anni sono stati duri per la Capitale, che ha subito un declino palpabile per tutti noi che ci viviamo e che la amiamo e penso sia inevitabile ammetterlo.

Gigi ha regalato alla città un gioiello. Chi avrebbe mai pensato di rifare un Globe all’interno di una città italiana e che potesse fare stagioni lunghe 4 mesi? Un teatro aperto alle fasce più popolari in perfetto spirito shakespeariano.

È stata una punta di diamante in mezzo al decadimento generale della città e questo, secondo me, non gli è stato sufficientemente riconosciuto durante gli anni di attività del Globe da alcuni un po’ snob che non si capisce bene che cosa avessero da dire e da dare alla città.

Il Silvano Toti Globe Theatre è un regalo meraviglioso fatto assieme alla collaborazione di Veltroni e questo va riconosciuto perché quando i politici fanno, va loro riconosciuto.

Veltroni ha sposato subito questo progetto e in questo, lui e Gigi, sono stati 2 illuminati. 

Tu sei un’artista che definisco “intensa”. Come ti definiresti in un pregio e in un difetto?

In un pregio: costante.

In un difetto: iraconda! 

Nuovi progetti?

Adesso siamo tutti qua appesi, però intanto di questa “Cassandra” sono state fatte delle riprese cinematografiche e con Daniele Salvo collaborerò a chiudere il suo montaggio che non sarà la ripresa streaming di uno spettacolo ma sarà un film vero e proprio.

Abbiamo fatto questa scelta perché ci piaceva l’idea di fondere e sperimentare diversi linguaggi come la lirica, il canto etnico, il teatro, la recitazione anche con il linguaggio del cinema.

Poi sono in prova con uno spettacolo assieme a una realtà molto carina di Reggio Emilia, Nove Teatro.

Stiamo preparando una cosa su De André.

Poi ancora rifaremo il nostro festival a Catania, quello di teatro antico al Teatro Greco di Catania dove porteremo il “Prometeo” e tutto quello che dovevamo fare questa estate e non siamo riusciti a fare.

E poi al Globe, che spero che continui con una linea coerente con quanto fatto fino ad ora.

Dovremmo riprendere con “Venere a Adone”.

Concludendo ringraziandoti per questa intervista così intensa, ti chiedo di rivolgere un pensiero ai più giovani che vogliono sperimentare l’arte

Voglio farti la citazione precisa per esprimerti il senso di non aver paura dei fallimenti.

La frase è di Samuel Beckett: ”Ho sempre tentato, ho sempre fallito. Non discutere, prova ancora, fallisci ancora fallisci meglio”.

Ecco, io trovo questo invito meraviglioso.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)

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