Intervista

#Intervista: Roberta Nicolai e i Teatri di Vetro, al cuore della creazione contemporanea

Oltre 40 spettacoli tra teatro, danza e musica; 9 spazi e 2 mesi di programmazione: questi sono i numeri dell’11esima edizione del Festival Teatri di Vetro, una tra le più importanti rassegne italiane di arti sceniche contemporanee che si svolgerà fino al 12 novembre a Roma.
Il Festival anche quest’anno si estenderà oltre i confini romani e dopo aver preso il via con il progetto “Trasmissioni” a Tuscania (VT), dal 3 al 12 novembre si sposterà fino al Teatro del Lido di Ostia, con i protagonisti della giovane danza contemporanea e della scena musicale elettronica ed elettroacustica.
Guarda indietro, guarda avanti” è il filo conduttore che lega gli spettacoli in programma. Abbiamo approfondito le tematiche proposte grazie all’intervista con la direttrice artistica di questo importante progetto multidisciplinare, Roberta Nicolai.

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Roberta Nicolai (Foto: © Giuseppe Distefano)

“Guarda indietro, guarda avanti”: verrebbe da canticchiarle queste parole, come quelle di una famosa filastrocca per bambini. Come è nata l’idea di questo tema centrale?
“Guarda indietro, guarda avanti” è una semplificazione. Da tempo rifletto, osservando le creazioni della scena contemporanea italiana, a volte molto da vicino seguendone il processo in sala prove, sulle tensioni tra passato e futuro. Il nuovo, l’innovazione, le nuove tendenze sono concetti parziali e in quanto tali sterili, retorici a volte, e facile oggetto di strumentalizzazione. Il nuovo è nuovo rispetto a qualcosa e si porta con sé quel qualcosa per potersi definire nuovo. Così nasce il claim, come invito agli artisti e al pubblico, a sganciare il pensiero dalla superficie di uno slogan per ritrovare, proprio nella semplicità del verso di una filastrocca, il complesso legame che unisce passato e futuro e che tiene insieme l’arte e le nostre vite, entrambe sospese tra memoria e anticipazioni. È anche un desiderio personale, un tentativo di tenere insieme la mia vita, che ha subìto molte trasformazioni, e da questo sentire avere come orizzonte azzardi e desideri, come la costruzione di un archivio collettivo dell’evoluzione storica dei linguaggi definiti contemporanei, dagli anni ‘60 a oggi.

Mi ha molto colpita l’attenzione che verrà dedicata a quelle che definite “riletture critiche”. Di cosa ha maggiormente bisogno il pubblico oggi?
Penso sempre che il rispetto del pubblico passa dal rispetto per gli artisti. Come curatore di un progetto artistico cerco di individuare, dall’osservazione, una domanda di senso, qualcosa che muove me innanzitutto e che penso possa risuonare agli artisti. La rivolgo a loro intercettando prospettive, desideri, a volte sotterranei, a volte espressi, attorno a quella domanda. Quest’anno mi arrovellavo intorno al concetto di storia. Mi interessava il rapporto con depositi, fonti, compresi i classici e la possibilità di spostamento, di scarto, adattamento a noi. Nella programmazione gli spettacoli che attingono a un classico lo rileggono per riscriverlo in altra lingua e in linguaggio scenico, rappresentano un aspetto, il più evidente della questione guarda indietro, guarda avanti. Ma la tensione di questa domanda è presente in tutti i lavori. A volte attiene al dispositivo scenico a volte prende come orizzonte la cultura storica recente. Non facciamo altro che tornare a casa. Un gesto primario. E si sa che il viaggio di ritorno è più sorprendente e avventuroso del viaggio di andata. Spero che il pubblico possa condividere questa prospettiva e trarne piacere, che è il motivo per cui andiamo a teatro.

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(Foto: © Rossella Viti)

Formare una coscienza critica è forse uno dei temi caldi di questa epoca tutto 2.0. Lei cosa ne pensa?
Penso che la nostra epoca mente quando promette di semplificare. Tutto oggi è molto più complesso e gli strumenti che ci occorrono per vivere, oltre che fruire di cultura e di arte, sono molti di più e difficili da afferrare e da tenere. Mai come in questa epoca diventano fondamentali lo studio, le competenze ma anche i tempi di condivisione umana, di scambio non mediato tra le persone. Abbiamo bisogno di pratiche oltre che di teorie. E abbiamo bisogno di tempo perso e condiviso per avviare una ricostruzione di un qualche orizzonte culturale e di senso per le nostre vite. L’arte non fa eccezione. Non può prescindere da tutto ciò.

Qual è il punto di forza di Teatri di Vetro, a suo giudizio?
La nostra storia. Individuale e collettiva. Veniamo tutti dal palcoscenico. Sappiamo di cosa parliamo perché lo abbiamo vissuto e lo viviamo ancora. Per questo possiamo rivendicare il fallimento e l’azzardo. Chiaramente è anche la nostra debolezza. Non trattiamo la materia con l’attitudine manageriale che il contesto richiede. Condividiamo orizzonti di desiderio. Con gli artisti e con gli spettatori.

IMG_2620La selezione degli spettacoli e delle location come si è svolta? Quali criteri avete seguito?
L’elaborazione del progetto prevede una grande vicinanza, una prossimità con la creazione artistica. Di alcuni lavori ho seguito il processo, di altri la genesi a distanza, discutendo con gli artisti l’idea iniziale. La programmazione si compone lentamente, nel tempo. Una volta che l’ho definita la illustro ai miei collaboratori e insieme definiamo lo spazio adatto per una migliore restituzione al pubblico. Spesso le dimensioni e l’articolazione dello spazio sono impliciti nel dispositivo spettacolare. A volte invece è una proposta che faccio agli artisti per far emergere aspetti che intravvedo nel lavoro. Gli spazi che utilizziamo sono molto diversi tra di loro e vanno da uno spazio espositivo come Fondazione Volume! al uno teatrale convenzionale come il Vascello. Tra questi due estremi ci sono le varianti rappresentate dagli altri spazi che mettono in campo possibilità differenziate riguardo alla prossimità con il pubblico, alla differenziazione della pianta dello spettacolo fino a un utilizzo non convenzionale e ridisegnabile in base all’impianto performativo.

Cosa ha legato fra di loro queste 11 edizioni?
Credo lo spazio e il sostegno offerto alla scena contemporanea italiana. Ma è più interessante cosa le ha differenziate, a mio parere. Quando una cosa viene osservata si modifica e modifica lo sguardo che la osserva. Così è successo che il mio sguardo si è avvicinato sempre di più e di conseguenza il progetto ha seguito questo avvicinamento, si è reso sempre più critico, più analitico, fino a rimettere in un ordine diverso le proprie priorità. Oggi definisco il mio stesso ruolo per negazione, non sono un programmatore, non sono un operatore culturale, non sono un artista, almeno non in attività, e questo sgombrare il campo dal noto mette al centro la cura, la curatela e rende l’oggetto curato. TDV tende ad avvicinarsi al cuore della creazione contemporanea e la progettazione del prossimo triennio renderà ancora più evidente e esplicito questo processo perché anche gli spettatori possano avvicinare il proprio sguardo e fruire l’arte per quello che è: esperienza umana.

Info:
Sito Ufficiale

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)

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