Teatro

#Recensione: “Radice di Due”, i 35 quadretti che compongono la vita

Tutto giusto. Quanti di voi, tornando al banco dopo il temuto verdetto del prof. di turno (magari quello di matematica), si saranno sentiti studenti gonfi d’orgoglio pronti a rivoluzionare il mondo? Tutto giusto. Questo il mio verdetto che lo spettacolo “Radice di Due”, recentemente in scena al Teatro Trastevere, si porta a casa.

Tommaso e Gerardina sono i due protagonisti di una commovente storia d’amore che il testo pluripremiato di Adriano Bennicelli conferma essere un’eccellenza della drammaturgia italiana: una rivoluzione matematica declinata in poesia.

I problemi di aritmetica sono metafora dei problemi esistenziali, scevri da qualsivoglia luogo comune. Tommaso (Luca Basile) è un ragazzino come tanti, timido, generoso, con qualche perplessità circa l’utilizzo dei numeri e delle loro proprietà. Gerry (Viviana Colais) è una bambina irrequieta ma allo stesso tempo solare e curiosa. S’incontrano per la prima volta in un cortile, luogo quasi anonimo, ma la loro storia diventerà unica. Come i numeri primi.

la parte che fugge da se stesso, fugge da una parte che non vede

In “Radice di due” gli episodi che compongono il quadro di crescita del rapporto fra Tommy e Gerry sono semplici e divertenti. Non sono forse questi gli ingredienti segreti che rendono l’amicizia fra i bambini indissolubile? Appare evidente come un’attenta analisi del mondo delle relazioni emotive fra i più piccoli sia stata compiuta prima di intessere alcune trame drammaturgiche proposte dal testo di Bennicelli.

Nella genuinità del gioco e nell’imprevedibilità di scoperte e sperimentazioni più o meno temerarie, cresce e si sviluppa il legame fra i due protagonisti. La vita li separerà più volte, ma alla fine il destino li ricondurrà sempre uno accanto all’altro, nei giorni belli e in quelli più difficoltosi. Accompagnati, per l’occasione, dalla convincente regia di Marco Zordan capace di (rac)cogliere e distribuire magistralmente nello spazio gesti ed emozioni.

La scenografia proposta al Teatro Trastevere è originale e suggestiva: un sapiente intersecarsi di corde lascia intravedere alla fantasia del pubblico un’altalena, un parco giochi oppure un timido nascondiglio, la fermata dell’autobus e persino un moderno loft. Alcuni elementi scenici rievocano sapientemente melanconiche memorie di un passato ancora recente: il telefono con la cornetta, il diario segreto, le telefonate nelle quali non era poi così immediato confidarsi con il migliore amico, la presenza di un nucleo familiare. Per quanto stravagante esso potesse essere.

Irrazionale come solo l’amore riesce a essere, “Radice di due” racconta il dialogo che, come in un flusso vitale, compone i momenti più importanti delle nostra esistenza. Che non è infinita. Che ha un inizio tanto quanto una fine. Le date che scandiscono gli episodi dei quali vogliamo tenere memoria sono composte da numeri, le partenze e gli arrivi indimenticabili sono dentro alle stazioni, fra  rotaie e rette parallele.

L’interpretazione dei bravissimi protagonisti in scena trascina il pubblico nel cuore della narrazione, fra risate e battute sostenute da un ritmo puntuale e armonioso. Fino a quel finale che ci lascia tutti un po’ sospesi, con una lacrima in tasca, a chiederci quale amore ci abbia accompagnato fino ad oggi: quello paragonabile a una lametta o quello simile a una bomba?

Radice di due” crede nell’amore che scorre sui 35 quadretti della riga di quaderno, vuoti e insignificanti finché qualcuno non sceglie di incastrarci delle linee. Ma “Radice di due” ricorda anche e senza appello che tutte le cose hanno un momento in cui scadono: l’attimo in cui quello che credevamo presente si trasforma in passato. Tutto giusto, dicevamo. Quando uno spettacolo rinnova la sua anima bisogna render merito al lavoro di una squadra che ne ha declinato in maniera corretta ogni aspetto e che vorrei definire “l’arte di omaggiare l’arte”.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)

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