Recensione

#Recensione: “Il viaggio”, istantanea di un tempo che (s)fugge

Appuntamenti cercati, mancati, trovati. Ce lo descrive così, il viaggio, Erri De Luca nel suo libro “L’ultimo viaggio di Sinbad” e così appare “Il viaggio” di Paolo Bignami andato in scena dal 24 al 26 maggio al Teatro Trastevere per il festival Inventaria.

Due donne nello stesso spazio condiviso, il palcoscenico, occupano però epoche, abitudini, saperi distanti che forse non si sarebbero mai incrociati se non per quell’unico viaggio organizzato e desiderato, andata e ritorno di un sogno comune: ritrovarsi.
il-viaggio-inventaria-2018-teatro-trastevere-1Testo vincitore ex aequo del premio di drammaturgia DCQ-Giuliano Gennaio 2016 e presentato fuori concorso qui ad Inventaria, “Il viaggio” è un percorso drammaturgico che senza alcuna ipocrisia racconta temi importanti come l’emigrazione e l’immigrazione nelle sue declinazioni più intime. Non si parte infatti unicamente verso una meta o allontanandosi da un luogo ma anche, e persino più frequentemente, da e verso sé stessi.

Petra (Flavia Germana de Lipsis) e Silvia (Federica Carruba Toscano) sono due giovani donne che si incontrano in maniera del tutto casuale alla stazione per prendere lo stesso treno. La prima è straniera ed una fra le prime analisi che questa pièce ci porta ad approfondire riguarda il suono che all’interno di questo termine nasconde, quasi vergognandosene, un altro aggettivo: strano. La seconda è italiana ma straniera verso sé stessa, nei confronti delle proprie capacità. La conoscenza fra le due è scandita dagli avvisi che annunciano la cancellazione del loro convoglio.

il-viaggio-inventaria-2018-teatro-trastevere-2Non c’è un equilibrio stabile nei racconti delle protagoniste. È piuttosto un gioco di rimpalli circondato da lunghe pause silenziose brillantemente sostenute. I toni iniziali della narrazione sono ironici, divertenti e lasciano solo intravedere lo svolgersi della trama che si dipana in maniera più seria, a tratti persino tragica, quando le delusioni della vita che hanno segnato entrambe le ragazze diventano prepotenti nelle rispettive descrizioni, così come la fame e la stanchezza della lunga attesa in stazione.

Il viaggio”: il disincanto di una vita, la paura per un futuro da scrivere, il terrore dell’ignoto. Cosa spinge un essere umano a lasciare tutto? A rinchiudere speranze, lacrime e sorrisi in una valigia o in un piccolo zaino consumato?

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(Foto: © Luana Iorillo)

Cosa ci mette nella strana posizione per la quale il nostro viaggio può essere considerato migliore o meno inopportuno di quello degli altri? “Ogni posto è dall’altra parte” raccontano le due protagoniste. L’altra parte di cosa lo conosce però solo ognuno di noi.

Questa delicata ed emozionante performance è un grido d’amore dedicato a tutti coloro che si sentono soli pur trovandosi in mezzo a moltitudini di persone e che, nel loro totale smarrimento, riescono a dimostrarsi generosi verso un prossimo che non ha passato né futuro rispetto a noi: solamente il presente di una stretta di mano o forse di un abbraccio.

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(Foto: © Luana Iorillo)

Federica e Flavia sono entrambe incredibili nei loro ruoli. Toccanti fino alle lacrime, brave ed intense nelle loro trasformazioni guidate dalla regia attenta di Pietro Dattola. Da menzionare i monologhi all’unisono che affratellano le apparenti diversità delle due donne.

Vediamo tante cose, mica tutte ci sono per davvero

Il viaggio”, qui al suo debutto nazionale, è quel tipo di spettacolo che cancella i limiti del palcoscenico, annulla il bisogno di scenografie e racchiude nei gesti e nella bravura dei protagonisti il senso di un intero spettacolo. Improvvisamente la moltitudine più volte raccontata nei racconti dolorosi si fa a sua volta elemento scenico grazie al coinvolgimento del pubblico in sala che, invitato sul palcoscenico, diventa attore e spettatore delle proprie emozioni. Perché, per comprendere l’imbarazzo di un incontro con qualcuno lontano da noi, bisogna provare a viverla quella sensazione.

I movimenti scenici valorizzano le tre dimensioni dello spazio scenografico (la sala, la scena ed il proscenio) ed i pochissimi elementi sul palco, curati da Alessandro Marrone, ci ricordano come troppo spesso schiacciati dalle apparenze ci dimentichiamo di avere cura dell’essenziale.

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(Foto: © Luana Iorillo)

Tutti partiamo: questo il senso finale di un testo da applaudire per la rara complessità e bellezza. Tutti partiamo: ricordiamocene prima di trasformarci in esperti frettolosi di un’esperienza di vita che comunemente descriviamo con il termine “viaggio”.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Raffaella Ceres)
(Foto di copertina: © Luana Iorillo)

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