Cultura Intervista

#Intervista: Laura Rizzo, Paoli e “Il cielo in una stanza”

#Intervista: Laura Rizzo e la rivoluzione de “Il cielo in una stanza”

Scrittrice, insegnante, cuoca provetta, archeologa. Romantica e curiosissima.

Profondamente innamorata delle parole e della musica.

Laura Rizzo ha reso omaggio a uno storico pezzo di Gino Paoli con il suo secondo libro, “Il cielo in una stanza. Il 1960: Paoli, Mina e una canzone rivoluzionaria“, pubblicato qualche mese fa da Gm Press.

Il volume celebra i 60 anni di uno dei brani più famosi e influenti della musica italiana, coverizzato da tantissimi artisti nel corso dei decenni (da Giorgia a Massimo Ranieri, da Mike Patton a Morgan), ancora oggi amatissimo dal pubblico.

Laura mi ha raccontato la genesi del libro, il suo incontro con Gino Paoli poco prima del lockdown, le passioni che costellano la sua vita al di là della scrittura e pensieri e buoni propositi per il futuro.

Che prevede già un nuovo libro in cantiere.

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Laura Rizzo

Mi racconti da dove nasce la tua storia giornalistica e letteraria? 

Nasce da un desiderio e da un’urgenza: scrivere e soprattutto scrivere di canzone.

Dall’età di 8 anni, forse, ho iniziato ad ascoltare a casa musica italiana attraverso i vinili di mio padre. Una sorta di onda dolcissima e permeabile che mi ha investito e ha formato letteralmente il mio DNA.

Dalle più vecchie al limitar del 2000, davvero posso dire di conoscerle tutte, le cito a memoria, uso i versi delle canzonette come mezzo di comunicazione e test di ingresso per nuovi amori (ehm…).

Per cui, nel 2003, sono finita per puro caso nella classe di Vincenzo Martorella a Roma, all’Accademia della Critica, con il desiderio di imparare a scrivere di musica.

Frequentando i suoi laboratori di giornalismo musicale, ho imparato un modo, una maniera. È stata una maieutica, un inizio.

E così, sono giunte le collaborazioni con riviste di settore. Poi, il primo libro, poi la radio e ora siamo al secondo figlio di carta.

Parlami de “Il cielo in una stanza”, il tuo ultimo libro che raccolta “una canzone rivoluzionaria”.

Dopo il primo libro, interamente dedicato al compleanno di un disco bellissimo (“Canzoni a manovella. Vinicio Capossela“, Arcana 2015), la sfida era provare ad affinare la ricerca e scrivere un libro dedicato interamente a una canzone.

Sulla mia via, qualche anno dopo, ho incontrato Donato Zoppo, amico, giornalista, scrittore e curatore della collana Songs, di Gm Press. Un progetto bellissimo interamente dedicato ai compleanni delle canzoni importanti.

Nel 2020 “Il cielo in una stanza“, a giugno, avrebbe festeggiato 60 anni e quale migliore occasione per lanciarsi nell’impresa.

Un’impresa che ha avuto delle congiunzioni magiche, perché sono riuscita a incontrare Gino Paoli e a intervistarlo, a gennaio del 2020, poco prima che il mondo crollasse, che il lockdown ci chiudesse in casa e ci impedisse di muoverci.

Con questa lunga chiacchierata tra le mani, un’altrettanto bellissima intervista fatta a Gian Franco Reverberi e una grande mancanza, quella di Mina, purtroppo, che non parla con nessuno ormai da 40 anni, è nato un libro dedicato a una canzone, sì, ma anche a un anno, il 1960, in cui la scena musicale italiana viene sconvolta da personaggi totalmente rivoluzionari: Mina, Paoli (e tutta la scena genovese) hanno cambiato non solo i codici di un modo di cantare, di esprimersi, di essere al centro della scena, ma anche di un periodo in cui i linguaggi espressivi “erano in bilico tra innovazione e rassicuranti ritornelli”.

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Musica ma non solo: i tuoi interessi e le tue attività spaziano dall’archeologia alla cucina all’insegnamento…

Beh, la mia formazione è quella universitaria. Ho studiato archeologia classica fino al dottorato di ricerca e ho scavato sui cantieri in molti siti dell’Italia meridionale per circa 10 anni. Sempre scrivendo di notte di musica. La mattina sul cantiere e di notte al pc.

Nel 2008 mi è arrivato il ruolo a scuola, dopo il concorsone del ’99 fatto appena laureata, quasi per scrupolo. Bum, una telefonata. E passata dalla villa romana a una classe.

In realtà ero stanca di una professione che economicamente non mi assicurava una continuità ed ero stanca anche della campagna. Sono i ricordi più belli della mia vita, forse, ma davvero insegnare, oggi, è una parte altra di me che mi soddisfa pienamente.

Sono fasi diverse e questa ultima si sposa con la scrittura molto meglio.

Ho alunni difficili, insegno italiano ai migranti, a chi non ha preso la terza media in tempo, a chi ha problemi con la legge.

Una ricchezza umana che mai ho voluto lasciare per passare al Liceo. Nessun dubbio mai.

E poi c’è la cucina. Forse il mio primo mestiere. Cucino da quando avevo 9 anni. Lo faccio con così tanta naturalezza e passione che oltre a sfamare ciurme di amici, parenti, archeologi, colleghi, ha avuto diverse declinazioni artistiche: mi piace decorare, inventare le forme col cibo.

Nel lockdown sono nati infatti i miei “olii su teglia”, delle focacce decorate con le favole, create interamente da ortaggi.

Nel corso del tempo com’è cambiato il tuo modo di scrivere? 

Ah, bella domanda. Sicuramente è andato più al sodo, ha tolto il freno a mano, ha eliminato tutto per scendere nel nucleo.

Scrivere necessita di coraggio e di poco pensiero, paradossalmente. Sì, poco pensiero, ma tanta disciplina e accuratezza.

Per me che sono campionessa olimpica di pensieri, scrivere è una catarsi vera e propria, è libertà.

Hai un pubblico-tipo?

Non direi, o almeno, non credo. Ho una scrittura molto accorata, passionale e, soprattutto, parlando di canzone, cerco di rendere più fresca una narrazione di anni da alcuni ritenuti polverosi, spesso per pregiudizio.

Quindi la cosa molto confortante, almeno per questo libro, è stata raccogliere feedback positivi da fasce d’età differente.

Prima di andare in stampa, infatti, ho voluto far leggere il manoscritto a un 70enne e a un 30enne.

Per motivi comprensibilmente differenti, se avesse fatto presa su entrambi, la cosa mi avrebbe rassicurato. E per fortuna è andata così.

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C’è una cosa che secondo te una scrittrice non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Se c’è una cosa che mi fa venire le bolle sulla pelle, quando leggo, è l’uso della retorica come strategia di conquista e seduzione del lettore. No, detestabile tecnica.

Sincerità assoluta, denti e gengive da fuori, pelle abrasa e cuore aperto. Questo cerco da lettrice, questo mi piace che venga fuori dai miei scritti.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro? 

Ho scritto in 75 giorni il mio libro, vivendo da sola, nei miei 59 mq, con le pareti, ma anche gli alberi infiniti, quelli che simbolicamente mi hanno fatto tanta compagnia e coraggio: questo progetto doveva nascere ed essere portato a termine.

Non è stato facile, molti pensano che tutto il tempo a disposizione sia stata una benedizione, ma invece scrivere necessita sì di severa clausura, ma anche di ricarica con il mondo esterno. Di relazioni, caffè con gli amici, chiacchiere, noie quotidiane, bollette da pagare.

Alla fine ce l’ho fatta, anche grazie a tutta una serie di persone con cui, quotidianamente, ci si faceva compagnia spalla contro spalla e che compaiono nei ringraziamenti del libro. Certe cose importanti non si scordano.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Sto già lavorando al terzo libro. Ma non posso dire nulla ancora.

Per il resto, credo tornerò a fare radio, con la mia rubrica di canzone italiana e a creare nuove focacce con le fiabe, magari provando a farne un libercolo.

Dimmi di quale progetto vai al momento particolarmente fiera e perché

Riuscire a scrivere di musica, intervistare artisti che ascoltavo nei dischi, collaborare con loro, ricevere una telefonata da Gino Paoli la sera prima di andare in stampa, aggiustare con lui al telefono piccole cosine delle bozze, portare agli altri, attraverso un libro, tutto il mio amore per queste canzoni e soprattutto percepire che giunga sicuro: questo, senza dubbio.

Un mio amico mi ha detto: quando racconti Il cielo in una stanza ti trasformi e diventi un cuore gigante. 

Mi descrivi Laura Rizzo con un accordo e con 3 parole?

Un accordo? una semplice triade maggiore, magari Fa o Sib, ma in posizione lata, che è più trasparente e più sonora!

3 parole? credo: tenace come un soldato, solubile come un’aspirina, romantica (e amica delle nuvole) con dichiarato omaggio a Tony Dallara.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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