Teatro

#Recensione: “Artemisia, ritratto di Pittora” al Teatro Flaiano

La storia di Artemisia Gentileschi è la storia di tutte le donne che devono combattere per difendere la propria dignità e le proprie, legittime, ambizioni professionali. Quella di “Artemisia, ritratto di Pittora” non è una vicenda contemporanea: siamo precisamente nel 1653. Eppure, a distanza di oltre 300 anni, assistere alla sua narrazione al Teatro Flaiano provoca disagio, per una condizione sociale estremamente attuale, che non riesce a modificarsi.

Artemisia, ritratto di Pittora”, monologo scritto da Valeria Moretti e interpretato solennemente da Sandra Collodel, in poco meno di un’ora inchioda il pubblico in sala con una drammaturgia serrata e puntuale. Grande rilievo viene dato alla scenografia, curata da Fabiana di Marco, particolare questo che permette ai presenti di sentirsi parte della narrazione e proiettati all’interno dello spirito poetico e visionario della Pittora.

Nata a Roma nel 1593 e figlia del grande pittore Orazio Gentileschi, sin da bambina Artemisia sviluppa e coltiva una grande passione e bravura per l’arte della pittura, mestiere però rigorosamente riservato agli uomini. Una bambina curiosa, Artemisia, che diventa presto una giovane donna, bella e capace.

La prospettiva non è forse un’illusione?”

Nel 1611 la denuncia: Agostino Tassi, altro noto pittore dell’epoca dai trascorsi turbolenti, viene accusato di aver stuprato la giovane ragazza. Ne segue un processo lungo e doloroso dal quale Artemisia esce vittoriosa nei confronti della legge, eppure per sempre additata come una donna diversa. Scomoda. Il suo esilio a Firenze diventerà l’unica possibilità di continuare a vivere immersa nella sua amata arte.

Questo intenso dramma viene tratteggiato meticolosamente nella ricostruzione di Valeria Moretti che utilizza pochi ma chiari elementi per consegnare alla bravissima Sandra Collodel il compito di far rivivere la Pittora: la cura per i dettagli.

In scena con l’attrice anche il giovane e talentuoso Dario Guidi nei panni di apprendista e confidente della grande artista. Divertenti le suggestioni e i rimandi all’opera del contemporaneo e irraggiungibile Caravaggio, le nozioni quasi scientifiche dedicate allo studio minuzioso dei colori e del loro utilizzo che il solerte apprendista deve studiare e approfondire. Commovente, infine, osservare la passione custodita nell’opera “Giuditta e Oloferne” nel quale è la stessa Artemisia a raffigurarsi come una Giuditta trionfante.

Molto belli anche i costumi di scena che completano l’impegno nel cercare di dar forma a un quadro scenico esaustivo e dal forte impatto iconografico. La pièce, infatti, permette di riflettere collegialmente sulla produzione artistica di un’importante artista italiana e di approfondire gli aspetti cruciali della sua esistenza.

Cosa rimane ad Artemisia sul finire della sua vita? “L’orgoglio di essere me stessa“, ci dice nell’ultima scena dello spettacolo: insegnamento e messaggio di speranza senza retorica dedicato a tutte le donne. Qualsiasi condizione esse attraversino.

The Parallel Vision  ­_ Raffaella Ceres)

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