Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Michela Flore

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo (e un libro, e un disco) sulla musica popolare. Lo spettacolo si intitola “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, è stato in scena al Teatro Marconi dal 21 al 24 febbraio e sarà all’Auditorium Parco della Musica il prossimo 24 aprile con l’obiettivo di “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Michela Flore è un’interprete originaria di Irgoli, 2mila anime che si affacciano sul golfo di Orosei, nel nuorese. Lo spettacolo le è servito per comprendere finalmente che gusto c’è a tornare a casa.

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Michela Flore (Foto: © Nuovo Metastudio)

Partiamo da una delle canzoni che interpreti nello spettacolo, “No potho reposare”. Che rapporto hai con il brano?
Un rapporto viscerale, ancestrale: me la cantava mia nonna quando ero bambina ed è il brano con cui ho cantato per la prima volta in sardo davanti a un pubblico. È la canzone che mi ha fatta tornare a casa e mi ha legata ancor di più a una lingua che solitamente uso solo per parlare con la mia famiglia. 

Non sei la prima cantante sarda che mi specifica questa particolare funzione della lingua.
Il sardo è una questione intima, personale, familiare; non l’avevo mai legato al canto o al rapporto con il pubblico, perché è come mettersi a nudo. Ma è un passo che dovevo fare e che mi ha portato a sviluppare un progetto artistico legato alle mie radici.

Cos’è per te una radice?
È qualcosa che mi lega a me stessa, come la lingua. Sostanzialmente, è casa.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

Dov’è casa, per te?
A 14 anni mi sono trasferita a Olbia con la mia famiglia, ma le mie radici sono a Irgoli, un piccolo paesino nel nuorese.

C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Dove risiede, secondo te, il gusto di andarsene via?
Nascendo su un’isola cresci già con l’idea che un giorno te ne andrai. Questo non vuol dire che l’isolano non è radicato alla propria terra, anzi, ma in qualche modo sa già che vivrà lontano. Personalmente ora apprezzo maggiormente il ritorno a casa. 

Oltre a “No potho reposare” cosa canti nello spettacolo?
Canto “Ai Preât La Biele Stele”, preghiera friulana, “Blanchisseuse”, canto delle lavandaie della Val d’Aosta e altri brani corali.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

La musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Mi ha aiutata a maturare il sentimento della radice, del ritorno. Mi sono allontanata dalla Sardegna a 19 anni, ma il sentimento della radice l’ho maturato solo adesso, proprio grazie allo spettacolo. La voglia, il gusto di tornare non è tanto fisico ma ha a che fare col ricordo. Sento di dover fare qualcosa per la mia terra attraverso la musica. Ho preso questo impegno: ricantare la mia terra.

The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)

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