Musica

#Intervista: Il “Senso” sacro e solenne di Guido Maria Grillo

Non si può interpretare Fabrizio De André. Tutto quello che si può fare è usare il proprio talento come manifesto di memoria condivisa. Se, di talento, ce n’è a sufficienza. Per fortuna quello di Guido Maria Grillo lo rende un artista unico nel panorama musicale italiano, tale non solo da permettergli di raccontare degnamente Faber come ha fatto sul palco di Inkiostro lo scorso febbraio, ma di scrivere un disco come “Senso” (Barezzi Label), dove un lirismo eccelso si sposa a una musica permeata di solennità, a una voce eccezionale e a un rispetto liturgico per ogni singola nota vibrata. Dopo 8 anni di attesa, Guido è tornato con un lavoro sontuoso che va dritto, già da ora, nelle migliori produzioni del 2019.

guido-maria-grillo-senso-2019-GMG_wpc_004cSono passati 8 anni da “Non è quasi mai quello che appare” (AM Productions/AbuzzSupreme), il tuo secondo disco del 2011. Sei in media Tool, praticamente!
(Ride). Diciamo che è una pausa bugiarda, nel senso che non ho pubblicato ma ho prodotto tantissimo. Ho interagito con ambienti più “complessi”, tra cui anche quelli del sistema major e lì le dinamiche e le aspettative sono ben diverse, quindi in realtà ho perso del tempo. Ma prima di “Senso” avevo già fatto un terzo disco pronto, finito e masterizzato. Doveva andare in stampa e uscire a inizio 2013, ma la cosa non andò a buon fine perché ci fu l’interesse di una major che ha voluto cambiare un po’ le carte in tavola e ha provato a seguire una strada che non è riuscita, ovvero quella di Sanremo Giovani.

E di quel disco rimasto nel cassetto hai inserito qualcosa in “Senso”?
2 canzoni, ma in versioni diverse.

A quali fonti hai attinto per scrivere un album così solenne?
Credo che la solennità mi appartenga proprio, nel senso che sono un po’ così e mi piacciono queste cose. Si farebbe fatica ad alleggerire il peso di certi testi e di certe melodie con arrangiamenti un po’ più frivoli. Ciò detto, tra la frivolezza e l’orchestra ce ne passa! Quindi il discorso di andare in una direzione più orchestrale mi viene dalla passione per gli archi e dalla voglia di distinguermi un po’. “In direzione ostinata e contraria“, come direbbe Faber. Se ci pensi, è quanto di più distante ci possa essere oggi da una produzione.
Per quanto riguarda le fonti, sono un grande ascoltatore di musica ma mi innamoro raramente. In questi anni mi è successo con Antony and the Johnsons, Benjamin Clementine, Anna Calvi.

guido-maria-grillo-senso-2019-GMG_wpc_005b“Senso” è un termine che apre mondi infiniti a livello filosofico, linguistico e anche religioso. Tu a cosa lo ricolleghi?
Come dici tu, ci sono moltissime sfaccettature. Intanto, il senso è ciò che fa del tempo una storia: il trascorrere del tempo senza il conferimento di un senso non diventa mai tale. Per far sì che qualcosa lasci un segno è necessario che si faccia storia. Perché senza un senso è solo tempo che passa invano. Credo che uno dei grossissimi mali di questo momento sia la perdita di senso, trascorrere tanto tempo senza dargli un significato. Questa cultura ha la grave colpa di alimentare il disimpegno. Le giovani generazioni, che ritengo assolutamente vittime, secondo me hanno in comune questo contrassegno. Anche la musica che ascoltano non lascia il segno: può accompagnare una passeggiata o un aperitivo, ma non è una musica che immagino ascoltare in cuffia, nella solitudine dei pensieri.

A me sembra che la tua scrittura sia sempre accompagnata da una certa attitudine alla sacralità. Ti chiedo se hai un rapporto con la religione e che tipo di rapporto è, anche collegandolo all’arte che esprimi.
Hai centrato la questione. Io tenderei a separare in maniera drastica e definitiva il concetto di sacralità e quello di religiosità. Nella prima, annovero quella solennità di cui parlavamo prima. Mentre rispetto alla religiosità mi reputo assolutamente antitetico. Non solo non credo, ma penso sia un grosso limite per lo sviluppo dell’identità per una semplice ragione: il fatto che ci sia un atteggiamento consolatorio che in qualche modo frena gli slanci. Se tu sai che c’è una risposta e questa è comunque giusta, inevitabilmente dai una giustificazione tirando i remi in barca. Te la dai senza capirla. E questo secondo me è gravissimo. Però in fondo non mi definisco nemmeno laico o ateo, perché sono comunque categorie che appartengono alla cristianità. Credo molto, invece, nella spiritualità intesa come profondità d’animo.

C’è stato un pezzo più difficile da scrivere a livello personale rispetto ad altri?
Probabilmente quello che mi ha trascinato di più nell’abisso è stato “Tutto quello che un figlio“. Ma, ad esempio, “Canzone per me” è un racconto così tanto personale che mi ha costretto a mettermi a nudo completamente.

Perché la scelta di “Va’ pensiero” come pezzo di chiusura del disco? 
Ho pensato di fare un omaggio a chi ha creduto in me per questo album. “Senso” infatti è prodotto da Barezzi Festival, un evento dedicato alla figura di Antonio Barezzi, imprenditore e mecenate di Busseto (in provincia di Parma) grazie al quale Giuseppe Verdi ha potuto essere semplicemente Giuseppe Verdi. Lui, nato poverissimo, non avrebbe mai potuto studiare musica. Ma ci fu questo uomo che comprese il suo talento, lo prese in casa da bambino, lo crebbe e lo mantenne fino ai tempi del Conservatorio a Milano. Questo è esattamente quello che è successo a me con Barezzi: dopo 12 anni di festival, ha fatto del mecenatismo 2.1. Quindi il minimo che potessi fare era tributare tutto ciò con una canzone.

Il tour tra l’altro partirà proprio da Parma venerdì 19 aprile. 
Esatto, è la data zero.

Nella tua biografia si leggono, tra i riferimenti musicali, De André e Tenco. Ma so che anche persone a te molto più vicine sono state importanti, in questo senso. Quanto c’è della tua famiglia, nel disco? 
Tutto, nei modi più disparati. Quello che dici tu, in realtà, attiene al periodo dell’infanzia e credo abbia rappresentato l’imprinting. Dopodiché, la costruzione di tutto è intimamente legata alla mia famiglia nella misura in cui è intimamente legata alle mie esperienze personali. Le mie canzoni non raccontano mai storie: mi viene molto più semplice narrare suggestioni, ricordi, stati d’animo, sentimenti. Non uso l’Io cosciente, quindi (ride).
guido-maria-grillo-senso-2019-GMG_IV__JLE2308A circa 2 mesi e mezzo da Inkiostro, cosa ti è rimasto di quell’esperienza?
Sono stato benissimo, l’accoglienza è stata splendida e il luogo è stato quantomeno adatto, per usare un eufemismo! (la chiesa consacrata di Sant’Oliva a Cori, in provincia di Latina, ndr). “Il Vangelo laico di Fabrizio De André: La Buona Novella“ fa della sacralità il suo perno e quindi suonarlo in uno spazio come quello vale certamente di più rispetto a qualsiasi altra sala o club. Di questo spettacolo mi piace molto il fatto che pur partendo da un’opera che ha 50 anni di vita, si riesca in qualche modo a instaurare una comunicazione molto attuale. Credo che il messaggio di De André vada raccontato alla politica, alla società, alla cultura di questo tempo. E quando in situazioni come quella di Inkiostro si riesce ad avere un’interazione col pubblico, sono in grado di far fluire cose che riguardano strettamente il mio pensiero sull’attualità, pur connettendolo a un discorso di 50 anni fa. Per non dire di 2000 anni fa!

Abbiamo accennato a Parma per l’inizio del tour. Ci sono già altre date? A Roma passerai? 
Dopo Parma faremo un esperimento: inizieremo un tour nelle piazze, suonando come se fossimo artisti di strada ma a pieno organico, con l’orchestra. Disegneremo sul selciato un teatro di gesso e faremo un concerto vero e proprio, utilizzando la città come scenografia. Partiremo il primo maggio da Bologna e passeremo per Reggio Emilia (11 maggio), Milano (12 maggio) e di nuovo Parma (18 maggio). A giugno poi faremo una sospensione perché arriverà il mio secondo figlio! Stiamo lavorando anche per l’estate dove dovremmo essere presenti a vari festival in giro per l’Italia. Roma al momento non c’è ma penso che ci verremo. Stiamo solo cercando di capire dove.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)

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