Musica

#Intervista: il Viaggio in Italia degli AdoRiza – Francesco Anselmo

Dalle radici greche di “radice” e “canto” si apre lo scrigno di AdoRiza, collettivo di 17 artisti nato dall’esperienza di Officina Pasolini che si è costituito per mettere in scena, per ora, uno spettacolo (e un libro, e un disco) sulla musica popolare. Lo spettacolo si intitola “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”, è stato in scena al Teatro Marconi dal 21 al 24 febbraio e sarà all’Auditorium Parco della Musica il prossimo 24 aprile con l’obiettivo di “ridare lustro a un repertorio musicale che ci appartiene in modo ancestrale e che rappresenta molto più di un bagaglio culturale della nostra tradizione”. Li abbiamo incontrati uno per uno nelle sale di Officina Pasolini e ci siamo fatti prendere dalla nostos-algia, raccontandoci le storie che abbiamo dimenticato.

Francesco Anselmo è un cantautore di Polizzi Generosa, centro di 3mila anime sulle Madonie, Sicilia settentrionale. Con lui abbiamo scoperto perché un siciliano parla almeno una volta al giorno della sua terra.

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Francesco Anselmo (Foto: © Nuovo Metastudio)

Cos’è per te una radice?
È far parte di qualcosa che c’è, ma che non si vede. Se si parla di musica, o di cultura in generale, è fondamentale guardare e scoprire la propria radice. La radice è conoscenza. 

Conoscenza di cosa?
Di un passato perduto. È un atto di consapevolezza che nelle canzoni di oggi si è perso.

La modernità, degli usi e delle tradizioni, della cultura di un popolo, se ne fa poco o niente. Il vostro spettacolo invece va nella direzione opposta: riportare a galla un lato della nostra cultura, e a metterlo in scena sono persone più vicine alla modernità che alla tradizione.
È proprio per questo che ho usato il termine consapevolezza, soprattutto perché l’età media del nostro collettivo è molto bassa. La tradizione musicale non va persa perché è memoria storica e rileggerla è fondamentale per comprendere il presente.

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Collettivo AdoRiza (Foto: © Capture Studio)

Forse è questo il punto, che si può legare anche al termine “radice”: la memoria, il ricordo di un luogo. C’è una frase di “La luna e i falò” di Pavese che dice “un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene via”. Da che paese sei andato via?
Sono andato via dalla Sicilia; noi siciliani sentiamo il distacco dalla terra in maniera più forte, forse perché è un’isola. Penso sempre, e lo dico anche nei miei concerti, che quando un siciliano va via si porta appresso un pezzo di terra. Al di là della questione musicale, un siciliano parla almeno una volta al giorno della Sicilia. La radice così rimane intatta.

Ti sei mai chiesto il motivo della forza di questo sentore?
Alla base ci sono l’attaccamento e la partecipazione ai valori culturali e sociali: nel mio paese c’è una festa religiosa che è giunta quasi alla millesima edizione! Chi siamo noi per eliminare qualcosa che esiste da mille anni? La nostra è una terra piena di tradizioni antichissime, che la musica ha aiutato a tramandare, dai riti religiosi alle cerimonie come U ballu da curdedda, “il ballo della corda”, una danza a ritmo di tarantella in cui uomini e donne si intrecciano con nastri colorati attorno a un palo come auspicio per la fertilità della terra. La maggior parte dei siciliani ha assistito e assiste ancora oggi a usanze così.  

La Sicilia è stata anche protagonista di diverse contaminazioni, a partire dalla Magna Grecia.
È una terra multietnica. Greci, arabi, normanni: ogni popolo ci ha lasciato qualcosa.

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(Foto: © Susanna D’Alessandro)

Chi sono i cantastorie?
I cantastorie sono cantautori a tutti gli effetti: raccontano quello che vedono, ma in dialetto. Per fortuna esistono ancora e sono un baluardo della lotta sociale.

La musica popolare potrebbe anche rappresentare la vera musica italiana: ha uno sviluppo tematico diverso, ha timbri e metriche particolari, le canzoni nascono in forma orale. Per chi di mestiere fa il cantautore, quanto è stato istruttivo confrontarsi con una materia di questo tipo?
Prima di avviare la ricerca abbiamo studiato la storia della canzone e siamo passati necessariamente dalla musica popolare. In Sicilia quasi nessuno conosce canzoni come “Malatu p’amuri”, che ho trovato al Folkstudio di Palermo: è inserita nella raccolta di Francesco Paolo Frontini del 1883 (un compendio dei 50 brani più rappresentativi della Sicilia, ndr), e non è mai stata arrangiata; noi l’abbiamo fatto e incideremo l’arrangiamento per la prima volta. La musica popolare è una materia utile a chiunque.

Cosa ti hanno lasciato le ricerche per lo spettacolo?
Mi sono state affidate la Sicilia e il Trentino e ho subito notato la netta differenza nelle soluzioni tematiche e musicali. Al Nord spesso si cantava il lavoro, al Sud i sentimenti; al Nord si usava il modo maggiore, al Sud il modo minore. Questo può essere anche uno specchio dei tempi moderni: al Nord c’è uno sguardo verso l’avanguardia musicale, mentre al Sud si rimane più tradizionalisti.

Adoriza-22Nello spettacolo canti “Re Bufè”, filastrocca resa famosa da Alfio Antico.
Conosco bene la versione di Alfio Antico e conosco altrettanto bene la filastrocca perché me la raccontava mio nonno quando ero bambino. È uno scioglilingua che diverte e incuriosisce i più piccoli, anche se non capiscono perfettamente le parole. Nella realtà racconta la storia di Carlo I D’Angiò; è un bellissimo esempio di canzone ironica, genere in cui mi ritrovo perfettamente.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Daniele Sidonio)

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