Musica

#Intervista: “Vola Ale”! È Artù che te lo chiede

Era il 2013. Usciva “Artù”, il primo disco di Alessio Dari e il mondo della discografia accoglieva un artista giovane, talentuoso, graffiante e, qualità preziosa, assolutamente senza filtri. Sono passati 5 anni e di suoi dischi fino ad oggi ne sono usciti ben 3. L’ultimo, “Vola Ale” (Leave Music/Sony Music Italy), racconta la voglia di Artù di cantare il mondo anzi, l’universo, attraverso il quotidiano. In attesa dell’inizio del suo nuovo tour che partirà da Milano il prossimo 19 dicembre al Circolo Ohibò e dell’attesissima data romana del 21 dicembre a Largo Venue, abbiamo scambiato con il cantautore romano un’intensa chiacchierata fra il passato e il futuro. Tanto, il presente, lo conosciamo già!

Intervista-Artu╠Ç_21Alessio, ci siamo conosciuti nel 2013 e nella nostra prima intervista ti chiedevo, concludendo, cosa desiderassi per il tuo futuro. “Non avere più paura” fu la tua risposta. Ripartiamo da lì: che fine ha fatto la paura, Artù?
È cambiata ma ce l’ho sempre. Perché cresci e con te cambiano anche le paure che hai. Però combatto: non a caso mi chiamo Artù.  

Vero! Abbiamo anche una vecchia testimonianza del perché hai scelto questo nome d’arte.
Ah sì? Guarda nel tempo ho cambiato pure le versioni. Dipende da chi mi intervista [ridendo]. Ora, ad esempio, mica mi ricordo a te che avevo detto.

Allora ti interrogo: la versione 2.0, anzi 3.0 (parafrasando uno dei tuoi brani), sul perché ti chiami Artù quale sarebbe?
Quando ero piccolo mi guardavo sempre “La spada nella roccia” e mi piaceva molto il protagonista, Semola. Siccome io ero pure secco tutti mi dicevano, quasi a scherno, che in fondo gli assomigliavo pure a Semola. Ma io rispondevo: “Un giorno diventerò come re Artù”. Era la stessa versione?

Un pochino modificata però va bene, dai!
Vedi, è che con il tempo ho imparato pure a parlare meglio [risate]. Che t’avevo detto?

Artù come arte.
Quello è sempre vero. “Artù: arte per te” ma con il tempo vedrai che scoprirò anche altre versioni del mio nome!

Paura, dicevamo, ma anche solitudine e regole. Parole chiave del tuo esordio e ancora attuali?
Nella copertina del nuovo album c’è un salto. Ho immaginato un balzo verso un mondo nuovo dove le regole non ci sono più. C’è solamente l’essere umano che prende coscienza di essere un essere umano e che non ha nessuno che lo salva ma che è solo e da solo può scegliere se salvarsi. Un mondo nuovo, senza regole, senza religione, senza Dio, senza niente ma con il rispetto reciproco. Se c’è quello non c’è più bisogno delle regole. Con la solitudine sono rimasto al punto di partenza: continuo a credere che siamo un pochino tutti soli con noi stessi e che la solitudine maggiore è quella che provi quando stai in mezzo agli altri. Però penso anche che tutti dovremmo imparare a stare un pochino più soli con noi stessi per capire veramente chi cazzo siamo. 

Andrebbe insegnato nelle scuole il rispetto. Se c’è quello non serve altro

Perché “Vola Ale”?
Me lo sono detto da solo. Ad un certo punto mi sono detto che dovevo volare verso questo nuovo mondo che sta per arrivare, perché non manca tanto. Ne sono convinto. Ogni pezzo dell’album parla di un tipo di rispetto diverso e soprattutto del fatto che tutti, nelle loro diversità, dovrebbero godere degli stessi diritti.

“Vola Ale” si divide, nell’ascolto, in 2 parti. Inizi con brani forti, di grande impatto e poi ti vai addolcendo. Scelta studiata o casuale?
Scelta voluta perché mi rispecchia. Entro, in ogni cosa che faccio, a gamba tesa e poi divento più dolce. Le persone mi scoprono lentamente. Prima si scontrano con la mia rabbia e la mia irruenza e poi si accorgono che dietro a quella rabbia c’è anche un sacco di dolcezza.

Ti voglio”, il brano inedito di Rino Gaetano che tu hai completato e interpretato, è un argomento del quale ti avranno chiesto di parlare mille volte. A me interessa sapere cosa hai provato e cosa provi ancora adesso.
Quello è stato un miracolo. Esula da tutta la mia carriera, dai dischi fatti e da quello che sarà. Ho finito un pezzo di Rino Gaetano, capisci?

È una grande responsabilità.
Sì, che forse realizzerò concretamente fra 10 anni e capirò quanto straordinaria sia questa cosa che ho potuto fare grazie alla fiducia di Anna Gaetano verso di me.

Se Rino Gaetano fosse vivo oggi cosa canterebbe?
Forse i social. Me lo sono chiesto spesso se avrebbe scelto di usarli e penso di sì, a suo modo, ma sì: li avrebbe usati e nello stesso tempo li avrebbe presi in giro, come era nel suo stile. E poi, ce l’avrebbe a morte con i talent e con la politica o forse con la politica no. Non avrebbe senso visto che ormai la politica è finita. 

A chi ti paragona a lui cosa dici?
Io rispondo sempre che non basta che strilli per essere Rino Gaetano.

La tua voce è diventata più graffiante nel tempo.
C’è più rabbia. Fra qualche anno finisce che divento come Tom Waits!

3 album, 3 stili?
Sì e molto diversi. Il primo disco “Artù” (Leave Music/Universal) era molto ironico, paraculo e irriverente però anche inconsapevole. Il secondo “Tutto passa” (Leave Music/Sony Music) è stato come un viaggio che ho fatto dentro di me, introspettivo. È lì che c’è stata la prima crescita artistica consapevole e più responsabile. Nel terzo, “Vola Ale”, sono uscito da me stesso e sono andato verso l’universo.

Quand’è che hai pensato: “Ok,  la mia strada è quella giusta”?
Mai, nemmeno adesso.

Cosa senti di non aver ancora fatto e che ti ribolle addosso?
Essere spensierato. Quello che mi manca. Ecco, Artù oggi ha un sogno: essere spensierato.

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The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)
(Foto: © Giovanna Onofri)

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