Festival

#LiveReport: Benjamin Clementine all’Auditorium

Sono un’espressionista, canto come parlo. Qualcuno potrebbe annoiarsi, ma invito chi mi ascolta a proseguire, sentire e impegnarsi con me senza fare troppe domande”. Si presenta così Benjamin Clementine nelle poche righe tra le info del suo sito. Martedì 25 luglio, una sera insolitamente fredda, l’Auditorium Parco della Musica si è trasformato in un sogno di una notte di mezza estate, se non fosse che Clementine, Shakespeare lo odia – gli preferisce l’altro celebre William della poetica inglese, Blake.

Canterà e suonerà quasi tutto ciò che ha scritto finora, dal nuovo singolo “Welcome to the jungle”, preludio al disco in uscita in settembre, all’album che lo ha consacrato tra i giganti della musica contemporanea “At least for now”.

Benjamin-Clementine-auditorium-roma-2017-1854_1Arrivo tardi, a metà della prima canzone, e l’addetto alla sicurezza mi chiede di aspettare la fine del brano e poi sedermi dove trovo il primo posto libero. Il mio biglietto è in terza fila, ma il primo posto libero è in prima. L’ha detto lui. Benjamin suona un pianoforte a coda dando il profilo alla platea centrale.

Io sono seduto subito dietro la coda del pianoforte. Mi piace pensare che ci siamo guardati per tutto il concerto, che ha cantato per me. Ha cantato e suonato per tutti, uno per uno.

Benjamin-Clementine-auditorium-roma-2017-1860_1Le sue canzoni, le sue poesie, sono tutte un dialogo con sé stesso. Un “Io” che diventa tutti i “Noi” che lo ascoltano, e il dialogo si fa comizio di anime, prima perse e ora sulla via di ritrovarsi. Le sue parole disegnano la biografia della sua esistenza, da quando a sedici anni lasciò casa perché – parafrasando “Cornerstone” – “dicevano di amarmi, ma mentivano tutti”, a quando suonava per strada, nelle metro, nelle feste di compleanno. A quando si è trasferito a Parigi, ricordando la sua “London” che “ti sta chiamando, cosa stai aspettando, che cosa stai cercando?”.

Dream, smile, walk, cry”. È questo il ciclo vitale, costante e immutabile di quell’esistenza, un processo che è la costante dell’arte di Clementine. Un’esistenza cui è difficile trovare il senso. Clementine, come Sartre nella sua “Nausèe“, si anima nell’affanno del vivere e del sopravvivere. Un affanno fisico, come in “Nemesis” dove il respiro fa eco ai tasti del pianoforte.

clementine-auditorium-roma-luglio-suona-bene-2017-44Sul palco ci sono solo nove persone, tre uomini, sei donne. Indossano tutti una tuta da lavoro, tipo quella dei meccanici. Le cinque donne dietro, giovani, belle, ce l’hanno bianca. Gli altri blu. Benjamin sulle spalle ha una mantellina bianca con fregi e frange, a metà tra una mantella da torero e uno scialle reale. Tutti, sono a piedi nudi. Cinque coriste, un bassista, un batterista, una violoncellista/clavicembalista e lui, piano e voce. La complessità di Benjamin Clementine parte già da qui, da come decide di presentarsi.

Tute operaie e piedi nudi, semplicità, lavoro duro, sogni repressi, voglia di libertà e di natura, di contatto vivo e primitivo. Bianco per le voci del coro, candide, alte e calde. Il fregio appare chic, quasi spocchioso, ma non lo è mai. Quello scialle sta a significare l’elevazione che giunge dalla realizzazione di un sogno, l’eleganza che è sempre necessaria, per strada e su un palco, la bellezza. Mischia tutto, Benjamin. E tutto, regala a chi lo ascolta.

Sul palco Clementine è genuino, giocoso, simpatico. Perfetto. Non è convinto che tutti capiscano bene quello che dice. “Non va bene, capire quello che dico è l’essenza della mia musica”. Fa salire sul palco un ospite in prima fila, gli fa tradurre un pezzo di “London”: “Quando le mie vie non si riveleranno, non sottostimerò quello che posso diventare”. È tutto lì, nella forza della volontà di fare arte perché non si è altro che artisti.

In chiusura siamo tutti in piedi, sotto al palco. Le sedie vuote. Benjamin chiede scusa, farà un gioco per un paio di minuti, dice. Tre note al piano ed è “Caruso” di Lucio Dalla, in italiano, perfetto. Dalla è un suo punto cardine, come lo sono Puccini, Maria Callas, Nina Simone, Édith Piaf, Debussy e Chopin – i cui notturni sono sempre dietro l’angolo dei suoi assoli al piano. Lui è il più grande artista della nostra generazione, lo dimostra in ogni intervista, canzone, poesia, storia. Può ricordare la genialità e capacità di Freddy Mercury. È uno che ha suonato con Paul McCartney e Charles Aznavour, con i complimenti di tutt’e due. Lui non è altro che sé stesso, senza categorie e senza complimenti.

clementine-auditorium-roma-luglio-suona-bene-2017-98-1Un’ultima lezione di canto a tutto il pubblico. Dobbiamo intonare perfettamente il verso “all dreamers” come vuole lui. Una volta riusciti ci lascia continuare e torna al piano a suonare e cantare con i suoi. Noi siamo il suo coro, facciamo parte della sua arte. Quella pagina di info sul suo sito si chiude così: “Alla fine dell’ascolto avrete trovato risposte che non sono questionabili, che vi piacciano o meno”. Tutto vero.

The Parallel Vision ⚭ _ Simone Zivillica)

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