Cultura Intervista

#Intervista: Alessandra Silipo e la solitudine dei pesci rossi

#Intervista: Alessandra Silipo e la solitudine di “Come pesci rossi”

Arrivare all’amore viscerale per il teatro passando per la musica e la danza. Per Hopper, Dalì e De Chirico. Per la follia dei bambini e le nuvole che cambiano di forma.

Alessandra Silipo ama scrivere storie libere dal genere teatrale in cui immergere trame che vanno oltre la storia stessa, oltre il racconto, oltre l’intrattenimento.

Un esempio ne è proprio “Come pesci rossi“, il suo nuovo spettacolo che andrà in scena a dicembre al Teatro Trastevere e in cui i protagonisti sono 2 Hikikomori, 2 individui che vivono mondi separati e paralleli, solitari e distanti eppure legati da un contatto necessario e dalla speranza che “ricostruendo da capo la società questa possa effettivamente cambiare e rendere l’esistenza dell’uomo meno assurda“.

Alessandra Silipo

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Alessandra? 

Dalla musica. E precisamente con la musica classica.

Ho iniziato a studiare pianoforte a 5 anni e danza classica quando ero molto piccola, avevo poco più di 3 anni e credo non ci fosse cosa che amassi di più.

Aver dovuto interrompere dopo 11 anni è stato traumatico. Ho imparato la disciplina, il rispetto e la cura per il prodotto artistico, ad amare la fatica che ci vuole per raggiungere un risultato, l’importanza di ogni singolo e impercettibile movimento.

E infatti in tutti i miei lavori, anche quelli solo prettamente attoriali, c’è sempre un’attenzione particolare all’utilizzo del corpo e al movimento.

Parlami delle tue attività: cosa ti piace proporre, sul palco, soprattutto?

Quello che mi piace o vorrei vedere.

Delle storie che siano libere dal genere teatrale nel quale trovano la massima espressione e che abbiano un contenuto che vada oltre la storia stessa, oltre il racconto, oltre l’intrattenimento, per immergersi e illuminare o sussurrare quello che ha a che fare con la nostra universalità creando anche un connotato straniante e allo stesso tempo grottesco e poetico.

Amo i contrasti e le contraddizioni che ci circondano perché sono drammaticamente così: grottesche e poetiche.

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So che al momento stai preparando “Come pesci rossi”, lo spettacolo che porterai a dicembre al Teatro Trastevere. Di cosa si tratta?

2 Hikikomori, come i pesci rossi che vivono isolati pur non facendo parte di una specie solitaria, abitano ciascuno nel proprio piccolo spazio, una tana dalla quale non riescono e non vogliono uscire, una bolla che deforma e altera la percezione della realtà.

L’esterno, che continua a vivere o ignorando la loro esistenza o preoccupandosene, viene percepito solo come una voce terribile, disordinata e difficilmente comprensibile e perciò libera a qualsiasi tipo di interpretazione o teoria complottistica.

Come Pesci Rossi” racconta la quotidianità di questi 2 mondi separati e paralleli, distanti eppure in contatto, attraverso continui cambi di realtà e di ambienti, situazioni improbabili.

Uno spettacolo che oscilla tra il grottesco, comico e surreale mondo del fantastico e la drammaticità dell’isolamento, altalenando tra le singole vite dei 2 personaggi, uniti solo da una identica scelta: vivere lontani dalla società fino a perderne totalmente il contatto, fino a perdere di vista il proprio sé, fino a liberarsene, fino a dimenticarsene.

Le vite di Adele e Mirko, i 2 protagonisti della storia, sembrano ispirate ai tempi inquieti e inediti che stiamo vivendo da febbraio

Il paragone è sicuramente inevitabile e quello che abbiamo vissuto ci può portare a comprendere di più cosa significa decidere di condurre una vita di questo tipo.

Ma la vicenda rappresentata, ispirandosi a storie vere e grazie al patrocinio dell’Associazione Nazionale Hikikomori, vuole dare in qualche modo voce a un fenomeno (gli Hikikomori, in gergo giapponese, sono quelle persone che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, da alcuni mesi fino a diversi anni, rinchiudendosi nella propria abitazione, ndr) che in Italia sembra essere ancora poco conosciuto nonostante ci sia una stima, ancora troppo generica, che conta circa 100mila casi.

E poi c’è tanto altro, l’importanza del gioco, il rapporto con la tecnologia.

Si parla di assurde avventure, di spersonalizzazione dell’Io, della paura di essere fagocitati in un sistema sociale che per sostenere la sua produttività ha bisogno di risorse umane e non di persone, del mondo virtuale dove poter essere invincibili e in qualche modo riappropriarsi del proprio Io.

È una storia di sentimenti, di amicizia, di amore, di un contatto necessario, della speranza, forse tradita, che ricostruendo da capo la società questa possa effettivamente cambiare e rendere l’esistenza dell’uomo meno assurda.

E Adele e Mirko diventano in questo senso i nuovi Adamo ed Eva.

Hai impiegato molto a scrivere questo testo?

L’idea di scrivere un testo e di lavorare su uno spettacolo che affrontasse in modo leggero, poetico, efficace queste tematiche è nata un po’ di tempo fa, quando ho scoperto l’esistenza degli Hikikomori. Ed è rimasta lì a macerare.

A distanza di anni è iniziata a concretizzarsi con delle brevissime bozze di dialogo che hanno dato il via alla fase di ricerca e di studio approfondito di questo fenomeno che è durata un bel po’ di mesi.

Poi ho scritto tutto in poco meno di una settimana.

Sembravo un’invasata, ero sommersa di fogli, appunti, possibili soluzioni, 1000 voci per la testa.

La scrittura è solitaria ma è un mistero affascinante.

Parlami dei 2 protagonisti in scena. Chi sono e come li hai scelti?

Sarò in scena con Alessandro Calamunci Manitta.

Con Alessandro ho lavorato già in passato e mi piace molto il suo modo di approcciare il lavoro, la sua cura e attenzione, è un attore di grande ironia e sensibilità ed è anche molto divertente, mentre scrivevo immaginavo e speravo sarebbe stato lui.

Sono felice abbia accettato.

Per quanto riguarda me…. Stiamo già dicendo tanto.

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Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

La mia prima regia è stata “Voci nel Tunnel” da H. Pinter a Bologna, durante il periodo universitario.

Dopo  ho continuato a lavorare più che altro come attrice e a formarmi.

Ecco quella dello studio e della formazione è una fase che non si interrompe mai.

Poi a Roma ho ripreso a fare regia con un adattamento di “Che fine ha fatto Baby Jane” e da lì non mi  sono fermata.

Sicuramente crescendo è cambiato l’istinto e il rischio che si assume, c’è un’attenzione maggiore ma anche più morbidezza nell’accogliere il fluire delle idee e nel gestirle in modo più concreto.

Hai un pubblico-tipo?

I miei spettacoli sono liberi, non sono vietati a nessuno.

C’è una cosa che un’attrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Non avere paura di abbandonare le apparenze, bisogna osservare, avere curiosità.

 Ma questo vale per tutti.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Abbastanza ahimè e continua ad incidere.

Il nostro è un lavoro artigianale prima che artistico e come tutti gli artigiani continuiamo a stare in bottega a lavorare il prodotto da vendere.

Ma se l’acquirente ha paura o è in difficoltà, per quanto possa piacergli quel prodotto non l’acquista e si accontenta. E la bottega chiude.

Con l’unica differenza che l’artigiano inevitabilmente continuerà in qualche modo a produrre, perché si lavora prima di tutto con le idee, con l’immaginativo, con le metafore.

Le metafore che hanno reso possibile il progresso scientifico.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Sicuramente portare in tournéeCome Pesci Rossi”.

Purtroppo fare progetti a lungo termine in questo periodo è molto difficile.

Di idee ce ne sono tante e molte di queste sono pronte per essere allestite:

  • Ammazza la Vecchia”, una commedia degli equivoci
  • Mai più di nessun altro”, un dramma poetico sul femminicidio
  • Una vita di ordinaria follia”, una commedia surreale interamente muta

Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Quello precedente, quello presente e quello futuro.

In effetti è proprio così.

Sono fiera di tutti i lavori che ho fatto finora perché ognuno è stato affrontato con un approccio specifico che ne rispettasse il sapore, la tematica, il messaggio e ognuno di loro a suo modo mi ha messo davanti delle sfide che mi hanno fatto riflettere, approfondire, ricercare e trovare soluzioni nuove e differenti a cui non avevo pensato, è come un rompicapo.

Meraviglioso.

Mi descriveresti il lavoro artistico di Alessandra Silipo con un’immagine e con 3 parole?

Il jazz e lo swing, il suono del primo sorso di vino che si versa in un calice vuoto, gli occhi enormi della scoperta, carichi di gioia e meraviglia, la libertà e la follia dei bambini, il giallo e il nero, le nuvole che cambiano forma, Hopper, Dalì, De Chirico e Botero, il gioco e le maschere…

E però mi avevi chiesto un’immagine sola, scusa, rispetterò le 3 parole:

  • Sipario
  • Libero
  • Poetico

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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