Live report

#LiveReport: Mulatu Astatke al Roma Jazz Festival

Silenzio. Poi il buio si illumina di blu. Siamo tutti seduti e tratteniamo il fiato per Mulatu Astatke & Steps Ahead Band all’Auditorium Parco della Musica.

Danny Keane comincia a far vibrare le corde del suo violoncello, i cui grattati e riverberi risuonano in tutta la Sala Petrassi. L’attenzione si dispiega, ascoltiamo quelle arcate ed entriamo insieme nel suo mondo sonoro. Percorriamo quest’assolo e ne cogliamo il rispetto per l’oscurità delle sporcature che non hanno nulla di accademico, per fortuna, e connettono tutti quanti i presenti.

La Steps Ahead Band inizia a suonare. Buttiamo tutti fuori l’aria. È un jazz con melodie dai toni indagatori. E mi sento sempre più curiosa di capire dove mi porterà questo viaggio dal sapore etiope.

Entra la risposta, Mulatu Astatke con la sua aura antica che dopo un saluto inizia a suonare il vibrafono. Ed ecco la prima forma di questo viaggio: psichedelica. Il padre dell’ethio-jazz incanta tutto l’Auditorium, suonando diverse percussioni che rilasciano il suono delle sue radici. E l’onda d’urto è intensa, trasporta con sé i segni più evidenti della sinergia tra il maestro e gli Steps Ahead: Byron Wallen (tromba) e James Arben (tenore) si rinforzano il fiato a vicenda. Alex Hawkins durante il suo assolo fa scomparire tra i semitoni le sue dita e quello di Matt Ridley, al contrabbasso, le vede trasformarsi di gomma.

Mulatu-Astatke-auditorium-roma-jazz-festival-ilenia-di-mauro-photos-(2)Richard Olatunde Baker si rivela il mago indiscusso delle percussioni e dal suo cappello magico esce uno strumento tradizionale nigeriano dopo l’altro, riunendo i tasselli di un bellissimo quadro yoruba, straordinariamente messo in risalto dal puro jazz che la batteria di Davide De Rose continua a far camminare.

La cosa più intensa di questo live? La varietà di tecniche, origini, strumenti tutti in perfetta armonia! La differenza è alla base dell’evoluzione personale ed è in tal senso che Mulatu è un innovatore. Ha capito ciò che di prezioso esiste tra l’incontro di elementi differenti, lo ha immaginato, fotografato e conservato in una cornice la cui forma è solo apparentemente quella dell’afro-jazz. Ed osservando questo bellissimo scenario che è il palco di fronte a me, posso ascoltare attentamente la sua fotografia.

Un ossimoro sensoriale che porta elementi latini, funk, polizeschi, tribali, forme americane, timbri africani, inquietudine trasmessa e smentita ad ogni singola ripresa. Una padronanza unica degli stacchi e delle riprese, capaci di passare da una narrazione a un’altra senza piegarsi mai, anzi dispiegando sempre più la sua eleganza intrinseca.

Chiudono il concerto come hanno iniziato, espressione concreta della cornice immaginata dal padre del jazz etiope. Dopo un rumorosissimo bis, si rivolge a noi dicendo “This is a song that talks about myself, so I call it ‘Mulatu”. Si sposta verso le tastiere e inizia a intonare il suo vissuto come un’inquietudine galoppante tra ricordo e prospettiva di chi è pioniere nel suo genere e sa trasmetterci in maniera così armoniosa una parte di sé.

The Parallel Vision ⚭ ­_ Ilenia Di Mauro)
(Foto: © Ilenia Di Mauro)

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