Intervista

#Intervista: La Scala Shepard, il nuovo album e la svolta elettrica

Domani sera La Scala Shepard di Alberto Laruccia (voce, chitarra elettrica e acustica), Claudia Nanni (voce, synth), Lorenzo Berretti (basso, synth, voce) e David Guido Guerriero (batteria, percussioni) suoneranno per la prima volta sul palco dell’Auditorium – Parco della Musica, sponda Retape Lab. E sarà un concerto davvero speciale perché, con l’occasione, la band romana presenterà alcuni pezzi inediti che finiranno nel nuovo album, atteso per il 2019. Un disco di svolta totale, secondo Alberto e Lorenzo, fortemente imperniato su chitarre elettriche e synth. Li ho incontrati qualche giorno fa nel box dove provano, zona Portuense. E si è parlato di David Byrne, punk, Netflix, Elio Vittorini, folk. E della necessità di tirare fuori le palle, dimenticare le voci melense e rimettersi a urlare su un palco.

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(Foto: Daniele L. Bianchi)

Il concerto del 26 maggio all’Auditorium sta arrivando e sembra che voi abbiate cambiato radicalmente il vostro suono. Cosa avete tolto e cosa invece aggiunto?
Alberto: Abbiamo tolto sicuramente le chitarre acustiche aggiungendo quelle elettriche, prediligendo quest’ultime e le distorsioni. Abbiamo messo anche più sintetizzatori e una drum machine. Tutto questo a livello tecnico. Nei brani, invece, c’è sicuramente più consapevolezza, maturità e capacità di riuscire ad arrivare diretti al nocciolo del sentimento della canzone.
Lorenzo: Sì, abbiamo dato il tempo necessario ad ogni idea per farsi avanti. Alla fine ogni pezzo lo vedo con una personalità propria: ci sono quelli più timidi che ci mettono un annetto per uscire fuori e quelli invece più estroversi che arrivano subito. Abbiamo dato il tempo a ogni canzone per presentarsi e dire chi è. Fino ad oggi siamo sempre rimasti sulla superficie dei pezzi senza aver dedicato davvero tempo ad alcune tracce. Avremmo avuto bisogno di più autocritica per renderle migliori.

È cambiato anche il vostro modo di scrivere?
Alberto: Il fatto è che al momento abbiamo circa metà album preprodotto, mentre per il resto neanche questo. Metà, tra l’altro, già stravolto in mille modi! Quindi non posso ancora parlarti del disco nella sua interezza perché non siamo proprio in grado di farlo, non ne abbiamo la percezione. Però una cosa che di sicuro è cambiata è il rapporto all’interno della Scala. Prima c’era molta più separazione nella scrittura e nella stesura dei pezzi, sia musicale che lirica. Adesso si sono abbattute delle barriere, soprattutto tra me e Lorenzo, e questo ha permesso alla nostra rispettiva musica di incontrarsi più facilmente. Non ci “impuntiamo” più come prima, ecco. E questo forse è lo scalino che ci mancava per diventare davvero un gruppo. La cosa ideale è fare un primo album estremamente forte di contenuti e soprattutto molto sentito. In questo processo ci stanno aiutando anche Gianmarco Dottori e Guglielmo Notari che collaborano con noi alla rifinitura dei brani.

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(Foto: Daniele L. Bianchi)

Quanti pezzi saranno?
Lorenzo: 10 o 11

Ci saranno degli ospiti?
Lorenzo: No. Saremo solo noi 4. È una delle regole che ci siamo imposti. La prima parte della produzione del disco è stata trovare i limiti all’interno dei quali ci dovevamo muovere, in modo da essere più stimolati nel cercare soluzioni. Una di queste è stata che l’album doveva basarsi su ciò che noi potevamo suonare anche dal vivo, nulla di più. Nessuna sovraincisione, nessun orpello. Nulla che poi non possa essere riproposto dal vivo.

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(Foto: Matteo Casilli)

Lo registrerete in presa diretta?
Alberto: Vorremmo. Ovviamente con tutti gli accorgimenti del caso. Ci siamo resi conto che la differenza tra tutto quello che abbiamo registrato e i live sta proprio nel fatto che questi ultimi “arrivano” e questo succede grazie all’affiatamento che c’è tra di noi. Dobbiamo riportare quella roba lì nel disco facendo attenzione a farlo suonare come un album da studio. “Come funziona la musica” di David Byrne, ad esempio, ci sta ispirando tantissimo per quanto riguarda le tecniche di registrazione. 

Musica e letteratura: cosa vi ha ispirato di quello che state ascoltando e che state leggendo?
Lorenzo: Se parliamo di ascolti, ne abbiamo fatti a decinaia! Per quanto riguarda il suono, in particolare, abbiamo preso molto la direzione dei CSI, soprattutto in merito a basso e batteria. Comunque la maggior parte degli ascolti che abbiamo fatto era più legata a trovare soluzioni arrangiamentali e andavano in qualsiasi direzione: dalla classica alla trap al rock all’elettronica. Siamo stati molto cannibali di musica, in questo periodo. I libri, invece, li legge Alberto!
Alberto: Io ho sempre letto tanto, poi però ho scoperto Netflix e mi ha un po’ fottuto! Comunque mi viene in mente un’immagine che ho letto in “Uomini e no” di Vittorini e che ho adattato ad un brano: quella in cui nel piangere un defunto si rischia di perderlo, mentre cercando di non buttarlo via piangendo si può mantenere la memoria viva.

Qual è il pezzo più rappresentativo del nuovo album?
Lorenzo: Forse “Capolavoro”. Dà davvero uno schiaffo in faccia a tutto quello che abbiamo fatto prima.
Alberto: Per quanto riguarda i vecchi Ep, se uno si chiedeva dove stavamo andando sicuramente c’è “Cattivo” in versione live che comincia a tirare fuori l’emotività, le voci, le chitarre distorte e ha un suono più rock. Però quello era un brano acustico arrangiato per l’elettrico, mentre qui tutti i brani sono pensati per la chitarra elettrica e basta, è un approccio completamente diverso. 

A proposito, sono mesi che sento parlare di un ritorno della chitarra elettrica, del fatto che comincia a mancare.
Alberto: Ho visto una storia su Instagram di un giornalista di Rolling Stone in cui parlava del recente concerto di Mèsa a Napoli e lui scriveva una roba tipo “le chitarre elettriche non sono vietate, usatele!”. Noi lo speriamo, semplicemente perché c’è un background fatto da Zen Circus, Ministri, Fast Animals and Slow Kids, Baustelle che in qualche modo permette l’utilizzo delle chitarre elettriche. Nella musica emergente, di fatto, non è che ce ne siano poi così tante: Il Branco, Mèsa e poco altro. Che si possa avviare una scena del genere, per il mercato, secondo me forse no, rimane nell’underground. Ma noi non abbiamo mai preteso di suonare nei palazzetti, ci bastano i club grandi!
Lorenzo: Per il futuro penso non si possa prevedere nulla, poi sul ritorno di uno strumento o meno conta molto anche il progresso che viene fatto in campo puramente tecnico: le modalità di registrazione, i nuovi strumenti che vengono inventati… Finché non ci sono nuove “rivoluzioni” parliamo sempre di corsi e ricorsi degli stessi strumenti.

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(Foto: Valentino Bianchi)

Comunque uno ne sente parlare ma poi nella realtà non c’è un gran riscontro.
Alberto: Ma ci vuole il tempo di modulazione giusto. Il ragionamento, poi, è stato molto semplice e mi pare lo fece proprio Lorenzo: si sono ripresi prima gli anni ’70 e poi gli anni ’80. Se si cominciano adesso a riprendere gli anni ’90, per forza di cose le elettriche tornano.
Lorenzo: Però il motivo per cui abbiamo fatto questa scelta è stato del tutto naturale, non per intercettare qualcosa.

Le case discografiche, comunque, oggi pensano alla produzione di musica in funzione di un ascolto in cuffia e non più da stereo, da cassa. Quindi non per un’esperienza eccellente, ma più che altro veloce.
Alberto: Anche con gli altri collaboratori ci siamo detti tante volte che la gente ascolta musica sul telefono, nemmeno con le cuffie. Discorso uscito fuori perché avevamo inserito dei drop in alcune canzoni che magari attraverso alcuni apparecchi non si riuscivano a sentire. Il tema è questo. Io non ho più voglia di fare il bambinone contento sul palco o di portare un genere musicale che la gente non comprende e che però nei testi è molto malinconico. Non ho più voglia di cantare a metà, ma di strillare o di cantare estremamente profondo. Voglia di trasmettere il sentimento e di usare le chitarre elettriche perché mi sono rotto le palle del fatto che stiamo tutti accomodati su queste voci melense… Voglia di tirare fuori un po’ di palle.

Sulla presentazione di questo disco si sa qualcosa?
Alberto: Assolutamente no. Uscirà nel 2019, speriamo nella prima metà.

Domani che concerto sarà?
Alberto: Suoneremo alcuni dei pezzi nuovi. Per il resto sarà un concerto che a Roma non abbiamo mai fatto, nella misura in cui l’utilizzo di vari sintetizzatori o della chitarra elettrica su tutti i brani qui nella Capitale non lo abbiamo mai proposto. Una buona parte dei brani vecchi verrà suonata in questo modo. Mi piace dire che molto di quello che era folk o acustico, se lo porti su una chitarra elettrica con le distorsioni diventa punk. Poi staremo in una sala meravigliosa in un posto che non ci potevamo minimamente aspettare! Suoneremo tra i 16 e i 18 brani, quindi presumo un’ora e mezza di concerto.

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Il vostro pubblico a cosa deve prepararsi?
Lorenzo: Ad arrivare puntuale!

Rimarrà sconvolto dal nuovo sound?
Alberto: Secondo me no, perché il nostro pubblico lo abbiamo educato ad un’apertura mentale, per quanto riguarda la musica. Alla fine siamo sempre stati un po’ schizofrenici, nei nostri brani. Anzi, azzardo il fatto che potrà piacere di più.
Lorenzo: C’è tanta pancia, ma anche molta testa in questo nuovo corso. Comunque portiamo avanti un certo ragionamento sullo spolpare le idee durato più di un anno, quindi la testa c’è eccome! Dopodiché se la pancia non si basa su fondamenta forti diventa tutto inutile.

la-scala-shepard-2018-intervista-2018-3333-98Ci saranno altre date, dopo l’Auditorium?
Alberto: Qualcosa c’è ma non si può dire… Perché non ce lo ricordiamo! Punteremo sicuramente a qualche festival. Il lavoro di organizzazione che sta facendo Ludovica Russo ha dato sicuramente una direzione e un’impronta di un certo tipo che ci fa stare anche più tranquilli in generale. Non abbiamo comunque alcun tipo di pretesa, ma solo la volontà fino ad agosto di lavorare e chiudere le pre-produzioni, massimo per inizio settembre. E poi di cominciare a ragionare seriamente sulle registrazioni.

The Parallel Vision ⚭ _ Paolo Gresta)
(Foto di copertina: © Matteo Casilli)

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