Arte Intervista

#Intervista: L’arte senza compromessi di Rossana Calbi

Intervista: L’arte senza compromessi di Rossana Calbi

Cerco ispirazione, novità e voglio che questo riempia la mia vita e la migliori augurandomi che possa farlo anche per altri“. Per Rossana Calbi non esiste il concetto di fermata, ma esiste quello di ordine. Forte.

Un modo per incanalare idee ed energie in progetti, sogni, visioni che da oltre un decennio ormai la vedono coinvolta nella vita artistica e culturale romana e nazionale.

Sempre alla ricerca di artisti e performer che siano in grado di stupirla. “Altrimenti possono anche tacere“.

Rossana mi ha raccontato molto della sua attività di curatrice d’arte a 360 gradi, da quando iniziò come giornalista ma la sua spinta a guardare e a imparare l’ha portata a fare sempre meglio, ad andare sempre oltre, progettando e strutturando mostre in tutta Italia con la sua associazione Strange Opera.

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Rossana Calbi

Mi racconti da dove nasce la storia artistica di Rossana?

Appena mi sono trasferita a Roma ho iniziato il mio percorso per la pratica da giornalista pubblicista e la redazione mi inviava a fare le recensioni delle mostre d’arte.

Avrei preferito il teatro, considerata la mia attenzione agli studi antropologici e letterari, ma alla redazione del magazine per cui scrivevo serviva altro e grazie a questa richiesta ho iniziato a girare per tutta Roma.

Mi muovevo per visitare le varie sedi dei festival di arte indipendente, i musei e le gallerie d’arte private.

Studiai molto, guardai di più e scrissi tantissimo, spesso ero caustica nei miei giudizi e il mio capo redattore mi provocò dicendomi: “ma perché non organizzi tu una mostra?“. Edith Cristofaro e la sua capacità di portarmi al limite di quella che sono diede il via  tutto questo!

Nel frattempo avevo seguito corsi che mi preparavano come addetta stampa e giornalista e avevo iniziato anche un corso di organizzazione di eventi, quindi proposi a una collega, Marianna Pisanu, di realizzare un progetto assieme.

Creammo così Traslochi ad Arte, un evento multiartistico site-specific che mescolava il teatro, la musica e l’arte visiva.

Ogni evento rispondeva a un unico tema, ogni volta diverso e irripetibile.

Un lavoro incredibilmente lungo che coinvolgeva più di 30 artisti per ogni evento e che non si sarebbe mai ripetuto.

In 2 anni realizzammo eventi in molti locali di Roma come il Circolo degli Artisti e lavorammo anche al Teatro Palladium e nel centro multiculturale Elsa Morante.

Quando Marianna tornò a vivere a Genova per me quell’esperienza si chiuse. Non sapevo ancora come e se avrei proseguito, continuavo a scrivere e capii cosa mi interessava in quel momento: l’illustrazione e il Pop Surrealism.

Decisi di approfondire queste nuove curiosità, progettando e strutturando mostre in tutta Italia con la mia nuova associazione Strange Opera.

Continuo ad amare le collaborazioni con altri curatori perché mi stimolano a evolvermi.

E infatti da qualche anno sto guardando indietro e congiungendo tutto quello fatto fino a ora: mi sto interessando alla pittura automatica e alla performance e sto pensando a nuove installazioni.

Da poco ho dato vita a “ULTRA MARINE“, per adesso è solo un account su Instagram dove presento solo specifici progetti con una visione che vada oltre quella che mi è appartenuta fino a questo momento: ho proprio bisogno di guardare sempre in modo diverso.

Parlami del tuo modo di proporre arte: cosa ti piace presentare, soprattutto? C’è un messaggio sotteso universale in ogni tua iniziativa?

C’è stato un momento storico in cui l’arte si è seriamente distaccata da ciò che è la nostra quotidianità, la metà del secolo scorso ha creato dei netti tagli, necessari di sicuro in quel momento storico, ma credo che quel distacco a lungo andare abbia creato dei seri danni.

Nella mia ricerca cerco dei temi popolari, ripescando nella letteratura e nelle tradizioni ciò che l’arte oggi può interpretare e vedere in modo diverso.

Cerco artisti che sappiano leggere e individuare visioni che io, come pubblico, prima che come curatrice, non sono riuscita a percepire.

Cerco ispirazione, novità e voglio che questo riempia la mia vita e la migliori augurandomi che possa farlo anche per altri.

Non cerco un pubblico specifico, mi rivolgo a tutti coloro che magari non amano l’arte solo perché la trovano distante.

Il punto è che per me questo intervallo tra l’espressione artistica e il suo fruitore non deve esistere più!

C’è qualcosa che distingue il tuo modo di promuovere la cultura da quello di altri tuoi colleghi?

Lo spero! Cerco sempre di imparare, continuo a guardare e studiare i progetti altrui, voglio e spero sempre che ciò che andrò a vedere sia diverso da quello che ho in testa.

Voglio guardare e imparare. Quando trovo qualcosa di nuovo si accende il mio impeto a fare sempre meglio. 

Al momento di cosa ti stai occupando?

Prima del lockdown, esattamente il 7 marzo, inauguravo da Inferno StoreFAITH“, un progetto editoriale illustrato da Marta Bianchi e scritto da Andreina Bochicchio e avevamo previsto un tour che è saltato.

Ci siamo intristite e io ho risposto al mio solito: cercando nuove strade. Stiamo lavorando alla pubblicazione del volume con una casa editrice coraggiosa, perché l’argomento discusso è difficile: la tratta delle donne.

In autunno riprenderò i progetti che sono saltati e nel frattempo con Linda De Zen e Antonio Malaspina è partita un’idea che si sta muovendo a distanza: i 2 artisti si sono spediti le opere su cui stanno lavorando a 4 mani per una mostra inedita, realizzata ad hoc per Up Urban Contemporary Factory diretta da Marta Di Meglio, una gallerista che combina l’entusiasmo alla volontà di portare l’arte ovunque!

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Da quanti anni fai questo lavoro? E da allora com’è cambiato il tuo modo di intraprendere iniziative artistiche?

Ho iniziato nel 2007, sono cambiata tanto, ma mi sembra sempre poco.

Mi intestardisco di meno, mollo la presa e se non riesco a lavorare al meglio a un progetto, cerco altre ispirazioni.

Il mio problema rimane sempre lo stesso: troppe idee in testa e poco tempo per realizzarle, ma ho deciso che farò meno e mi concentrerò di più.

In questo periodo di fermo ho capito che a volte è necessario acuire di più la mente, dedicandosi al meglio a ciò che si vuole sviluppare.

Ne ho bisogno perché è necessario approfondire e non solo fare.

Hai un pubblico tipo?

No. E non lo vorrei mai.

Spesso lavoro con artisti che in contemporanea colpiscono l’immaginario di bambini e persone molto più grandi e questo emoziona me.

Nel progetto “ECOSEX” di Giuditta Sin presentato a dicembre per la prima volta al MACRO, erano i bambini che si rivolgevano alla performer, quando assistevo all’accerchiamento dell’artista di origine calabrese, nata a Chicago, ero io che mi galvanizzavo come una bambina.

Il messaggio che molti giornalisti hanno trovato ostico da descrivere, per i bambini è stato facilissimo e quindi ha vinto il linguaggio dell’arte realizzato con la giusta ricerca.

C’è una cosa che secondo te un artista non deve mai fare e un’altra invece che va sempre fatta?

Ascoltare il curatore!

Sarebbe bello, ma è riduttivo, e forse un po’ dispotico.

A mio dire l’artista deve fare ricerca e deve mettersi sempre in discussione, io mi stanco anche dell’arte ben fatta se ha sempre il medesimo messaggio.

Amo chi si vuole scoprire, non chi si vuole raccontare.

Quindi semplicemente un artista dovrebbe sempre cercare non solo nuovi linguaggi ma anche nuove argomentazioni, essere sfaccettato come un diamante e molto meno duro e rigido.

E un curatore?

Deve rimanere un passo indietro.

Il curatore non deve apparire mai più del progetto o degli artisti con cui lavora, rimane un tramite, che non è una deminutio, ma una forza.

I progetti che non hanno una curatela o che seguono linee approssimative guidate dalla sola enfasi artistica si percepiscono subito, spesso risultano un’accozzaglia di idee e stimoli non coordinati.

Nei progetti artistici il curatore è l’amalgama e la guida, un osservatore esterno che modera un cammino, ma non ne può e non deve essere il protagonista.

L’emergenza Covid quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Tantissimo. Ma mi ha dato nuove suggestioni, il termine “crisi” ha una bellissima origine: “κρίσις“, che significa anche scelta.

Ecco, una crisi ti pone di fronte a una scelta e anche in questa occasione sono stata costretta a fare una distinzione e capire meglio a cosa ero costretta a rinunciare e a cosa avrei dovuto rinunciare.

Non tanto per la pandemia, ma per me stessa e la ricerca che voglio fare.

Parlami delle iniziative che hai in mente per i prossimi mesi

Devo ancora capire meglio cosa e come organizzare i progetti performativi che coinvolgono il pubblico, per adesso voglio trovare delle nuove linee guida e capire cosa gli artisti possono e vogliono dire.

Devono stupirmi, altrimenti possono anche tacere. In questi 2 mesi c’è stata veramente troppa confusione anche in ambito artistico.

Cose nuove viste? Nulla che abbia dato un senso a quello che stavo vivendo o che mi abbia dato nuove prospettive, quindi assolutamente inutili a mio parere.

A volte è meglio riflettere e non aver smania di dire ciò che può risultare banale e scontato, visto e rivisto, cambiare una cornice serve a poco, servono nuovi contenuti.

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Dimmi un progetto artistico di cui vai particolarmente fiera

Graphiste“, il mio progetto itinerante dedicato all’illustrazione al femminile.

La mostra è iniziata qui a Roma nel 2015 e si sta muovendo in tutta Italia, cambiando ogni volta la sua proposta e ospitando un’illustratrice nuova per ogni tappa.

Una mostra tutta al femminile, la mia prima e unica mostra senza tema, che è partita per un’esigenza specifica: quella di scardinare degli schemi che coinvolgono anche il sistema dell’arte. Basta considerare la presenza delle artiste nelle mostre collettive.

Ecco a me questi dati non piacciono e la mia ricerca non è per nulla difficile perché nel mio percorso ho incontrato e incontro artiste bravissime.

Mi descriveresti il lavoro di curatrice di Rossana Calbi con un’immagine e con 3 parole?

Ordine, entusiasmo e ricerca. Queste le 3 parole che porterei anche all’estremo, perché sono talmente curiosa che spesso mi perdo in suggestioni senza una direzione ben precisa.

L’ordine è l’unico modo per strutturare tutte le idee che mi passano per la mente anche di notte.

Ed è questa l’immagine a cui lego il mio lavoro, perché è di notte, attorniata da pile di libri.

Sul mio comodino ne ho circa 40, tutti iniziati e a cui domani probabilmente ne aggiungerò un altro visto che passerò dalla mia libraia Serena Dovì di Risma Bookshop.

Lei trova sempre qualcosa per farmi rimanere sveglia un’altra ora rispetto a quella prevista.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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