Un po’ Ismaele un po’ Achab, un po’ testimone un po’ capitano. Così Eva Gaudenzi racconta la maternità prima, durante e dopo nel suo monologo “Parto”, andato in scena al Teatro Studio Uno di Torpignattara dal 22 al 25 febbraio.
Metafora di difficoltà, metafora di viaggio, atto naturale. Sono i tre assi di una stessa parola, “parto”, che definiscono le direzioni della rappresentazione: il tentativo, riuscito, è quello di trasformare un’esperienza biografica in esempio collettivo. Al netto di qualche momento asciugabile dal punto di vista dell’enfasi, lo studio della Gaudenzi è ben ritmato, ed è costruito su allegorie fantasiose, come un infermiere trasformato in un cinico Caronte della sala pre-parto, o l’ospedale Fatebenefratelli immaginato come un grande galeone ormeggiato all’Isola Tiberina.
I tempi vengono scanditi dalla musica, che non è una semplice coloritura ma un elemento drammaturgico su cui si muovono la partitura prosodica e gli spazi, soprattutto nei momenti in cui l’attrice gioca con la sua ombra a fondo palco grazie alle luci di Rocco Giordano.
I cinque quadri narrativi vengono descritti da cinque canzoni. “Rock’n’roll” dei Motörhead accompagna il prologo, in cui la coppia smette di cercare il figlio che fino a quel momento ha rincorso e si dà a una vita più dissoluta. L’hard rock della band che a fine 2015 ha perso la voce di Lemmy Kilmister è il sostegno alla rassegnazione (della donna soprattutto).
Inaspettatamente, però, il figlio arriva e i sintomi della gravidanza (i dolori, la nausea) vengono sintetizzati dalle geometrie composte con mani e viso in compagnia della beatbox islandese di Björk, con “Who is it”.
La donna è l’unico elemento scenico attivo (una sedia e una palla medica compongono la scenografia); si fa personaggio e anche spalla e con la sua gestualità stimola l’immaginazione dello spettatore (e anzi, si potrebbe osare di più e strozzare qualche passaggio un po’ didascalico).
La Gaudenzi mette in scena la missione dell’associazione di cui fa parte, “Pane e parole”: parabolas, dove le parabole si fanno verbum, “parola fatta di carne”. L’attrice usa il proprio corpo per raccontare e utilizza il racconto per “mostrare” le trasformazioni del fisico durante la gravidanza. Anche la musica, a un certo punto, si fa più stretta al corpo e diventa canto, canto carnatico (il canto indiano delle vocali): carnaticum, da carnis, “carne”.
Al centro del monologo trova posto una trovata disneyana molto suggestiva, con cui i cuori pulsanti dei feti, ascoltati attraverso lo screening dell’ecografia, si trasformano in una vera e propria ouverture. Per la precisione quella della “Carmen” di Georges Bizet, riarrangiata da Stefano Switala: il merito più evidente dello spettacolo è quello di rendere caloroso ciò che in realtà, forse, viene trattato con freddezza da parte della medicina.
Switala riarrangia anche “Lower Away”, colonna sonora di “In the heart of the sea”, film di Ron Howard ispirato al romanzo “Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex”, nave da cui Melville ha tratto il suo capolavoro. Qui si raccoglie il fulcro finzionale dello studio, che paragona il momento del parto a una burrasca: le acque si rompono e metaforicamente la marea comincia ad alzarsi, poi arriva la tempesta, “mentre urla il vento e gli uomini gridano” e la donna-capitano è l’unica in grado di portare a termine la traversata.
Così come nell’epilogo di “Moby Dick”, poi, il mare si calma e il testimone rimane per raccontare. Il fondale finale è offerto da “Sæglópur” dei Sigur Rós. È curioso come, per i momenti che presentano le ellissi temporali più corpose (la scoperta della gravidanza e il post-parto) la Gaudenzi scelga due progetti musicali sperimentali e appartenenti a un paese insulare (l’Islanda). “Sæglópur” rappresenta la calma, la serenità e lo scorrere del tempo che ha portato la madre e il figlio, ormai bambino, a giocare sulla spiaggia. Un’ellissi di grande delicatezza, forse anche perché di un parto non si può raccontare proprio tutto. Alcuni ricordi è giusto che si tengano custoditi dove solo le madri sanno.
(© The Parallel Vision ⚭ _ Daniele Sidonio)
(Foto: © Adele Talarico)
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