Musica

#Intervista: L’epoca indelebile dei ’60 nel nuovo disco di Olden

Sergio Endrigo, Iva Zanicchi, l’Equipe 84, Salvatore Adamo, Enzo Jannacci. E quel mondo musicale degli anni ’60 che Davide Sellari, in arte Olden, ha deciso di “riportare” alla memoria con “A60” (Goodfellas), un progetto di 9 tracce che percorre una delle decadi più ricche e influenti di sempre dal punto di vista della musica, rielaborate per l’occasione assieme alla produzione di Flavio Ferri (Delta V).

Del suo quinto album, presentato in anteprima durante il Premio Tenco 2018, ha parlato con lui Simone Zivillica tra rivoluzioni, scelte timbriche, memoria storica e la responsabilità che un artista dovrebbe sempre avere nei confronti del suo pubblico.

olden-0029Cosa sono gli anni ‘60 per noi che li abbiamo conosciuti solo attraverso i testi e la musica degli artisti di allora?
Un’epoca indelebile, caratterizzata da tante “rivoluzioni”, economiche, sociali, culturali. E dunque anche musicali. Gli anni ’60 rappresentano un patrimonio che dobbiamo continuare a trasmettere alle nuove generazioni, con i suoi contenuti, le sue contraddizioni e le sue “ambizioni”. Proprio in questi anni in Italia nasce e si sviluppa quella che poi verrà chiamata “musica d’autore”, ma anche il beat, il prog-rock e probabilmente le “voci” più importanti del nostro Paese. La base di tutto, in poche parole.

Cosa ti manca dei ‘60?
Non saprei, ancora non ero nato 🙂 Ma non sono molto propenso alla malinconia, ormai, è una fase che ho superato e ora preferisco guardare avanti, mai (o quasi mai) indietro. E in un certo senso gli anni ’60 non sono mai finiti davvero, sono ancora qui, questo album probabilmente lo dimostra.

Qual è il senso oggi, dopo quasi sessant’anni, di riesumare quel materiale per farne qualcosa di nuovo, nelle sonorità e nelle intenzioni?
Dietro al progetto “A60” c’è la voglia di mettersi in discussione, c’è un lavoro di ricerca del suono (dopo settimane di ascolti ed “esperimenti” insieme a Flavio Ferri, che ha prodotto l’album) e soprattutto il tentativo di rendere contemporanei dei brani scritti ormai mezzo secolo fa, attraverso una nuova visione, la più personale possibile. L’intenzione non è quella di somigliare all’originale ma casomai di suggerire un nuovo punto di vista e magari regalare a queste canzoni una nuova vita, una differente traiettoria.

Anche se ti ispiri a quegli anni, le tue sonorità si rifanno a una tradizione ben più recente, sebbene difficilmente inquadrabile in un solo genere. Che suono è quello di “A60”?
Penso che non avrebbe avuto senso arrangiare questi brani con delle sonorità che si rifacessero all’epoca, troppo alto il rischio di non concludere nulla di interessante! Il suono di “A60” non è facilmente catalogabile, credo, ma forse questo è un bene. Diciamo “electro pop-rock d’autore”? (me lo sono appena inventato, forse suona ridondante ma credo possa rendere l’idea).

Che ruolo ha, secondo te, la storia e i suoi valori in chi fa musica oggi?
Dipende dai valori, dipende da come si vuole leggere la Storia. Nella società di oggi sembra che tutto (o quasi) abbia lo stesso valore, si relativizza per legittimare spesso un “nulla condiviso” che alla fine, solo per il fatto che se ne parla, diventa una realtà. Tipo quando si dice che la Terra è (di nuovo) piatta. Il mio punto di vista personale è che la memoria storica dovrebbe essere ben presente in ognuno di noi, specialmente se siamo artisti. Perché abbiamo la responsabilità di un pubblico che ascolta e che crede in quello che dici. E perché certe sciagure non dovrebbero ripetersi mai. Ultimamente sembra che ce lo stiamo dimenticando e credo che pure la musica, così come tutte le “leve” socio-culturali del nostro Paese, abbia una sua parte di responsabilità.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Simone Zivillica)

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